Quando chiedere le idoneità alla mansione nei lavori in appalto?

Continuo a vedere aziende che richiedono ai loro appaltatori di consegnare i certificati di idoneità alla mansione dei loro lavoratori, nell’ambito dello scambio di informazioni relative all’affidamento di contratti d’appalto all’interno delle aziende. Quando chiedo i motivi di questa prassi, i più non sanno rispondere. Perché? – dicono – non si deve fare così? Non ci si organizza con l’obiettivo di rispettare la legge studiandola o, almeno, leggendola. Semplicemente qualcuno ha iniziato a raccogliere questi dati e gli si è andati dietro.

Altri affermano che lo fanno perché vogliono essere certi che i lavoratori dei propri appaltatori siano idonei allo svolgimento delle attività affidate. Questa affermazione è molto pericolosa, perché ci si sta precostituendo almeno un capo di imputazione per il reato di pericolo di esercizio di fatto di poteri direttivi, secondo l’articolo 299 del Decreto Legislativo 81 del 2008 che, possibilmente ha la possibilità di trasformarsi in un capo di imputazione per lesioni colpose gravi e gravissime, o omicidio colposo, per colpa specifica.

Cos’è il GDPR

GDPR è l’acronimo di General Data Protection Regulation, ovvero Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati. Il GDPR è una normativa europea in materia di protezione dei dati personali che è entrata in vigore il 25 maggio 2018. Il GDPR stabilisce le regole per la raccolta, l’utilizzo, la conservazione, la trasmissione e la protezione dei dati personali dei cittadini dell’Unione Europea (UE). Si applica a tutte le organizzazioni che raccolgono, trattano o utilizzano dati personali di persone fisiche residenti nell’UE, indipendentemente dalla loro posizione geografica.

ll GDPR definisce i dati personali come “qualsiasi informazione riguardante una persona fisica identificata o identificabile” (art. 4, n. 1). I dati sanitari rientrano nella categoria dei dati personali e sono considerati “dati sensibili” ai sensi del GDPR, in quanto possono rivelare informazioni sulla salute di un individuo. Secondo il GDPR, i dati sensibili comprendono, tra gli altri, “dati personali relativi alla salute fisica o mentale di una persona fisica” (art. 9, n. 1). Il certificato di idoneità alla mansione è stato concepito per trasmettere, all’interno dell’organizzazione del datore di lavoro, alcune informazioni riguardanti la salute del lavoratore come, ad esempio, la sua idoneità alla mansione, che può essere assoluta, parziale o limitata. Queste informazioni rientrano tra i dati personali protetti dal GDPR e possono essere trattati solo secondo le normative applicabili.

In particolare, i dati che riguardano la salute fisica o mentale di una persona sono protetti dal GDPR e possono essere trattati solo in base a eccezioni specifiche previste dalla legge o con il consenso esplicito dell’interessato. L’articolo 9 comma 2 del GDPR elenca i casi in cui è possibile trattare i dati personali relativi alla salute, e nessuna voce può essere direttamente riferita ad un affidamento di un appalto.

Chi può trattare i dati contenuti nei certificati di idoneità alla mansione?

La normativa sulla tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori, il Decreto Legislativo 81 del 2008, indica quali sono i ruoli che hanno l’obbligo di trattare queste informazioni. Sono il datore di lavoro ed i dirigenti – D.Lgs. 81/2008, art. 18 c. 1 lett. c): «nell’affidare i compiti ai lavoratori, tenere conto delle capacità e delle condizioni degli stessi in rapporto alla loro salute e alla sicurezza» e, naturalmente, il medico competente (art. 25). Non sono in questo elenco altre figure rilevanti del sistema di prevenzione aziendale: i preposti, i rappresentanti dei lavoratori e, sorprendentemente, il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione.

L’articolo 26, obblighi connessi ai contratti d’appalto, d’opera e di somministrazione, non registra quest’obbligo, a carico di nessuno, figuriamoci il datore di lavoro committente. Morale: l’unica possibilità per un datore di lavoro committente, per gestire i certificati di idoneità alla mansione dei lavoratori dei suoi appaltatori, è richiedere il permesso ai titolari dei dati: i lavoratori.

Il GDPR stabilisce che i dati personali devono essere trattati nel rispetto dei principi di liceità, equità e trasparenza, e solo per scopi determinati, espliciti e legittimi. Inoltre, i dati personali non possono essere conservati per periodi più lunghi di quelli necessari per gli scopi per i quali sono stati raccolti. Entrando più in dettaglio, il trattamento delle informazioni contenute nei certificati di idoneità alla mansione, rientra nella categoria di “dati sensibili” e richiede un livello elevato di protezione ai sensi del GDPR. Per gestire questi dati in conformità al GDPR, è necessario seguire i seguenti passaggi:

  • Identificare le informazioni sanitarie che si gestiscono e determinare la base giuridica per il loro trattamento.
  • Informare le persone interessate su come verranno utilizzati i loro dati, incluso il tipo di informazioni che si raccolgono, il motivo per cui sono necessari e chi avrà accesso ai dati.
  • Impostare misure di sicurezza adeguate per proteggere i dati sanitari, come la crittografia e la protezione da accessi non autorizzati.
  • Rispettare la richiesta di accesso, cancellazione o portabilità dei dati da parte dei titolari dei dati.
  • Designare un Responsabile della Protezione dei Dati (DPO) se necessario.
  • Tenere traccia delle attività di trattamento dei dati sanitari e tenere registri adeguati.
  • Seguire le procedure appropriate in caso di violazione dei dati sanitari.

È importante notare che il trattamento dei dati sanitari può essere soggetto a normative specifiche in materia di salute e privacy, oltre al GDPR. Pertanto, è fondamentale essere a conoscenza delle normative specifiche del settore e del paese in cui si svolgono le attività di trattamento dei dati sanitari.

Informativa. Autorizzazione dei titolari richiesta e ottenuta. Modalità sicure per la gestione dei dati. Registrazione delle attività di trattamento. Consentire l’accessibilità a questi dati ai titolari? Siamo sicuri che tutto questo sia rispettato? Magari in un cantiere? E, soprattutto, che ne valga la pena?

Una alternativa intelligente

Non prendiamoci in giro. La raccolta dei certificati di idoneità alla mansione dei lavoratori in appalto, che qualche organizzazione committente fa, non serve a nulla. Non ho mai visto committenti supervisionare le e attività affidate, controllando costantemente che i lavoratori fossero idonei alla mansione specifica. Al limite il committente può predisporre un controllo sul rispetto delle scadenze per le visite periodiche. Deve essere chiaro che lo fa gratuitamente, quasi sicuramente violando la legge, per accertarsi che i propri appaltatori adempiano ad un obbligo specifico. Con buona pace delle capacità organizzative che dovrebbero essere valutate in fase di selezione dell’appaltatore, auspicabilmente per rivolgersi ad una impresa che è in grado di tenere sotto controllo questi adempimenti in autonomia.

Se proprio si crede sia necessario verificare che i propri appaltatori siano diligenti nello svolgimento della sorveglianza sanitaria, perché non considerare le “informazioni relative ai dati aggregati sanitari e di rischio dei lavoratori”, che il Medico competente aziendale deve produrre ogni anno, entro il primo trimestre, per trasmetterle ai servizi territoriali? Innanzitutto, si tratta, appunto, di dati aggregati, le persone che hanno fornito la base delle informazioni non sono individuabili, i dati non sono personali e quindi il loro trattamento è al di fuori del campo di applicazione del GDPR.

Le informazioni che questa relazione trasmette sono facilmente verificabili scorrendo l’allegato 3B del Decreto Legislativo 81 del 2008: lavoratori occupati, lavoratori soggetti a sorveglianza sanitaria, lavoratori che sono stati effettivamente sottoposti a visita durante il periodo, con esiti, sempre aggregati. Quanto basta per verificare se l’appaltatore è stato diligente: se i lavoratori soggetti a sorveglianza sanitaria sono, diciamo, 100 e le visite nell’anno di riferimento sono state 10, c’è qualcosa che non va. Lo stesso se il panorama dei rischi lavorativi che il medico ha registrato è radicalmente differente da quello cui verosimilmente saranno esposti i lavoratori per le attività appaltate.

Il nostro sistema della prevenzione è inserito all’interno di una più ampia organizzazione delle tutele generali. Un vero professionista sa trovare il controllo del rischio più efficace – anche quello amministrativo – sapendo rispettare tutte le salvaguardie. Che, non dimentichiamo, sono il frutto di una lunga stagione di lotte e di conquiste. Non vorremo mica trasformarci in un sistema totalitario di stampo orientale qualsiasi, magari solo per sciatteria?

Imprese affidatarie ma non esecutrici: come funziona il Titolo IV? | Teknoring

Nel mondo estremamente frammentato dell’edilizia italiana, può accadere che il committente si trovi ad avere affidato i lavori ad una organizzazione che, a questo punto, diventa l’impresa affidataria, senza che però questa abbia l’intenzione di eseguire alcuna attività produttiva in cantiere, avendo deciso di affidarsi completamente al subappalto. Come deve essere gestita questa condizione? In che modo si declinano gli obblighi e le responsabilità che il Testo unico per la sicurezza prevede, in queste circostanze?

In qualsiasi modo la si voglia porre, una impresa affidataria non può essere solo una scatola vuota, con l’unica funzionalità di ufficio acquisti, per selezionare i subappaltatori che si occuperanno di eseguire l’opera. La norma, infatti, mette in carico al datore di lavoro di essa una serie di incombenze, delle quali solo alcune possono essere svolte senza mettere piede in cantiere. L’articolo 97 del Titolo IV richiede la presenza di dirigenti e preposti, che debbono essere adeguatamente formati (comma 3-ter), per potere gestire adeguatamente le incombenze dei commi 1, 2 e 3.

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RSPP e coordinatore della sicurezza: quali aspetti regolano il loro rapporto? | Teknoring

Il Titolo I del D.Lgs. 81/2008 stabilisce i criteri per l’organizzazione delle aziende sotto il profilo della sicurezza. Sappiamo tutti che alla struttura gerarchica viene affiancato un ruolo, il Servizio Prevenzione e Protezione, che non dipende da questa, ma è inteso fornirle un aiuto professionale e specializzato a supporto delle scelte di politica, organizzazione e tecniche, che possono avere ripercussioni sulla tutela dei lavoratori. Il Responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione, di cui la legge stabilisce le competenze e le capacità professionali, non dirige il servizio, e questo proprio a ribadire la sua distanza dalle decisioni aziendali, ma lo coordina (art. 2 c. 1 lett. f), su designazione del datore di lavoro. Occorre dire che, nella pratica professionale corrente, il RSPP è diventata una figura dotata del suo rilevante carico di operatività: in realtà non si limita ad osservare l’azione sviluppata dalle figure della linea, sollevando una bandierina come il guardalinee quando vede un fallo, ma può essere chiamato dalla propria organizzazione a presidiare a vario titolo i processi impegnativi del sistema.

Nei progetti edili è possibile che questi ruoli possano interagire a vario titolo. Ci sono due condizioni che configurano quattro diversi aspetti del rapporto tra RSPP e coordinatori: i cantieri di edilizia ordinari e quelli che si sviluppano all’interno di stabilimenti produttivi.

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La valutazione dell’idoneità tecnico- professionale: quali obiettivi? | ISL

Il processo descritto dall’articolo 26 comma 1 lettera a) del Decreto Legislativo 81 del 2008 e, solo per i lavori che ricadono nel perimetro di applicazione del Titolo IV, i cantieri temporanei o mobili, all’Allegato XVII, è una delle questioni meno comprese di tutto il Testo Unico. La valutazione dell’idoneità tecnico professionale è il processo che l’industria ha definito per individuare il soggetto cui affidare un appalto, basandosi sui requisiti e sulle aspettative del committente. Non ha alcun senso, come troppo spesso si vede fare, che un’azienda stabilisca che il contratto di appalto debba essere concluso con un appaltatore particolare, e si affidi poi ad uno specialista della sicurezza per qualificarlo, ovvero per raccogliere faticosamente o aiutarlo a produrre i documenti che dovrebbero stabilire che è un soggetto idoneo.

Poi, l’industria italiana sta aspettando da ormai 13 anni che venga finalmente emesso il decreto che definisce il sistema di qualificazione delle imprese e dei lavoratori autonomi, che doveva essere elaborato dalla Commissione consultiva permanente per la salute e sicurezza sul lavoro e proposto dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali. La prima volta fu promesso che sarebbe avvenuto entro la primavera del 2009. Scaduto questo termine si è pensato di decidersi entro l’estate del 2014; un impegno del decreto-legge 69 del 2013, dall’ambizioso titolo Disposizioni urgenti per il rilancio dell’economia. Il 2014 è passato ormai da sette anni, e si vede che non era poi così urgente.

Per fortuna, gran parte del mondo industriale ha provveduto a definire processi di qualifica o di prequalifica per le aziende che vogliono accedere ai contratti di appalto. Per la maggior parte di tratta di procedimenti amministrativi che hanno come obiettivo tutelare l’investimento economico che le aziende fanno, quando assegnano contratti, e possono riguardare lo stato economico e finanziario, il possesso delle certificazioni volontarie rilevanti, o di quelle obbligatorie o altri adempimenti definiti dalla legge. A seconda dei lavori e di come sono organizzati i diversi settori industriali, la valutazione dell’idoneità tecnico professionale, desiderata ma non precisata dalla norma, può avvenire in tre momenti:

  1. durante, appunto, questo processo di prequalifica, prima quindi della definizione dei possibili contratti d’appalto;
  2. definendo a livello contrattuale i requisiti che l’appaltatore deve possedere, in relazione al possesso di capacità organizzative, disponibilità di forza lavoro, di macchine e di attrezzature;
  3. in fase di negoziazione, in relazione ad uno specifico progetto per un bene o un servizio.

Leggi tutto l’articolo sul numero 10/2021 di Igiene & Sicurezza del Lavoro

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Lezioni pratiche di sicurezza in cantiere | ISL

La predisposizione di un sistema efficace per la protezione dei lavoratori non può prescindere dalla definizione di situazioni in cui è necessario produrre delle registrazioni. Che queste, poi, siano cartacee, può essere anche visto come un sintomo dell’arretratezza che si sconta tutti i giorni in cantiere. La rivoluzione tecnologica che ci ha dato i dispositivi portatili come palmari e cellulari ha da tempo messo a disposizione alle organizzazioni modalità più efficaci di quelle dei “pizzini” per gestire le informazioni: esistono soluzioni industriali consolidate, già disponibili ed espressamente studiate per migliorare la produttività delle organizzazioni che le adottano. La chat di WhatsApp di cantiere non è una soluzione granché brillante, adatta giusto a quelle imprese che possono vantare un organico di 2,6 addetti (organico medio delle imprese italiane di costruzioni, secondo ANCE, l’Associazione Nazionale Costruttori Edili).

Una registrazione può essere definita come il supporto fisico o informatico di una informazione. In un sistema produttivo la necessità di eseguire registrazioni deve essere giustificata, perché altrimenti è uno spreco di risorse. Tra i motivi per i quali è opportuno compiere registrazioni:

  • un requisito legale;
  • la necessità o l’opportunità di volere esaminare il contenuto delle registrazioni in un secondo tempo, per analizzare le attività cui queste si riferiscono, in maniera singola o aggregata.

Una registrazione, poi, può essere uno strumento di una strategia più elaborata, che integra uno o entrambi i motivi elencati sopra in un processo finalizzato a fornire istruzioni passo-passo alla persona che esegue la registrazione. È il caso, ad esempio, delle check-list, che forniscono alla persona che la compila sia il supporto che le informazioni base per fare le scelte che dovrà registrare. In questo caso, la registrazione è un veicolo per l’informazione che va nei due sensi: non solo dalla persona che la compila verso l’organizzazione, ma anche da questa in direzione del compilatore.

Leggi tutto l’articolo sul numero 8-9/2021 di Igiene & Sicurezza del Lavoro

Il rapporto tra il coordinatore e l’RSPP: quattro scenari – webinar

Non si può dire che il Titolo IV del Decreto Legislativo 81/2008 abbia avuto un particolare successo: il recepimento italiano della direttiva 92/57/CEE è una norma involuta, che è stata scritta da qualcuno che non aveva particolari conoscenze relative al settore economico che andava a regolamentare.

Per questo motivo, è stata calata dall’alto nel mondo dell’edilizia, con il semplice effetto di creare un nuovo processo, che si è affiancato a quelli esistenti, senza influenzarli più di tanto, al netto di poche esperienze positive, che risaltano tanto più in quanto svettano in un panorama di mediocrità desolante. Tra le varie cose, l’interfaccia tra gli obblighi previsti dal Titolo I, che stabilisce i criteri con i quali è necessario organizzare l’azienda con l’obiettivo della protezione e prevenzione dei rischi, e quelli previsti dal Titolo IV, relativo ai soli cantieri temporanei e mobili, è di difficile interpretazione.

Il Titolo I e il Titolo IV del D.Lgs. 81/2008 sono intesi gestire due condizioni distinte, che però in alcune situazioni possono sovrapporsi. Questo corso individua le situazioni in cui il Responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione e il Coordinatore per la sicurezza possono entrare in contatto, e analizza gli obblighi e le responsabilità di queste figure, a seconda dei punti di vista:

  • il RSPP di una impresa di costruzioni, e il Coordinatore di un progetto in cui questa opera;
  • il RSPP di uno stabilimento industriale, e il Coordinatore delle opere edili che vengono eseguite al suo interno.

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Il CSE: quello che non deve chiedere

I social che si rivolgono ai professionisti possono essere senz’altro un fattore positivo nello sviluppo di un’attività: migliorano la possibilità di sviluppare contatti e di essere aggiornati sulle novità. L’esperienza però può diventare deludente quando si tratta di scambiarsi opinioni, specialmente se si utilizzano le sole possibilità fornite dai post. Le limitazioni dei contenuti, poche centinaia di battute, impediscono di sviluppare discorsi anche solo appena approfonditi. Inoltre, sempre i post, sembrano essere stati ideati come sostitutivi della normale conversazione, ma la mancanza di tutto l’apparato di comunicazione indiretta, postura, atteggiamento, espressione del volto e del corpo, possono generare e generano di frequente fraintendimenti. È facile percepire come aggressivo quello che non è o che non vuole essere, e allora la conversazione trascende.

Qualche giorno fa, su LinkedIn, mi sono imbattuto in un post relativo all’articolo Compiti del CSE: piani di sicurezza, cooperazione e coordinamento, pubblicato sul benemerito portale Punto Sicuro, che da oltre vent’anni produce contenuti di qualità. Leggendolo, ho notato un paio di cose che ho pensato meritassero essere discusse, con lo scopo – come si diceva una volta – del miglioramento della professione. Siccome non ho nessun interesse a fare polemiche, e mi è sembrato che il mio intervento fosse stato frainteso, ovvero che mi fossi spiegato male, ho deciso di prendermi lo spazio necessario ad articolare il mio pensiero.

Il CSE “non ha richiesto”

In quell’articolo sono rimasto colpito in particolare da un dispositivo della sentenza della Cassazione Penale, Sezione Quarta, numero 2845 del 25 gennaio del 2021, che contesta il comportamento omissivo del CSE perché questi non aveva “richiesto alla ditta appaltatrice l’osservanza di corrette procedure di lavoro”.

La mia opinione è che questa sia una scelta infelice di parole, tanto più che il concetto cui fa riferimento, viene ripetuto poco oltre – “per non avere sollecitato l’appaltatore alla messa a norma del ponteggio”. Ho sempre pensato che il comportamento che deve essere richiesto quando una qualche figura ha delle responsabilità stabilite da una legge, fosse quello richiesto nella legge stessa, ma non leggo in nessuna delle lettere dell’articolo 92 c. 1 del D.Lgs. 81/2008 che il CSE abbia l’obbligo di richiedere e sollecitare all’appaltatore il rispetto delle norme. A prescindere che esse derivino da norme di legge (la protezione dei lavoratori in generale), o da un contratto ed una legge (il contenuto del PSC). Il CSE, nel caso osservi violazioni al contenuto del PSC o, più in generale, alle buone prassi nella sua accezione più ampia – è così che definirò in maniera molto ampia il contenuto degli articoli 94, 95, 96 e 97 comma 1 – non chiede o sollecita: contesta per iscritto e segnala al committente o responsabile dei lavori, con le modalità stabilite dalla lettera e), sempre dell’art. 92 c.1. In caso di pericolo grave e imminente, direttamente contestato, sospende i lavori. Punto.

Per approfondire, questo articolo esamina gli obblighi definiti dall’articolo 92 del D.Lgs. 81/2008

Oserei anzi dire, che se mi trovassi in una condizione in cui mi accorgo che il CSE ha documentato di avere “richiesto o sollecitato” il rispetto delle regole, senza percorrere i passi appena ricordati, e questa richiesta e sollecitazione entrasse nel nesso di causalità che sfocia in un infortunio, beh, mi sentirei dispiaciuto per il collega che, non avendo compreso bene quali sono gli obblighi legali del ruolo che ricopre, si è incastrato con le proprie mani.

Sì, ma dice, “le opportune azioni di coordinamento e controllo – e qui invece stiamo parlando del comma a) dell’articolo 92 – consistono esattamente nel richiedere e sollecitare  la conformità al PSC e alla corretta applicazione delle procedure di lavoro in sicurezza”.

Coordinamento e controllo

Questa posizione non mi convince. La prima ragione è quella che ho esposto: la legge stabilisce già cosa fare in caso di deviazione dalla norma, senza dire – tra l’altro – che prima è necessario fare un tentativo, diciamo così, conciliatorio: appaltatore che non rispetti le regole, te lo chiedo una volta, poi avviso il committente o il RL. No, non è così.

Suggerimenti su come articolare l’attività ispettiva in cantiere del CSE

Il secondo motivo è, diciamo così, più sottile. Come è noto, il titolo IV del D.Lgs. 81/2008 deriva da una serie di riscritture della direttiva 92/57/CEE, che definiva regole e processi per la gestione della sicurezza nei cantieri temporanei e mobili. Nonostante i travisamenti che i concetti originali hanno subito, il pensiero di fondo rimane ancora: si tratta di una norma che ha come obiettivo regolare i processi nei progetti di ingegneria civile e non quello di determinare colpevoli. Se provate a leggere la direttiva originale, non troverete da nessuna parte che uno dei ruoli definiti dalla norma ha la responsabilità di controllare che gli altri rispettino le regole. Non c’è scritto da nessuna parte, ad esempio, che il coordinatore in fase di esecuzione verifica la corretta applicazione delle procedure di lavoro in sicurezza da parte dell’appaltatore.

Se ora, con in mente questo concetto, leggete la lettera a) dell’art. 92 del D.Lgs. 81/2008, scoprirete che non lo chiede nemmeno il Testo Unico: il CSE verifica che il contenuto di un patto contrattuale, “rinforzato” dalla legge, il PSC, sia applicato dagli appaltatori. Lo fa con azioni di coordinamento, ovvero ordinando le lavorazioni in sequenze organiche nei principi delle misure generali di tutela, e di controllo, e quindi esaminando quanto predisposto dall’affidatario allo scopo di garantirne la conformità a quanto previsto dal PSC.

Ho ricoperto il ruolo di coordinatore in progettazione e di coordinatore in esecuzione per sedici anni, con oltre dieci miliardi di euro di incarichi svolti, giungendo ad essere il riferimento per oltre settanta tecnici impegnati nel coordinamento della sicurezza in tutta Italia.

La pratica professionale

Il CSE non ha la necessità di “richiedere” le cose. L’appaltatore è già obbligato, a questo proposito. Lo dice la legge. Se entriamo nello specifico del cantiere, il fatto che il PSC sia “parte integrante del contratto di appalto” (art. 100 c. 2), fa sì che il suo contenuto sia stato accettato nel momento della sottoscrizione del contratto. L’appaltatore è obbligato, mica glielo devo chiedere!

No perché, sapete, la pratica professionale si evolve anche con la lettura delle sentenze di Cassazione negli articoli sui portali e sui social. Alcuni coordinatori poco riflessivi, già svolgono alcune attività che non hanno nulla a che fare con i propri obblighi di legge, tipo raccogliere i certificati di idoneità alla mansione o le ricevute dei DPI. Hanno visto qualcun altro farlo e gli è sembrato furbo, anche se in realtà sono comportamenti che infrangono qualche legge, ad esempio quella sulla protezione dei dati personali, o potrebbero essere usati per ipotizzare profili di responsabilità, secondo l’articolo 299, esercizio di fatto di poteri direttivi, o per colpa generica. Non vorrei trovarmi, la prossima volta che farò un audit in un cantiere, o una consulenza per un incidente, un bel modulo nuovo nuovo, in cui il CSE chiede all’appaltatore il rispetto delle norme…

Si commentano le sentenze?

Ogni tanto si sente dire che le sentenze non si commentano. E perché? Una sentenza è un artefatto umano, e quindi soggetto ad essere migliorabile, come qualsiasi altro prodotto dell’uomo. In fondo, anche l’atteggiamento della Corte di Cassazione nei confronti del CSE è cambiato nel tempo, passando da considerarlo il perno della sicurezza, anche qui una espressione infelice, ad un ruolo di alta direzione. E immagino che una parte, magari piccola, di questo mutamento sia da attribuire alle discussioni che negli anni sono state fatte nei corsi, nei convegni e nei social.

Credo che sia responsabilità della parte migliore della professione articolare le analisi ed i ragionamenti, spiegarsi senza nascondersi dietro slogan o affermazioni apodittiche, che si suppone non abbiano bisogno di essere dimostrate, con il sottinteso che se non lo sai è perché non sei all’altezza. Il nostro obiettivo deve essere quello di fornire argomenti ad un dibattito misurato e civile.

Sicurezza nei cantieri: figure, ruoli, responsabilità in 11 punti

Un prontuario da scaricare su Teknoring

Il panorama delle costruzioni italiane è desolante: l’impresa media ha 2,6 addetti (dati ANCE). Ciò significa che l’organizzazione e le tecnologie mediamente sono a questo livello: di 2,6 addetti. Anche i giganti sono tali solo se considerati in relazione al nostro paese: la nostra più grande impresa è al diciottesimo posto nell’indagine internazionale che tradizionalmente viene eseguita da Guamari, la società di ricerca specialistica (rapporto 2020), con un giro d’affari dell’87% più basso della prima. Le altre sono al 38mo e al 50mo. Prima delle nostre ci sono, naturalmente, i cinesi, ma anche francesi, spagnoli, svedesi, austriaci e inglesi. Nel mondo moderno tecnologie e organizzazione sono il fattore chiave della competitività ed essere in ritardo è un problema. Il 62% delle imprese edili italiane è formata da un solo addetto, il 96% da un numero fino a nove (dati ANCE). Con questi numeri, l’aspettativa di imbattersi in una organizzazione che abbia contezza dei processi e dei requisiti normativi per la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori, è veramente bassa.


Di qui la scelta di redigere questo prontuario delle figure chiave della salute e della sicurezza nei cantieri, descrivendone con semplicità ed in modo diretto i comportamenti che la norma si attende, partendo naturalmente dai concetti espressi dal Titolo IV del Decreto Legislativo 81/2008, che è il riferimento per chi opera in questo settore produttivo.

Puoi scaricare il prontuario, dopo la registrazione, a questo link.

Corso di formazione: il rapporto tra il coordinatore per la sicurezza e il RSPP

Online il 9 aprile 2021

Il corso è rivolto a ASPP/RSPP, Dirigenti, Preposti, Formatori, Coordinatori di cantiere, Datori di lavoro, Ingegneri, Architetti, Geometri, Periti Industriali e a tutte le figure lavorative che si occupano di Qualità Ambiente e Sicurezza

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I criteri dei sistemi di gestione applicati al coordinamento della sicurezza

Come gestire un cantiere definendo un processo di misurazione e monitoraggio, a integrazione e supporto di quello definito dalla norma come responsabilità del coordinatore per l’esecuzione? Per fare questo la sequenza può essere:

  • definire cosa misurare, che naturalmente deve corrispondere o essere pertinente ai requisiti definiti dalla norma e agli obiettivi che ci si era dati in fase di redazione del PSC;
  • determinare come eseguire il monitoraggio e le misurazioni, nonché come svolgere il confronto con gli obiettivi; in pratica le tecniche di misurazioni e monitoraggio, attraverso le quali si ottiene un numero che definisce la prestazione;
  • stabilire quali saranno i criteri di valutazione;
  • stabilire quando eseguire monitoraggio e misurazioni, questo in rapporto a come si sviluppano i processi all’interno dei quali occorre eseguire la misurazione;
  • determinare quanto eseguire, valutare e comunicare i risultati, importante, in funzione a come si è deciso di articolare il processo della comunicazione, di cui al requisito 7.4, tenendo naturalmente conto dei requisiti stabiliti dalla legge, nel nostro caso, dall’art. 92. c. 1 lett. e).
Una proposta per una scheda per registrare i sopralluoghi in cantiere che consente di raccogliere indicatori numerici

Misurazione e monitoraggio implicano che gli strumenti per le registrazioni che siamo abituati a vedere utilizzate nei cantieri, più simili ad elaborati resoconti notarili, con tanto di invocazione apotropaica alla fine (il contenuto di questo verbale costituisce aggiornamento del piano di sicurezza e coordinamento), che a vere e proprie check list cambino il loro aspetto, predisponendosi per ospitare numeri (misurazioni) o, più appropriatamente, risultati del monitoraggio (conforme, non conforme).

Come rappresentare le osservazioni nel periodo

La definizione di cosa misurare o assoggettare a monitoraggio è la questione strategica da affrontare per prima: è consigliabile che le categorie siano sufficientemente ampie da consentire l’aggregazione dei risultati, ma non generiche da non poterne distinguere il contenuto. Tanto per estremizzare, una sola voce generale riferita alle condizioni del cantiere (soddisfacente/non soddisfacente) probabilmente non consente di entrare nel dettaglio delle possibili deviazioni. Ma anche una checklist ultra-specialistica (sono state ruotate in direzione verticale le copiglie alle estremità dei vermi?) è utile solo se il nostro ambito è, appunto, talmente particolareggiato. Se l’obiettivo è quello di verificare come vengono implementate le prescrizioni del PSC si può partire dal contenuto che la norma definisce per questo, come, ad esempio, esemplata sul contenuto del D.Lgs. 81/2008, All. XV punti 2.2.1, 2.2.2, 2.2.3 e 2.2.4.

Leggi l’articolo I numeri del coordinatore sul numero 1/2021 di Igiene & Sicurezza del Lavoro di Wolters Kluwer.