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AD e CdA: governare bene senza gestione del dettaglio | ISL

Un amministratore delegato e un consiglio di amministrazione non devono sostituirsi a chi gestisce ogni giorno attività, impianti e lavoratori, ma devono fare in modo che la sicurezza entri stabilmente nelle decisioni aziendali, dagli investimenti agli appalti, dall’organizzazione del lavoro alla valutazione dei dirigenti. Delegare l’operatività ha senso solo se il vertice continua a conoscere ciò che accade, assegna obiettivi e risorse, pretende verifiche attendibili e interviene quando il sistema mostra ritardi, deviazioni o rischi non adeguatamente trattati. Procedure firmate e report ben costruiti servono a poco quando i problemi vengono filtrati lungo la gerarchia o arrivano al vertice soltanto dopo essere diventati emergenze.

Per governare davvero occorrono informazioni leggibili, un RSPP in grado di parlare direttamente e con autorevolezza alla direzione, audit indipendenti e riesami periodici dai quali emergano scelte, responsabilità e tempi di attuazione. La qualità del sistema si riconosce dalla continuità tra un problema rilevato, la decisione presa, le risorse messe a disposizione, l’azione realizzata e la verifica che quella misura abbia effettivamente ridotto il rischio.
È in questa continuità, molto più che nella presenza del vertice sul singolo dettaglio operativo, che si vede una leadership capace di prevenire gli eventi e di assumersi fino in fondo il governo dell’organizzazione.

Puoi leggere l’articolo AD e CdA: governare bene senza gestione del dettaglio sul numero 5/2026 di ISL (è richiesto un abbonamento).

Sicurezza sul lavoro: prima di cercare nuovi responsabili, occorre capire perché il sistema non funziona | HSE+

La Relazione finale della Commissione sulla sicurezza sul lavoro propone di rafforzare il ruolo del RSPP, fino a trasformarlo in un garante autonomo della prevenzione. L’impostazione, però, sembra partire da un presupposto non dimostrato: che il problema principale sia la difficoltà di individuare le responsabilità, e non il modo in cui le imprese decidono, finanziano e controllano il rischio. La prevenzione efficace nasce dall’integrazione della sicurezza nei processi aziendali, negli appalti, nei tempi, nei budget, nella manutenzione e nella supervisione, non dalla semplice redistribuzione delle responsabilità.

Il confronto con il Löfstedt Report britannico mostra un metodo diverso: prima capire cosa funziona davvero, cosa produce burocrazia inutile e quali strumenti rendono la gestione del rischio più proporzionata e praticabile. Attribuire al RSPP responsabilità originarie su decisioni che non governa rischia di generare più documentazione difensiva e più conflitto processuale, senza migliorare necessariamente la prevenzione.
Prima di cercare nuovi responsabili, occorre quindi rendere più difficile ignorare il rischio prima dell’evento, con strumenti tecnici, organizzativi e manageriali semplici, settoriali, verificabili e realmente applicabili nelle imprese.

Puoi leggere tutto l’articolo Sicurezza sul lavoro: prima di cercare nuovi responsabili, occorre capire perché il sistema non funziona su HSE+ (sottoscrizione richiesta).

Politiche e procedure: dalla regola all’uso quotidiano | IPSOA

Politiche e procedure servono solo se aiutano l’organizzazione a lavorare in modo sicuro, sostenibile e coerente. AD e CdA devono definirne poche, chiare e applicabili, assicurando risorse, controlli e aggiornamenti quando il lavoro reale mostra criticità. I dirigenti le rendono praticabili, integrandole nella pianificazione, assegnando responsabilità e rimuovendo i conflitti tra produzione e sicurezza. I preposti ne verificano l’applicazione quotidiana, correggono le deviazioni e segnalano quando una regola risulta incompleta o difficile da usare.

RSPP e medico competente contribuiscono a mantenere regole tecniche e sanitarie usabili, tracciate, aggiornate e rispettose dei ruoli. I lavoratori completano il sistema applicando le procedure, chiedendo chiarimenti e segnalando ostacoli, quasi infortuni e soluzioni pratiche.

Leggi Politiche e procedure: dalla regola all’uso quotidiano sul sito IPSOA.

Il prestigio non fa gli audit

«Lavorare con noi dà prestigio. Fa curriculum.»

Sì, buongiorno. Ho ricevuto il contratto.

Sì, proprio quello.

Dopo due mesi di contatti, call, allineamenti, disponibilità chieste, disponibilità date, messaggi, ipotesi di agenda, “poi le mandiamo tutto”, “poi la facciamo parlare con il cliente”, “poi definiamo i dettagli”, siamo arrivati al venerdì prima dell’audit.

Al venerdì.

Prima dell’audit.

Che, per chi non frequenta questo mestiere, è quel momento in cui normalmente dovresti avere già chiari perimetro, criteri, documenti, interlocutori, tempi, logistica, output atteso e magari anche l’indirizzo esatto del sito, così da evitare di auditare per errore un autogrill.

Invece no. Siamo al venerdì prima dell’audit e io ricevo il contratto.

Lo leggo come si leggono certi documenti arrivati tardi: con attenzione selettiva, battito accelerato e una certa gratitudine verso la funzione “cerca” del PDF. Del resto, l’audit è praticamente domani, l’ultimatum scade tra poche ore, e io non ho ancora ricevuto i documenti che mi erano stati promessi in mattinata.

Come dice?

Sì, capisco l’urgenza.

L’urgenza, però, non è una clausola contrattuale. È uno stato emotivo.

Partirei dalla tariffa. Mi avete spiegato che è più bassa di quella che avevo chiesto, ma lavorare con voi dà prestigio. Fa curriculum.

Capisco.

Solo che il curriculum me lo sono fatto in trent’anni di lavoro. In giro per il mondo. In cantieri dove per arrivare alla riunione bisognava attraversare una dogana, tre procedure di sicurezza e almeno un capocantiere con il casco storto. Ho lavorato con gallerie, ponti, sistemi di gestione, audit, emergenze, committenti pubblici, multinazionali, ispettori, direttori lavori, RSPP e persone convinte che una cartella condivisa fosse un sistema documentale.

Quindi il prestigio lo apprezzo.

Però ho provato a pagare l’F24 con il prestigio e l’Agenzia delle Entrate ha mostrato una rigidità sorprendente.

Poi apro il contratto e scopro che dovrei svolgere un audit Health and Safety, ma il testo parla di consulenza informatica, desktop provisioning, supporto utenti, server, reti e dispositivi.

Splendido.

Io arrivo per verificare ruoli, responsabilità, DVR, procedure, evidenze, controlli, gestione dei rischi. Voi mi fate entrare da RSPP e mi fate uscire sistemista. A quel punto manca solo che durante il sopralluogo qualcuno mi chieda: “Già che c’è, mi guarda perché la stampante non prende il toner?”

Come dice?

È un refuso.

Certo. Un refuso in un contratto, però, non è una virgola scappata. È una piccola mina con la giacca e la cravatta. Se l’oggetto dell’incarico è sbagliato, tutto il resto diventa incerto: responsabilità, assicurazione, pagamento, contestazioni.

Poi c’è il punto più curioso: parliamo di audit, ma mancano i pezzi dell’audit.

Quali sono i criteri? Qual è il perimetro? Quale sito? Quali processi? Quali documenti? Quali interlocutori? Quale output? Quante giornate? Che tipo di report volete?

Come dice?

Me lo avete detto a voce?

Interessante. Molto conviviale. Però l’audit ha questa piccola debolezza professionale: vive di criteri documentati, evidenze verificabili e perimetro definito. Se i criteri restano in una telefonata, non siamo davanti a un audit. Siamo davanti a un’impressione organizzata con rimborso chilometrico.

Un audit, per sua natura, confronta evidenze con criteri. Senza criteri, io posso osservare, intuire, commentare, annusare l’aria, fare esperienza del luogo, forse perfino avere ragione. Ma non sto auditando. Sto facendo una visita guidata con responsabilità professionale.

Il contatto per la documentazione, intanto, non c’è ancora stato. Doveva esserci in mattinata, siamo a metà pomeriggio, e i documenti dell’audit continuano a vivere in una dimensione teorica.

Come dice?

Arriveranno.

Benissimo. Li attendo con fiducia, che però non è ancora una evidenza documentale.

Va ancora bene che, per accedere al deposito documentale, non mi abbiate chiesto di installare un software speciale. Anche lì ho già dato. Un altro potenziale cliente, tempo fa, mi ha detto: “È semplice, deve solo installare questa piccola applicazione”. Nella consulenza, questa frase andrebbe trattata come l’odore di gas in cucina.

L’ho installata.

Ha dato problemi.

C’era assistenza?

No.

C’era una guida?

Sì. Ventisette pagine, con schermate di una versione precedente, scritta da qualcuno che non aveva mai incontrato un essere umano fuori dal reparto IT.

C’era un referente tecnico?

Certo. Un indirizzo e-mail condiviso, presidiato forse da un algoritmo triste, forse da un tirocinante in smart working da Marte.

Quindi, nel nostro caso, apprezzo almeno questo: i documenti non sono arrivati, ma almeno non ho dovuto compromettere il computer per scoprire che non c’erano.

Poi arriva il meccanismo di approvazione: posso fatturare solo dopo approvazione del report, e se l’attività è approvata parzialmente il compenso si riduce.

Ricostruiamo: i criteri non sono scritti, il perimetro non è definito, i documenti non sono arrivati, l’output non è concordato. Però alla fine qualcuno approva.

È una formula elegante. Una specie di tiro al bersaglio al buio, con il bersaglio disegnato dopo lo sparo.

Come dice?

Sono clausole standard.

Sì, il contratto lo conferma. Ci sono dentro sedimenti di altri incarichi. Audit HSE, consulenza IT, rapporto da dipendente, GDPR, licenza gratuita del logo, proprietà intellettuale, non concorrenza ampia. Sembra un documento costruito per stratificazione geologica.

Andrebbe auditato lui.

Criterio: coerenza contrattuale.

Evidenza: desktop provisioning in un incarico Health and Safety.

Rilievo: il modello ha preso l’ascensore sbagliato.

Arriviamo alla non concorrenza.

Mi chiedete, per dodici mesi, di non svolgere qualsiasi attività, in qualsiasi forma, per soggetti che operino anche indirettamente in concorrenza con voi.

Qualsiasi attività. In qualsiasi forma. Anche indirettamente.

Per al massimo tre giornate.

Tre.

Pagate meno della tariffa richiesta, perché c’è il prestigio.

È una proporzione affascinante: tre giorni di incarico, dodici mesi di cintura professionale. Un bonsai contrattuale con radici da sequoia.

Come dice?

Non intendete applicarla così?

Perfetto. Allora non scrivetela così. Le clausole che nessuno intende applicare sono bellissime nei racconti aziendali, ma nei contratti producono effetti molto concreti.

In più, in quella stessa clausola, mi chiamate “Dipendente”.

Qui ho avuto un momento di commozione. Poche righe prima ero un libero professionista autonomo, senza vincolo di subordinazione, responsabile di tutto. Poi, appena arriva il divieto, divento dipendente. Una promozione senza stipendio, senza ferie, senza TFR, ma con penale.

La proprietà intellettuale è un altro passaggio poetico. Il report va bene, quello è dell’incarico. Manca, ma avrò fede. Ma metodi, format, check-list, schemi di intervista, strumenti e know-how me li porto dietro da anni. Li ho costruiti incarico dopo incarico, audit dopo audit, errore dopo errore, cliente dopo cliente.

Volete l’elaborato?

Benissimo.

Volete anche il retrobottega metodologico?

Allora serve un altro contratto e, temo, una tariffa meno spirituale.

Poi c’è la licenza gratuita per usare logo, marchio o ragione sociale. Con il campo “[Company]” ancora lì, sospeso, in attesa di incarnarsi.

Anche questo immagino sia rimasto da un altro modello.

Capita.

Solo che, se mi chiedete di lavorare a tariffa ridotta perché mi date prestigio, e poi volete pure usare il mio nome per fare promozione, il prestigio comincia ad avere un percorso circolare: parte da voi e torna da voi, mentre io nel frattempo compilo il consenso.

Come dice?

Gli altri consulenti non hanno mai sollevato problemi.

Può darsi: magari avevano condizioni diverse, magari hanno letto in fretta, magari hanno preferito non discutere.
Io però firmo per me: responsabilità, partita IVA, assicurazione e conseguenze restano mie.

Cosa dice? Il cliente finale si è indispettito per questi cavilli?

Capisco anche lui. Dal suo punto di vista doveva esserci un audit, non un seminario di anatomia contrattuale. Si è stancato, ha annullato tutto, e la macchina si è fermata.

Peccato.

Perché i cavilli, come li chiamano quando disturbano, spesso sono solo le parti del contratto che qualcuno avrebbe dovuto leggere prima. Oggetto dell’incarico, perimetro, criteri, responsabilità, pagamento, concorrenza, proprietà intellettuale. Tutte cose noiose, certamente. Però hanno un difetto: quando mancano, poi si vendicano.

Come dice?

Bisognava essere più flessibili?

La flessibilità professionale esiste. Il mestiere del consulente vive anche di adattamento, tempi stretti, documenti imperfetti, clienti nervosi, sopralluoghi messi in agenda all’ultimo momento.

Ma firmare un contratto sbagliato, per un audit non definito, con criteri detti a voce, documenti non ricevuti, compenso ridotto, pagamento subordinato ad approvazione generica, divieto di concorrenza annuale e un pezzo di desktop provisioning infilato nel mezzo, più che flessibilità sembra ginnastica estrema.

E io, alla mia età, faccio audit.

Il circo l’ho lasciato ai contratti standard.

Non ho capito. Cosa ha detto? Può ripetere?

Ma che gentile.

Io invece le auguro una buona serata.

Il ruolo del preposto per la sicurezza delle macchine | Professione HSE

Quando si parla di sicurezza delle macchine, il manuale è necessario, ma non basta. Le istruzioni tecniche devono essere tradotte in messaggi semplici, concreti e comprensibili per chi lavora. Dire che non si rimuove una protezione è più efficace che richiamare genericamente le prescrizioni del costruttore. Anche segnali, pittogrammi e colori aiutano, purché siano pochi, chiari, coerenti e collocati nel punto giusto.

Il preposto ha un ruolo decisivo, perché trasforma le regole in comportamenti quotidiani attraverso osservazione, correzione ed esempio. Comunicare la sicurezza delle macchine significa usare parole semplici, segnali chiari e persone presenti, perché solo così le regole diventano abitudini.

Di più su IPSOA.

Responsabilità apicali e sistemi di gestione | One HSE

La responsabilità dei vertici aziendali negli infortuni sul lavoro non può essere letta solo come problema penale, perché un incidente grave segnala prima di tutto un fallimento tecnico e organizzativo.
Il D.Lgs. 231/2001 e l’art. 30 del D.Lgs. 81/2008 spostano l’attenzione dal singolo errore al funzionamento complessivo dell’impresa. In questa prospettiva, un modello organizzativo fondato sui principi della ISO 45001 non è un documento da esibire, ma uno strumento per prevenire davvero gli eventi lesivi.

AD e CdA devono quindi assumere la sicurezza come responsabilità diretta, definendo obiettivi, risorse, controlli e flussi informativi affidabili.
Indicatori, audit, segnalazioni e riesami servono solo se vengono letti, discussi e usati per prendere decisioni. L’obiettivo non è costruire una difesa dopo l’incidente, ma governare l’organizzazione in modo che l’incidente diventi raro, eccezionale e tecnicamente spiegabile.

Puoi scaricare lo speciale Responsabilità apicali e sistemi di gestione cliccando qui (registrazione necessaria).

UNI 12012:2026: una norma utile anche per chi si occupa di HSE | IPSOA

La UNI 12012:2026 definisce il profilo del risk manager come figura incaricata di coordinare la gestione integrata dei rischi nell’organizzazione, con un interesse diretto anche per chi opera in ambito HSE. La norma non si limita a descrivere un ruolo, ma costruisce un impianto completo fatto di attività, competenze, autonomia, responsabilità, aggiornamento professionale continuo ed elementi etici e deontologici. Il suo impianto è coerente con EQF, QNQ, Legge 4/2013 e con la logica della High Level Structure dei sistemi di gestione, favorendo un linguaggio professionale più ordinato e condiviso.

Il richiamo esplicito a UNI ISO 31000, IEC 31010 e UNI 11865 porta nell’HSE un metodo più strutturato, utile a collegare meglio analisi dei rischi, decisioni e allocazione delle risorse. In questa prospettiva, la valutazione dei rischi dovrebbe smettere di essere un adempimento statico e diventare uno strumento dinamico per orientare priorità, aggiornare le scelte e supportare il management. Per questo la UNI 12012:2026 è utile anche nel mondo HSE: aiuta a integrare meglio la gestione dei rischi e a rendere le professioni tecniche più coerenti, leggibili e capaci di operare con criteri comuni.

Leggi UNI 12012:2026: una norma utile anche per chi si occupa di HSE su IPSOA.

Dalle crisi del passato ai piani del futuro | AIASMag

Le crisi ambientali hanno spesso obbligato le società a sviluppare strumenti più avanzati per osservare, misurare e governare il territorio. Le antiche civiltà compresero presto che gestire l’acqua significava anche organizzare il lavoro, distribuire risorse e dare stabilità alla vita collettiva. Nel tempo, questa capacità trasformò i sistemi idraulici in una leva tecnica, politica e militare.

Città come Venezia costruirono la propria tenuta sulla regolazione attenta degli equilibri naturali e sulla continuità dell’intervento pubblico.
Anche in Italia si è affermata una tradizione fondata sulla manutenzione, sulla prevenzione e sulla presenza di strutture tecniche dedicate alla cura del territorio. La lezione che resta valida ancora oggi è che resiste meglio chi sa adattarsi, leggere i cambiamenti e inserirli dentro una pianificazione concreta.

Clicca qui per scaricare Dalle crisi del passato ai piani del futuro su AIASMag 40.

Prevenzione predittiva e gestione dei near-miss | SimpledoNext

I near-miss sono eventi che non hanno causato danni, ma che avrebbero potuto farlo e per questo offrono informazioni utili per prevenire gli infortuni. Anche se il D.Lgs. 81/2008 non li prevede come obbligo autonomo, la loro gestione aiuta a rendere più concreta la valutazione dei rischi, il controllo operativo e l’aggiornamento delle misure di prevenzione. Per usarli bene bisogna distinguere tra near-miss, condizioni pericolose e atti pericolosi, così da leggere con precisione ciò che accade nel lavoro reale.

Un sistema che funziona richiede segnalazioni facili, valutazione del potenziale dell’evento, analisi proporzionata e azioni seguite da una verifica della loro efficacia. Questo metodo è utile a consulenti, PMI e grandi imprese perché permette di individuare criticità prima che diventino incidenti, migliorando affidabilità, organizzazione e capacità decisionale.
Quando i segnali vengono raccolti, analizzati e trasformati in correzioni visibili, la prevenzione diventa davvero predittiva perché riduce in anticipo lo spazio in cui può verificarsi un danno.

Clicca per scaricare Prevenzione predittiva e gestione dei near-miss (registrazione richiesta).

Dopo un’indagine sugli infortuni, il personale operativo deve essere coinvolto nei feedback | IPSOA

L’indagine RCA sugli infortuni non dovrebbe essere trattata come un esercizio tecnico dell’HSE, ma come uno strumento di governo dei processi, utile solo se produce cambiamenti concreti nelle decisioni, nelle regole operative e nell’organizzazione del lavoro. Per questo la responsabilità sostanziale dell’indagine appartiene alla linea, cioè a dirigenti, preposti e process owner, mentre l’HSE ha il compito di facilitare il metodo, garantire rigore e presidiare la coerenza del processo. Anche i lavoratori hanno un ruolo indispensabile, perché conoscono il lavoro reale, gli adattamenti quotidiani e quei segnali deboli che spesso non compaiono nelle procedure ma aiutano a capire perché l’evento sia diventato possibile.

Il feedback non è una fase accessoria: serve a verificare se le azioni correttive individuate siano davvero praticabili, pertinenti rispetto alle cause sistemiche e capaci di produrre effetti utili nel contesto operativo. Chi partecipa all’indagine, in particolare attraverso interviste e confronti, ha una legittima aspettativa di restituzione, perché senza un ritorno chiaro sul modo in cui le informazioni sono state usate il processo rischia di apparire estrattivo, formale e poco credibile. Quando invece i risultati vengono restituiti, spiegati e collegati ai cambiamenti introdotti, l’indagine smette di essere un adempimento, rafforza la consapevolezza organizzativa e sostiene un miglioramento continuo più partecipato e più solido.

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