Fin dall’inizio, la comunicazione si è mostrata un elemento strategico per la gestione della pandemia, a tutti i livelli. Per le lunghe settimane di marzo, aprile e maggio, fino a che la curva dei contagi prima, e dei morti poi, hanno iniziato a tendere verso il basso, tanti italiani angosciati hanno atteso la conferenza stampa delle 18, quando la protezione civile comunicava i dati della giornata. Comunicare significa letteralmente rendere comune, condividere, e quindi non ci si riferisce solo alle informazioni, alle nozioni di utilizzazione pratica. Si condividono anche gli stati d’animo, le paure e le speranze. C’è un registro formale, che procede attraverso canali ben identificati e tenuti sotto controllo, ma c’è anche quello informale, che un’organizzazione, ma anche un professionista, devono tenere sotto controllo, perché può supportare, o affossare irrimediabilmente, il contenuto che con tanta fatica si è predisposto per il registro principale.
Cosa dire, però, di coloro che hanno mostrato la loro ingenua impreparazione alla guida della cosa pubblica? A prescindere dai contenuti degli atti di governo, in un contesto sociale la comunicazione informale che ha origine negli atteggiamenti mostrati dai leader ha grande influenza nei comportamenti adottati dal pubblico: mostrarsi apertamente refrattari alle misure necessarie al contenimento della pandemia, l’uso della mascherina, il mantenimento delle distanze, anche solo in occasione di riunioni e conferenze stampa, così come quando si viene ripresi circondati da collaboratori, ha fatto passare il messaggio informale che la situazione non è seria e che quindi non è il caso di preoccuparsi delle precauzioni. Un comportamento appena un ette meno grave di quello dei demagoghi.
Leggi l’articolo sul supplemento del numero 8-9/2020 di Igiene & Sicurezza del Lavoro.
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