La responsabilità dei vertici aziendali negli infortuni sul lavoro non può essere letta solo come problema penale, perché un incidente grave segnala prima di tutto un fallimento tecnico e organizzativo. Il D.Lgs. 231/2001 e l’art. 30 del D.Lgs. 81/2008 spostano l’attenzione dal singolo errore al funzionamento complessivo dell’impresa. In questa prospettiva, un modello organizzativo fondato sui principi della ISO 45001 non è un documento da esibire, ma uno strumento per prevenire davvero gli eventi lesivi.
AD e CdA devono quindi assumere la sicurezza come responsabilità diretta, definendo obiettivi, risorse, controlli e flussi informativi affidabili. Indicatori, audit, segnalazioni e riesami servono solo se vengono letti, discussi e usati per prendere decisioni. L’obiettivo non è costruire una difesa dopo l’incidente, ma governare l’organizzazione in modo che l’incidente diventi raro, eccezionale e tecnicamente spiegabile.
Puoi scaricare lo speciale Responsabilità apicali e sistemi di gestione cliccando qui (registrazione necessaria).
La UNI 12012:2026 definisce il profilo del risk manager come figura incaricata di coordinare la gestione integrata dei rischi nell’organizzazione, con un interesse diretto anche per chi opera in ambito HSE. La norma non si limita a descrivere un ruolo, ma costruisce un impianto completo fatto di attività, competenze, autonomia, responsabilità, aggiornamento professionale continuo ed elementi etici e deontologici. Il suo impianto è coerente con EQF, QNQ, Legge 4/2013 e con la logica della High Level Structure dei sistemi di gestione, favorendo un linguaggio professionale più ordinato e condiviso.
Il richiamo esplicito a UNI ISO 31000, IEC 31010 e UNI 11865 porta nell’HSE un metodo più strutturato, utile a collegare meglio analisi dei rischi, decisioni e allocazione delle risorse. In questa prospettiva, la valutazione dei rischi dovrebbe smettere di essere un adempimento statico e diventare uno strumento dinamico per orientare priorità, aggiornare le scelte e supportare il management. Per questo la UNI 12012:2026 è utile anche nel mondo HSE: aiuta a integrare meglio la gestione dei rischi e a rendere le professioni tecniche più coerenti, leggibili e capaci di operare con criteri comuni.
Leggi UNI 12012:2026: una norma utile anche per chi si occupa di HSE su IPSOA.
Per decenni l’idea che “piccolo è bello” ha spinto molte imprese a tagliare funzioni di struttura e governo, trattando l’organizzazione come un costo evitabile. Quando la complessità aumenta, quel vuoto viene riempito da soluzioni informali: urgenze che dettano l’agenda, responsabilità sfumate e dipendenza da poche persone chiave. Esaurita la compressione delle strutture, la competizione si è spesso spostata sul costo del lavoro, con salari reali fermi e fuga di competenze che rende ancora più difficile stabilizzare i processi.
Anche la “digitalizzazione” finisce per essere una toppa: chat, fogli Excel e strumenti sparsi che moltiplicano rumore e scarsa tracciabilità invece di integrare davvero i flussi. In questo scenario i sistemi di gestione (ISO 45001 in testa) diventano una stampella tardiva, con un PDCA applicato più per dimostrare conformità che per pianificare, verificare e migliorare sul serio. L’aggiornamento normativo dell’art. 30 verso la UNI EN ISO 45001:2023+A1:2024 può aiutare, ma senza competenze manageriali diffuse e una legislazione più “di progetto” resta il rischio di confondere la certificazione con il governo reale del rischio.
Leggi l’articolo Governare il vuoto: ISO 45001, modelli organizzativi e l’illusione normativa del decreto Sicurezza su ISL 2/2026.
Nelle organizzazioni mature l’indagine sugli infortuni è spesso ben strutturata sul piano tecnico, ma inciampa proprio quando deve “restituire” ciò che ha imparato. Se i risultati restano chiusi nella relazione, l’analisi può essere impeccabile e comunque incidere poco su decisioni e comportamenti quotidiani. L’idea è semplice: la comunicazione non è un extra, è una fase del processo e va progettata perché sia compresa, discussa e ricordata.
Qui funzionano bene le rappresentazioni visive dell’evento: non sostituiscono l’analisi, la traducono in sequenze, interazioni, barriere e scelte leggibili a colpo d’occhio. Proprio perché ogni schema racconta una cosa diversa, conviene sceglierne uno coerente con l’apprendimento atteso ed evitare la tentazione di mettere “tutto” nello stesso disegno. Infine, quando lo schema viene ripulito dal rumore tecnico e portato nello spazio di lavoro, smette di essere un allegato e diventa una traccia stabile di apprendimento, che prolunga l’effetto preventivo dell’indagine.
Puoi leggere l’articolo Nelle indagini sugli infortuni anche lo storytelling è importante su IPSOA
Negli ultimi mesi alcune condanne di amministratori delegati e dirigenti per gravi infortuni hanno riaperto il dibattito: non è realistico chiedere ai vertici di controllare il dettaglio operativo, ma fermarsi a “punire o assolvere” non spiega come evitare che l’evento accada. Mi riferisco a due articoli comparsi su Il Foglio: quello di Luciano Violante sul “wokismo giudiziario” e quello di Ermes Antonucci, sulla logica dello scalpo. Entrambi riflettono una tendenza che noto spesso anche su LinkedIn: criticare le condanne dei vertici aziendali per infortuni, sostenendo che un AD non possa occuparsi dei singoli dettagli.
Guardandola da tecnico, un infortunio grave è prima di tutto un fallimento di progettazione, gestione e controllo dei processi, e solo dopo diventa un tema giudiziario. Il D.Lgs. 231/2001 rende questo passaggio più chiaro perché sposta il baricentro sulla responsabilità dell’organizzazione: dietro l’errore individuale c’è quasi sempre un sistema che ha permesso l’errore, e quindi la prevenzione coincide con il governo dell’azienda, non con un alibi. L’art. 30 del D.Lgs. 81/2008 costruisce il ponte operativo: un MOG fatto bene, coerente con i principi dei sistemi di gestione (ISO 45001), serve a identificare rischi, assegnare ruoli, far circolare informazioni, verificare e migliorare, e non a produrre un manuale da esibire.
In questa logica “alta direzione” significa davvero AD e CdA: non basta firmare una politica e delegare, bisogna fissare obiettivi, dare risorse, pretendere riesami, e soprattutto garantire flussi informativi affidabili basati su evidenze (incluse verifiche indipendenti come gli audit), perché la delega regge solo se c’è controllo. Quando la leadership è visibile e i dati vengono letti e usati per decidere, la sicurezza smette di essere burocrazia e diventa pratica; così l’eventuale esclusione di responsabilità non nasce dal “non avevo tempo”, ma dal fatto che l’organizzazione ha fatto tutto ciò che la tecnica consolidata richiede e gli incidenti, di norma, non accadono.
Puoi leggere l’articolo Prevenire prima di punire: 231, ISO 45001 e le responsabilità apicali su ISL 1/2026
Una delle occasioni più spesso mancate per migliorare la sicurezza è l’inadeguatezza delle indagini su incidenti, infortuni e non conformità, perché l’organizzazione si ferma alla domanda “chi è stato?” invece di ricostruire “perché è stato possibile?”. Le indagini si inceppano di frequente in cinque trappole ricorrenti: chiusura sull’accertamento di responsabilità, risposte preconfezionate, approccio poco tecnico, assenza di follow-up e compartimenti stagni che impediscono la circolazione delle lezioni apprese. Per andare oltre la superficie serve distinguere tra cause sottostanti (atti o condizioni pericolose) e cause radice, cioè le decisioni e le scelte organizzative che hanno reso probabile la catena che porta all’evento.
La Root Cause Analysis sposta lo sguardo dall’errore visibile alle condizioni che lo rendono plausibile e orienta l’indagine non alla colpa, ma al cambiamento di processo, risorse, tempi, controlli e responsabilità. Quando l’RCA è applicata come metodo e non come burocrazia, la squadra d’indagine include anche chi può autorizzare le azioni correttive e traduce l’analisi in decisioni operative, secondo una logica che prevede osservazione strutturata, risalita alle decisioni e progettazione del cambiamento. Infine, l’efficacia non sta nel rapporto ma nel follow-up: un’indagine resta un modello utile e parziale della realtà, e la maturità sta nel verificare nel tempo se le azioni modificano davvero condizioni e comportamenti, trasformando il giudizio in conoscenza.
Puoi leggere l’articolo Indagini RCA: dal giudizio alla conoscenza su AIASMag 39.
Capire come funziona un’azienda è una competenza fondamentale per chi si occupa di salute, sicurezza e ambiente, perché ogni intervento HSE vive dentro strutture, processi e relazioni organizzative reali. I modelli organizzativi e di gestione servono proprio a questo: semplificare la complessità, rendere leggibili i ruoli, capire dove si prendono le decisioni e dove nascono i rischi. Struttura, processi, ruoli e responsabilità non sono concetti teorici, ma strumenti pratici per agire in modo efficace e coerente.
La funzione HSE non è un accessorio normativo, ma una parte integrante dell’organizzazione, con un ruolo trasversale che incide su produttività, reputazione, conformità e innovazione. Per questo l’HSE Manager deve saper leggere anche cultura aziendale e leadership, perché le regole funzionano solo se trovano spazio nei comportamenti quotidiani. In definitiva, conoscere l’organizzazione non serve a fare bei diagrammi, ma a costruire sistemi di prevenzione solidi, adattabili e davvero integrati nel lavoro di ogni giorno .
Puoi leggere l’articolo Comprendere l’impresa per gestire la prevenzione: strumenti e modelli per l’HSE Manager su ISL 12/2025.
La globalizzazione non riguarda solo merci e capitali, ma soprattutto persone che si spostano per lavorare, formarsi e collaborare, portandosi dietro diritti e responsabilità. Nell’Unione Europea la libera circolazione semplifica questi movimenti, ma non elimina le differenze tra le normative nazionali su lavoro, sicurezza e previdenza. La vera sfida è far viaggiare insieme alle competenze anche le tutele, evitando che la mobilità trasformi i lavoratori in soggetti “senza diritti”.
Le imprese che operano oltre confine devono scegliere correttamente tra missione, distacco e trasferimento, perché ogni forma comporta obblighi legali diversi. In particolare, quando l’attività diventa strutturata, valgono sempre le regole del Paese ospitante, soprattutto in materia di sicurezza e formazione. In fondo, la globalizzazione responsabile non è un’ideologia economica, ma una scelta di rispetto verso le persone che rendono possibile il lavoro senza confini .
Leggi l’articolo Globalizzazione responsabile su AIAS Academy.
Da diciassette anni l’articolo 97 del D.Lgs. 81/2008 giace nei cantieri come un soprammobile istituzionale: tutti sanno che c’è, nessuno lo usa davvero. La norma aveva osato immaginare un’impresa affidataria capace di governare la sicurezza, ma il settore ha risposto con una soluzione più pratica e meno impegnativa: trasformare il governo in modulistica e la responsabilità in carta protocollata. Nel frattempo la sicurezza si è difesa benissimo da sola, producendo verbali, firme e fotografie, ma senza mai arrivare a disturbare davvero chi decide.
L’Accordo Stato-Regioni del 2025 irrompe in questo equilibrio perfetto come un promemoria scomodo: forse dirigere un cantiere significa assumersi potere reale, non solo dimostrarne l’esistenza a posteriori. Il nuovo modulo cantieri non aggiunge solo ore di formazione, ma introduce un’idea quasi sovversiva: che la sicurezza sia una questione di organizzazione, leadership e scelte, non di check-list ben compilate. Se farà paura, non sarà per la norma in sé, ma perché ricorda al sistema che ignorare una legge per diciassette anni non la rende meno valida, solo più imbarazzante.
Leggi L’articolo 97, la legge dimenticata nei cantieri su AIAS Academy.
Anche la più piccola deviazione mostra che il lavoro reale si sta staccando da ciò che il sistema prevede, e questo vale più della gravità della singola NC. Quando una anomalia ritorna, significa che non è più un episodio ma una prassi alternativa che funziona meglio della procedura scritta. La procedura, così, resta nei documenti mentre il lavoro prende un’altra strada, più rapida e più aderente alle pressioni quotidiane.
L’accumulo di queste piccole deviazioni allinea lentamente i “buchi” delle barriere, rendendo il sistema più fragile senza che nessuno se ne accorga. Per questo serve registrarle con continuità: non per cercare colpe, ma per non perdere il filo di ciò che si ripete. La gravità indica quando intervenire sull’evento, ma la frequenza delle NC minori indica quando il sistema sta iniziando a perdere presa. Se vuoi leggere l’articolo completo su Teknoring, clicca qui.