Il CSE: quello che non deve chiedere

I social che si rivolgono ai professionisti possono essere senz’altro un fattore positivo nello sviluppo di un’attività: migliorano la possibilità di sviluppare contatti e di essere aggiornati sulle novità. L’esperienza però può diventare deludente quando si tratta di scambiarsi opinioni, specialmente se si utilizzano le sole possibilità fornite dai post. Le limitazioni dei contenuti, poche centinaia di battute, impediscono di sviluppare discorsi anche solo appena approfonditi. Inoltre, sempre i post, sembrano essere stati ideati come sostitutivi della normale conversazione, ma la mancanza di tutto l’apparato di comunicazione indiretta, postura, atteggiamento, espressione del volto e del corpo, possono generare e generano di frequente fraintendimenti. È facile percepire come aggressivo quello che non è o che non vuole essere, e allora la conversazione trascende.

Qualche giorno fa, su LinkedIn, mi sono imbattuto in un post relativo all’articolo Compiti del CSE: piani di sicurezza, cooperazione e coordinamento, pubblicato sul benemerito portale Punto Sicuro, che da oltre vent’anni produce contenuti di qualità. Leggendolo, ho notato un paio di cose che ho pensato meritassero essere discusse, con lo scopo – come si diceva una volta – del miglioramento della professione. Siccome non ho nessun interesse a fare polemiche, e mi è sembrato che il mio intervento fosse stato frainteso, ovvero che mi fossi spiegato male, ho deciso di prendermi lo spazio necessario ad articolare il mio pensiero.

Il CSE “non ha richiesto”

In quell’articolo sono rimasto colpito in particolare da un dispositivo della sentenza della Cassazione Penale, Sezione Quarta, numero 2845 del 25 gennaio del 2021, che contesta il comportamento omissivo del CSE perché questi non aveva “richiesto alla ditta appaltatrice l’osservanza di corrette procedure di lavoro”.

La mia opinione è che questa sia una scelta infelice di parole, tanto più che il concetto cui fa riferimento, viene ripetuto poco oltre – “per non avere sollecitato l’appaltatore alla messa a norma del ponteggio”. Ho sempre pensato che il comportamento che deve essere richiesto quando una qualche figura ha delle responsabilità stabilite da una legge, fosse quello richiesto nella legge stessa, ma non leggo in nessuna delle lettere dell’articolo 92 c. 1 del D.Lgs. 81/2008 che il CSE abbia l’obbligo di richiedere e sollecitare all’appaltatore il rispetto delle norme. A prescindere che esse derivino da norme di legge (la protezione dei lavoratori in generale), o da un contratto ed una legge (il contenuto del PSC). Il CSE, nel caso osservi violazioni al contenuto del PSC o, più in generale, alle buone prassi nella sua accezione più ampia – è così che definirò in maniera molto ampia il contenuto degli articoli 94, 95, 96 e 97 comma 1 – non chiede o sollecita: contesta per iscritto e segnala al committente o responsabile dei lavori, con le modalità stabilite dalla lettera e), sempre dell’art. 92 c.1. In caso di pericolo grave e imminente, direttamente contestato, sospende i lavori. Punto.

Per approfondire, questo articolo esamina gli obblighi definiti dall’articolo 92 del D.Lgs. 81/2008

Oserei anzi dire, che se mi trovassi in una condizione in cui mi accorgo che il CSE ha documentato di avere “richiesto o sollecitato” il rispetto delle regole, senza percorrere i passi appena ricordati, e questa richiesta e sollecitazione entrasse nel nesso di causalità che sfocia in un infortunio, beh, mi sentirei dispiaciuto per il collega che, non avendo compreso bene quali sono gli obblighi legali del ruolo che ricopre, si è incastrato con le proprie mani.

Sì, ma dice, “le opportune azioni di coordinamento e controllo – e qui invece stiamo parlando del comma a) dell’articolo 92 – consistono esattamente nel richiedere e sollecitare  la conformità al PSC e alla corretta applicazione delle procedure di lavoro in sicurezza”.

Coordinamento e controllo

Questa posizione non mi convince. La prima ragione è quella che ho esposto: la legge stabilisce già cosa fare in caso di deviazione dalla norma, senza dire – tra l’altro – che prima è necessario fare un tentativo, diciamo così, conciliatorio: appaltatore che non rispetti le regole, te lo chiedo una volta, poi avviso il committente o il RL. No, non è così.

Suggerimenti su come articolare l’attività ispettiva in cantiere del CSE

Il secondo motivo è, diciamo così, più sottile. Come è noto, il titolo IV del D.Lgs. 81/2008 deriva da una serie di riscritture della direttiva 92/57/CEE, che definiva regole e processi per la gestione della sicurezza nei cantieri temporanei e mobili. Nonostante i travisamenti che i concetti originali hanno subito, il pensiero di fondo rimane ancora: si tratta di una norma che ha come obiettivo regolare i processi nei progetti di ingegneria civile e non quello di determinare colpevoli. Se provate a leggere la direttiva originale, non troverete da nessuna parte che uno dei ruoli definiti dalla norma ha la responsabilità di controllare che gli altri rispettino le regole. Non c’è scritto da nessuna parte, ad esempio, che il coordinatore in fase di esecuzione verifica la corretta applicazione delle procedure di lavoro in sicurezza da parte dell’appaltatore.

Se ora, con in mente questo concetto, leggete la lettera a) dell’art. 92 del D.Lgs. 81/2008, scoprirete che non lo chiede nemmeno il Testo Unico: il CSE verifica che il contenuto di un patto contrattuale, “rinforzato” dalla legge, il PSC, sia applicato dagli appaltatori. Lo fa con azioni di coordinamento, ovvero ordinando le lavorazioni in sequenze organiche nei principi delle misure generali di tutela, e di controllo, e quindi esaminando quanto predisposto dall’affidatario allo scopo di garantirne la conformità a quanto previsto dal PSC.

Ho ricoperto il ruolo di coordinatore in progettazione e di coordinatore in esecuzione per sedici anni, con oltre dieci miliardi di euro di incarichi svolti, giungendo ad essere il riferimento per oltre settanta tecnici impegnati nel coordinamento della sicurezza in tutta Italia.

La pratica professionale

Il CSE non ha la necessità di “richiedere” le cose. L’appaltatore è già obbligato, a questo proposito. Lo dice la legge. Se entriamo nello specifico del cantiere, il fatto che il PSC sia “parte integrante del contratto di appalto” (art. 100 c. 2), fa sì che il suo contenuto sia stato accettato nel momento della sottoscrizione del contratto. L’appaltatore è obbligato, mica glielo devo chiedere!

No perché, sapete, la pratica professionale si evolve anche con la lettura delle sentenze di Cassazione negli articoli sui portali e sui social. Alcuni coordinatori poco riflessivi, già svolgono alcune attività che non hanno nulla a che fare con i propri obblighi di legge, tipo raccogliere i certificati di idoneità alla mansione o le ricevute dei DPI. Hanno visto qualcun altro farlo e gli è sembrato furbo, anche se in realtà sono comportamenti che infrangono qualche legge, ad esempio quella sulla protezione dei dati personali, o potrebbero essere usati per ipotizzare profili di responsabilità, secondo l’articolo 299, esercizio di fatto di poteri direttivi, o per colpa generica. Non vorrei trovarmi, la prossima volta che farò un audit in un cantiere, o una consulenza per un incidente, un bel modulo nuovo nuovo, in cui il CSE chiede all’appaltatore il rispetto delle norme…

Si commentano le sentenze?

Ogni tanto si sente dire che le sentenze non si commentano. E perché? Una sentenza è un artefatto umano, e quindi soggetto ad essere migliorabile, come qualsiasi altro prodotto dell’uomo. In fondo, anche l’atteggiamento della Corte di Cassazione nei confronti del CSE è cambiato nel tempo, passando da considerarlo il perno della sicurezza, anche qui una espressione infelice, ad un ruolo di alta direzione. E immagino che una parte, magari piccola, di questo mutamento sia da attribuire alle discussioni che negli anni sono state fatte nei corsi, nei convegni e nei social.

Credo che sia responsabilità della parte migliore della professione articolare le analisi ed i ragionamenti, spiegarsi senza nascondersi dietro slogan o affermazioni apodittiche, che si suppone non abbiano bisogno di essere dimostrate, con il sottinteso che se non lo sai è perché non sei all’altezza. Il nostro obiettivo deve essere quello di fornire argomenti ad un dibattito misurato e civile.

Autore: Antonio Pedna

Dopo avere lavorato oltre vent’anni per grandi imprese italiane nel mondo delle infrastrutture, in Italia e all’estero, ho deciso di intraprendere la libera e professione. Il mio lavoro è aiutare le imprese che vogliono migliorare le loro prestazioni di qualità, salute e sicurezza, ambiente e sostenibilità. Sono un consulente per le organizzazioni, specialmente quelle che costruiscono e gestiscono infrastrutture in giro per il mondo. Analizzo i progetti ed eseguo audit per aiutarle a migliorare i loro processi e scegliere i propri appaltatori. Offro servizi di mentoring, per condividere la mia esperienza con i giovani HSE manager e le loro aziende e faccio formazione a tutti i livelli: lavoratori, supervisori, manager. Scrivo su riviste, siti web e ho un podcast dove parlo delle novità del settore e spiego le tecniche consolidate per la gestione HSE. Sono laureato in architettura e ingegneria edile, iscritto all’Ordine degli Architetti della provincia di Milano, Technical Member IOSH (Institution of Occupational Safety and Health), Associate Member IEMA (Institute of Environmental Management and Assessment), Associate ICW (Institute for Collaborative Working) e socio AIAS, l'Associazione Italiana Ambiente e Sicurezza. Ho conseguito un NEBOSH IGC e un FIDIC Module 1, sono lead auditor/auditor certificato per sistemi di gestione qualità, sicurezza e ambiente e ho lavorato come responsabile del servizio prevenzione e protezione (RSPP) per diverse grandi imprese nel settore delle costruzioni. Come coordinatore in fase di progettazione e di esecuzione (CSP/CSE) ho seguito lavori infrastrutturali per circa 10 miliardi di euro.

2 pensieri riguardo “Il CSE: quello che non deve chiedere”

  1. Commento più che condivisibile. Il fatto però è che le sentenze che ogni tanto vengono pubblicate e pubblicizzate, oltre al fatto spesso di essere contraddittorie tra di loro, sono espressione scritta di soggetti che non hanno ne conoscenza ne esperienza diretta di ciò di cui scrivono. E i consulenti di parte? Chi ha avuto a che fare con il giudice (monocratico o meno) sa benissimo che il consulente di parte è personale della ASL o Ispettorato del lavoro, il quale da sempre ha, nell’elenco dei soggetti da colpevolizzare, il CSE.
    Quindi, da una parte sentenze che confermano il ruolo di ‘alto sorvegliante’ del CSE, dall’altra sentenze in cui il ruolo del CSE è quello del ‘crocerossino’ (vedasi anche protocollo condiviso CoVid), del raccoglitore di patentini e formazioni varie, del verificatore dei DPI, etc.

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