Cosa manca nel Piano sicurezza 2026? | IPSOA

Il Piano integrato per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro 2026 raccoglie iniziative utili su formazione, vigilanza, incentivi, dati e mancati infortuni, ma presenta più i caratteri di un’agenda istituzionale che quelli di un piano operativo. Il documento indica obiettivi generali condivisibili senza precisare il cambiamento atteso, i risultati misurabili, le risorse necessarie e i criteri con cui valutarne l’efficacia. L’assenza di baseline, target, indicatori di risultato, responsabilità e scadenze rischia di ridurre il monitoraggio al conteggio delle attività realizzate, senza verificare ciò che è realmente cambiato nei luoghi di lavoro.

Anche il richiamo alla cultura della sicurezza rimane generico quando non viene collegato all’organizzazione del lavoro, alla manutenzione, alla gestione degli appalti, alle pressioni produttive e alla capacità decisionale dei soggetti aziendali. Gli elementi più promettenti, come l’analisi dei near miss, la vigilanza mirata e l’integrazione delle banche dati, richiedono tuttavia strumenti semplici per le piccole imprese e un sistema informativo nazionale affidabile e pienamente operativo. Un vero piano nazionale dovrebbe selezionare poche priorità basate sui dati, assegnare responsabilità e risorse, misurare gli effetti e rendere pubblicamente conto di ciò che ha funzionato, di ciò che non ha funzionato e delle correzioni introdotte.

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Politica HSE: coerenza, governo e pratica quotidiana | HSE+

La politica HSE è un atto di governo che orienta priorità, investimenti, responsabilità e decisioni, soprattutto quando tempi, costi e produzione entrano in tensione con gli impegni dichiarati. La sua attuazione richiede che AD e CdA definiscano indirizzi e risorse, che i dirigenti li traducano nell’organizzazione del lavoro e che preposti, RSPP, medico competente e lavoratori contribuiscano secondo il proprio ruolo. La coerenza della politica si riconosce nella continuità tra obiettivi, verbali, budget, controlli sul campo, azioni correttive e riscontri restituiti a chi segnala problemi.

Documenti, procedure e istruzioni devono quindi rendere leggibili le decisioni, distribuire con chiarezza le responsabilità e accompagnare concretamente le attività operative. La loro revisione deve seguire i cambiamenti reali dei processi, eliminando testi superati, duplicazioni e regole tanto complesse da favorire adempimenti formali o aggiramenti.

Una politica HSE diventa credibile quando il sistema ascolta le persone, tratta gli scostamenti, verifica l’efficacia delle azioni e dimostra con evidenze riconoscibili che quanto dichiarato produce effetti nel lavoro quotidiano.

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Come leggere i dati di ESENER 2024, l’indagine di EU-OSHA sui nuovi rischi per la sicurezza sul lavoro? | IPSOA

ESENER è l’indagine europea con cui EU-OSHA rileva, attraverso interviste ai responsabili aziendali, come le imprese gestiscono salute e sicurezza sul lavoro, rischi emergenti, ostacoli alla prevenzione e partecipazione dei lavoratori. L’edizione 2024 offre una base dati ampia e comparabile, utile per capire come stanno cambiando lavoro da remoto, uso delle tecnologie digitali, fattori psicosociali e pratiche di valutazione dei rischi.
Il valore di ESENER sta nella possibilità di leggere i fenomeni in modo ordinato, andando oltre i singoli eventi gravi e osservando tendenze, priorità e aree ancora deboli del sistema prevenzionistico.


Il confronto con l’Italia richiama il SINP, il Sistema Informativo Nazionale per la Prevenzione nei luoghi di lavoro, previsto dall’articolo 8 del d.lgs. 81/2008 per integrare dati su infortuni, malattie professionali, vigilanza e attività di prevenzione. Il SINP avrebbe dovuto offrire una base informativa nazionale stabile per orientare controlli, politiche pubbliche, programmazione istituzionale e valutazione dell’efficacia degli interventi.
La lezione di ESENER 2024, letta accanto al ritardo italiano del SINP, è netta: senza indicatori affidabili, accessibili e confrontabili, la prevenzione rischia di restare meno tempestiva, meno coordinata e meno verificabile.

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ISO 19011:2026: cosa cambia per gli audit dei sistemi di gestione | IPSOA

ISO 19011:2026 aggiorna le linee guida per gli audit dei sistemi di gestione mantenendo la continuità con l’impianto della versione 2018. La revisione prende atto di come gli audit siano ormai svolti anche in ambienti digitali, remoti o ibridi, con evidenze raccolte tramite piattaforme, sistemi gestionali e strumenti collaborativi. Il metodo di audit deve essere scelto e motivato in funzione di obiettivi, rischi, processi da verificare, accessibilità delle evidenze e necessità di osservazione diretta.

La nuova edizione rafforza anche la governance del programma di audit, collegando priorità, frequenza, risorse e competenze a rischi, opportunità, prestazioni e maturità del sistema. Cresce inoltre l’attenzione verso sicurezza delle informazioni, privacy, tracciabilità delle evidenze digitali e limiti degli strumenti tecnologici. Per le organizzazioni già allineate alla versione 2018, l’adeguamento può essere gestito come una revisione mirata di programma, pianificazione, competenze, gestione delle evidenze e reporting.

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AD e CdA: governare bene senza gestione del dettaglio | ISL

Un amministratore delegato e un consiglio di amministrazione non devono sostituirsi a chi gestisce ogni giorno attività, impianti e lavoratori, ma devono fare in modo che la sicurezza entri stabilmente nelle decisioni aziendali, dagli investimenti agli appalti, dall’organizzazione del lavoro alla valutazione dei dirigenti. Delegare l’operatività ha senso solo se il vertice continua a conoscere ciò che accade, assegna obiettivi e risorse, pretende verifiche attendibili e interviene quando il sistema mostra ritardi, deviazioni o rischi non adeguatamente trattati. Procedure firmate e report ben costruiti servono a poco quando i problemi vengono filtrati lungo la gerarchia o arrivano al vertice soltanto dopo essere diventati emergenze.

Per governare davvero occorrono informazioni leggibili, un RSPP in grado di parlare direttamente e con autorevolezza alla direzione, audit indipendenti e riesami periodici dai quali emergano scelte, responsabilità e tempi di attuazione. La qualità del sistema si riconosce dalla continuità tra un problema rilevato, la decisione presa, le risorse messe a disposizione, l’azione realizzata e la verifica che quella misura abbia effettivamente ridotto il rischio.
È in questa continuità, molto più che nella presenza del vertice sul singolo dettaglio operativo, che si vede una leadership capace di prevenire gli eventi e di assumersi fino in fondo il governo dell’organizzazione.

Puoi leggere l’articolo AD e CdA: governare bene senza gestione del dettaglio sul numero 5/2026 di ISL (è richiesto un abbonamento).

Politiche e procedure: dalla regola all’uso quotidiano | IPSOA

Politiche e procedure servono solo se aiutano l’organizzazione a lavorare in modo sicuro, sostenibile e coerente. AD e CdA devono definirne poche, chiare e applicabili, assicurando risorse, controlli e aggiornamenti quando il lavoro reale mostra criticità. I dirigenti le rendono praticabili, integrandole nella pianificazione, assegnando responsabilità e rimuovendo i conflitti tra produzione e sicurezza. I preposti ne verificano l’applicazione quotidiana, correggono le deviazioni e segnalano quando una regola risulta incompleta o difficile da usare.

RSPP e medico competente contribuiscono a mantenere regole tecniche e sanitarie usabili, tracciate, aggiornate e rispettose dei ruoli. I lavoratori completano il sistema applicando le procedure, chiedendo chiarimenti e segnalando ostacoli, quasi infortuni e soluzioni pratiche.

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Responsabilità apicali e sistemi di gestione | One HSE

La responsabilità dei vertici aziendali negli infortuni sul lavoro non può essere letta solo come problema penale, perché un incidente grave segnala prima di tutto un fallimento tecnico e organizzativo.
Il D.Lgs. 231/2001 e l’art. 30 del D.Lgs. 81/2008 spostano l’attenzione dal singolo errore al funzionamento complessivo dell’impresa. In questa prospettiva, un modello organizzativo fondato sui principi della ISO 45001 non è un documento da esibire, ma uno strumento per prevenire davvero gli eventi lesivi.

AD e CdA devono quindi assumere la sicurezza come responsabilità diretta, definendo obiettivi, risorse, controlli e flussi informativi affidabili.
Indicatori, audit, segnalazioni e riesami servono solo se vengono letti, discussi e usati per prendere decisioni. L’obiettivo non è costruire una difesa dopo l’incidente, ma governare l’organizzazione in modo che l’incidente diventi raro, eccezionale e tecnicamente spiegabile.

Puoi scaricare lo speciale Responsabilità apicali e sistemi di gestione cliccando qui (registrazione necessaria).

UNI 12012:2026: una norma utile anche per chi si occupa di HSE | IPSOA

La UNI 12012:2026 definisce il profilo del risk manager come figura incaricata di coordinare la gestione integrata dei rischi nell’organizzazione, con un interesse diretto anche per chi opera in ambito HSE. La norma non si limita a descrivere un ruolo, ma costruisce un impianto completo fatto di attività, competenze, autonomia, responsabilità, aggiornamento professionale continuo ed elementi etici e deontologici. Il suo impianto è coerente con EQF, QNQ, Legge 4/2013 e con la logica della High Level Structure dei sistemi di gestione, favorendo un linguaggio professionale più ordinato e condiviso.

Il richiamo esplicito a UNI ISO 31000, IEC 31010 e UNI 11865 porta nell’HSE un metodo più strutturato, utile a collegare meglio analisi dei rischi, decisioni e allocazione delle risorse. In questa prospettiva, la valutazione dei rischi dovrebbe smettere di essere un adempimento statico e diventare uno strumento dinamico per orientare priorità, aggiornare le scelte e supportare il management. Per questo la UNI 12012:2026 è utile anche nel mondo HSE: aiuta a integrare meglio la gestione dei rischi e a rendere le professioni tecniche più coerenti, leggibili e capaci di operare con criteri comuni.

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Prevenzione predittiva e gestione dei near-miss | SimpledoNext

I near-miss sono eventi che non hanno causato danni, ma che avrebbero potuto farlo e per questo offrono informazioni utili per prevenire gli infortuni. Anche se il D.Lgs. 81/2008 non li prevede come obbligo autonomo, la loro gestione aiuta a rendere più concreta la valutazione dei rischi, il controllo operativo e l’aggiornamento delle misure di prevenzione. Per usarli bene bisogna distinguere tra near-miss, condizioni pericolose e atti pericolosi, così da leggere con precisione ciò che accade nel lavoro reale.

Un sistema che funziona richiede segnalazioni facili, valutazione del potenziale dell’evento, analisi proporzionata e azioni seguite da una verifica della loro efficacia. Questo metodo è utile a consulenti, PMI e grandi imprese perché permette di individuare criticità prima che diventino incidenti, migliorando affidabilità, organizzazione e capacità decisionale.
Quando i segnali vengono raccolti, analizzati e trasformati in correzioni visibili, la prevenzione diventa davvero predittiva perché riduce in anticipo lo spazio in cui può verificarsi un danno.

Clicca per scaricare Prevenzione predittiva e gestione dei near-miss (registrazione richiesta).

Dopo un’indagine sugli infortuni, il personale operativo deve essere coinvolto nei feedback | IPSOA

L’indagine RCA sugli infortuni non dovrebbe essere trattata come un esercizio tecnico dell’HSE, ma come uno strumento di governo dei processi, utile solo se produce cambiamenti concreti nelle decisioni, nelle regole operative e nell’organizzazione del lavoro. Per questo la responsabilità sostanziale dell’indagine appartiene alla linea, cioè a dirigenti, preposti e process owner, mentre l’HSE ha il compito di facilitare il metodo, garantire rigore e presidiare la coerenza del processo. Anche i lavoratori hanno un ruolo indispensabile, perché conoscono il lavoro reale, gli adattamenti quotidiani e quei segnali deboli che spesso non compaiono nelle procedure ma aiutano a capire perché l’evento sia diventato possibile.

Il feedback non è una fase accessoria: serve a verificare se le azioni correttive individuate siano davvero praticabili, pertinenti rispetto alle cause sistemiche e capaci di produrre effetti utili nel contesto operativo. Chi partecipa all’indagine, in particolare attraverso interviste e confronti, ha una legittima aspettativa di restituzione, perché senza un ritorno chiaro sul modo in cui le informazioni sono state usate il processo rischia di apparire estrattivo, formale e poco credibile. Quando invece i risultati vengono restituiti, spiegati e collegati ai cambiamenti introdotti, l’indagine smette di essere un adempimento, rafforza la consapevolezza organizzativa e sostiene un miglioramento continuo più partecipato e più solido.

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