Quando si parla di formazione in salute e sicurezza sul lavoro, puntare solo sulla qualità non basta. Per generare un reale cambiamento nella cultura aziendale serve un percorso continuativo, fatto di incontri regolari e ben progettati. La costanza diventa così il vero motore di consolidamento delle competenze.
Ogni sessione formativa non si limita a trasmettere informazioni, ma crea uno spazio di attenzione e consapevolezza, rafforzando comportamenti sicuri e responsabilità condivisa. Questo approccio è particolarmente efficace quando si integra con sistemi di gestione come ISO 45001, dove la formazione è un pilastro strategico.
Investire in una formazione HSE strutturata, frequente e coerente non è un costo, ma una leva per la sostenibilità e la competitività dell’impresa.
In caso di emergenza, la differenza tra ordine e caos dipende dalla coerenza della catena di comando. Il datore di lavoro e i dirigenti hanno l’obbligo di pianificare una risposta strutturata, assegnando ruoli e responsabilità con chiarezza. Quando la struttura organizzativa è solida, le decisioni vengono prese e trasmesse con rapidità, garantendo un’azione efficace e coordinata.
Al contrario, un’organizzazione frammentata rischia di alimentare incertezza, reazioni scoordinate e situazioni pericolose. L’articolo propone esempi concreti di gestione delle emergenze che mostrano quanto una catena ben definita possa fare la differenza.
Da un tragico episodio – l’incidente aereo Air India – emergono riflessioni profonde sulla salute mentale e lo stress correlato al lavoro, soprattutto in ambienti critici come la cabina di pilotaggio. Questa vicenda invita a considerare come la pressione operativa e la stanchezza possano trasformare la cabina in una trappola silenziosa, con conseguenze anche fatali. Si esplorano le responsabilità aziendali nella gestione del rischio psicosociale e il bisogno urgente di strategie preventive.
Il confronto tra pratiche attuali e modelli di sicurezza suggerisce che non bastano controlli tecnici se manca un approccio integrato alla salute mentale. Emergenza di protocolli efficaci, formazione specifica e supporto organizzativo diventano protagonisti di questa analisi. Un’introspezione a tutto tondo sulle sfide che coinvolgono piloti, management e sistemi di sicurezza moderna.
Gestire una collaborazione tra aziende non significa solo “fare rete”, ma impostare relazioni strutturate, basate su obiettivi comuni, ruoli chiari e comunicazione efficace. Esiste una norma tecnica, la ISO 44001, che offre una cornice per costruire partnership solide, efficienti e sicure, integrando leadership, pianificazione, monitoraggio e miglioramento continuo. Lavorare in questo modo aiuta a ridurre i conflitti, condividere competenze, rafforzare la cultura della sicurezza e raggiungere obiettivi anche in chiave ambientale e sociale.
La specifica internazionale IWA 48:2024 propone un nuovo strumento per integrare i principi ESG nei sistemi di gestione per la salute e sicurezza sul lavoro, offrendo una visione che collega sostenibilità e responsabilità sociale. Il documento, pubblicato da ISO e IEC, si fonda su sei principi guida: centralità delle persone, leadership, trasparenza, cultura organizzativa, coinvolgimento attivo e miglioramento continuo, in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2030.
Pur non essendo certificabile, l’IWA 48 è pensata per accompagnare le imprese nel rafforzare l’allineamento tra performance ESG e tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Il testo suggerisce un approccio integrato e volontario, utile sia per organizzazioni che già applicano standard come ISO 45001, sia per quelle che vogliono rendere più credibile il proprio impegno sostenibile. L’adozione dei sei principi favorisce la coerenza tra valori dichiarati e pratiche concrete, rendendo più robusta la governance aziendale anche in contesti complessi.
Scopri come i sei principi ESG possono rafforzare davvero la cultura della sicurezza e rendere più credibile l’impegno sostenibile della tua azienda. Leggi l’articolo completo su Teknoring.it.
Nel 2027 vedremo una nuova edizione della ISO 45001, lo standard internazionale per la salute e sicurezza sul lavoro. Non sarà una rivoluzione, ma un’evoluzione decisa, che riflette i cambiamenti già in atto nel mondo del lavoro: nuove forme organizzative, maggiore attenzione al benessere mentale, rischi legati al clima e alla digitalizzazione. Il processo di revisione è partito nel 2024 e si svilupperà nei prossimi due anni, con una bozza ufficiale attesa per il 2026, sulla quale sarà possibile inviare commenti prima della pubblicazione finale.
Tra le novità previste, ci sarà un rafforzamento del ruolo della leadership, un linguaggio più inclusivo e un’integrazione ancora più stretta con la struttura comune degli altri standard ISO (la cosiddetta HLS). Si darà spazio anche a temi prima considerati marginali, come la diversità, la parità, la gestione della salute psicologica e l’adattamento a contesti di lavoro sempre più ibridi. Il cambiamento sarà accompagnato da un lungo periodo di transizione, che permetterà alle organizzazioni di adeguarsi gradualmente, senza strappi.
Per aiutare imprese e professionisti a orientarsi in questa trasformazione, UNI ha lanciato l’iniziativa Obiettivo 45001, con materiali informativi, incontri e aggiornamenti continui fino al 2027.
Nel 2026 usciranno le nuove edizioni delle norme ISO 9001 e ISO 14001, con l’obiettivo dichiarato di adattarle ai cambiamenti sociali e tecnologici in corso. Non ci saranno rivoluzioni, ma una spinta ad approfondire temi già presenti come la sostenibilità, il cambiamento climatico e la digitalizzazione. Si parlerà di economia circolare, resilienza organizzativa, intelligenza artificiale e impatti ambientali lungo la catena del valore.
Le norme evolveranno verso una maggiore integrazione con gli SDGs e con i nuovi standard di sostenibilità, senza perdere l’impostazione basata sul rischio. Le imprese più attente stanno già lavorando su questi temi, anche in assenza di prescrizioni esplicite. Chi aspetta solo l’aggiornamento formale della norma rischia di trovarsi in ritardo, e con un sistema già vecchio.
Puoi leggere l’articolo Aspettando le edizioni 2026 delle ISO 9001 e ISO 14001 su Teknoring.
Le ondate di calore stanno diventando una minaccia sempre più concreta per la salute e la sicurezza dei lavoratori. Il Ministero del Lavoro ha firmato un nuovo Protocollo che introduce misure operative per prevenire i rischi legati allo stress termico.
Le aziende dovranno valutare attentamente l’esposizione al caldo, tenendo conto di fattori come temperatura, umidità e radiazione solare. Si punta su interventi organizzativi e tecnici, come turnazioni, pause, aree ombreggiate e sistemi di monitoraggio. Viene rafforzata la formazione dei lavoratori e la sorveglianza sanitaria per chi è più esposto. Tutti i dettagli nel nuovo articolo su Teknoring.
Di recente, con l’aumento delle ondate di calore, diverse Regioni italiane hanno introdotto ordinanze che vietano le lavorazioni nei cantieri durante le ore più calde della giornata. Queste misure amministrative nascono con l’obiettivo di tutelare la salute dei lavoratori, ma sollevano interrogativi tra i coordinatori per la sicurezza su come gestire concretamente il tema, in particolare rispetto al concetto di “pericolo grave e imminente” previsto dal D.Lgs. 81/08.
Ordinanze e norme tecniche: livelli diversi di intervento
Le ordinanze regionali che vietano le lavorazioni durante le ore più calde della giornata sono provvedimenti amministrativi temporanei, adottati in risposta a condizioni meteorologiche eccezionali. Si applicano in modo generalizzato, senza considerare le specificità di ogni cantiere, e hanno l’obiettivo dichiarato di semplificare la prevenzione in contesti ad alto rischio, soprattutto dove i controlli interni possono essere carenti.
Queste ordinanze, però, non sostituiscono le norme tecniche, che rappresentano il vero riferimento operativo per la gestione del rischio microclimatico nei luoghi di lavoro. Le norme tecniche spiegano cosa si deve fare per continuare a lavorare in presenza di temperature elevate, ma in condizioni controllate e sicure. In sintesi: il lavoro con il caldo, in determinate condizioni, è tecnicamente gestibile applicando le misure preventive previste dalle norme. Tuttavia, le ordinanze regionali lo hanno vietato in alcune fasce orarie, anche se il rischio, con gli strumenti adeguati, sarebbe controllabile. Non è il caldo ad aver reso il lavoro inaccettabile, lo ha fatto il provvedimento amministrativo, che stabilisce un divieto operativo indipendente dalla valutazione tecnica.
Quali sono le norme tecniche di riferimento?
UNI EN ISO 7243 – Stabilisce i criteri per valutare lo stress da calore attraverso l’indice WBGT (Wet Bulb Globe Temperature), che combina temperatura dell’aria, umidità, ventilazione e radiazione solare. In base ai valori rilevati, definisce soglie di rischio e raccomanda tempi di esposizione e pause.
UNI EN ISO 7933 – Approfondisce la valutazione dello stress termico e offre modelli predittivi per stimare l’impatto sul corpo umano, considerando anche il vestiario e il livello di attività fisica.
Linee guida INAIL e documenti ISPESL – Forniscono indicazioni pratiche per il settore edile, tra cui l’adozione di coperture ombreggianti, l’organizzazione di turni brevi nelle ore calde, la fornitura di acqua fresca, e la formazione dei lavoratori sul riconoscimento dei sintomi da colpo di calore.
Guida EU-OSHA 2023 sul rischio caldo – Documento europeo armonizzato che integra le migliori pratiche internazionali (NIOSH, OMS, ILO) con misure preventive adattabili alle diverse realtà lavorative.
L’ordinanza blocca le attività in modo generalizzato, ma non le hanno rese automaticamente pericolose, se si adottano misure di prevenzione adeguate. Confondere i due piani rischia di generare malintesi: il coordinatore per la sicurezza deve saper distinguere tra un divieto amministrativo da rispettare e la gestione tecnica del rischio.
Pericolo grave e imminente: definizioni e limiti operativi
Se un lavoratore è sotto il sole da ore e manifesta segni evidenti di affaticamento, disidratazione o malessere, non ci troviamo più davanti a un semplice pericolo legato alla lavorazione, ma a una vera e propria condizione di emergenza che richiede un intervento immediato.
Per comprenderlo correttamente, è utile richiamare la struttura logica dell’analisi RCA (Root Cause Analysis), che distingue sempre tra evento focus, cause immediate, cause sottostanti. La nostra situazione è affiancata ad un caso comune, per renderla maggiormente comprensibile.
Denominazione
Lavoro in quota
Clima estremo
Evento focus
Ferite e fratture
Colpo di calore
Causa immediata
Caduta
Esposizione a clima estremo
Causa sottostante
Mancanza di parapetto
Violazione del divieto orario
La probabilità che si verifichi l’evento focus, cioè il danno, cambia a seconda del contesto. Nel caso del colpo di calore la probabilità è alta: serve un’esposizione prolungata e condizioni specifiche, e non è automatico che avvenga. Nella caduta dall’alto, invece, il danno è praticamente certo, soprattutto alle quote più elevate.
Il concetto di “imminente” si lega al tempo: significa che qualcosa avviene senza alcun intervallo. Il colpo di calore, quindi non è immediato rispetto all’esposizione al sole: non è neanche certo. La caduta, al contrario, produce conseguenze immediate e praticamente sicure, specialmente se si cade da quote elevate.
Se si applicano correttamente le categorie, il caldo rappresenta un pericolo grave, ma non immediato in senso tecnico e giuridico. Il pericolo grave e imminente si configura solo quando il rischio si sta trasformando rapidamente in danno, e non è più sotto controllo.
Fino a quel momento, siamo nel campo della gestione preventiva, dove si possono applicare misure organizzative e tecniche per evitare il danno. Quando invece il lavoratore mostra già segni evidenti di malessere, la situazione passa da un problema di rischio a un’emergenza sanitaria. In quel caso, non si parla più di valutazioni preventive o di sospensione delle attività, ma si interviene immediatamente per tutelare la persona, secondo le procedure di primo soccorso.
È fondamentale, quindi non confondere i livelli:
il rischio caldo si gestisce con prevenzione, organizzazione e rispetto delle norme tecniche;
l’inosservanza di un’ordinanza regionale si segnala come violazione, ma non si trasforma automaticamente in pericolo grave e imminente;
la condizione clinica di un lavoratore in difficoltà impone un intervento immediato, perché la fase di pericolo è già superata, siamo nella gestione di un’emergenza.
Il ruolo del CSE: segnalare, non supplire
Il D.Lgs. 81/08 assegna al Coordinatore per la Sicurezza in fase di Esecuzione un ruolo preciso: vigilare sull’applicazione delle misure di sicurezza, segnalare le violazioni al responsabile dei lavori e, solo nei casi di pericolo grave e imminente, disporre la sospensione delle attività. Questa è la gerarchia degli interventi stabilita dalla legge: prima si segnala, si coinvolge chi ha la responsabilità gestionale e contrattuale, si chiede alle imprese di rientrare nei parametri; solo se si arriva a un rischio immediato e non controllabile, si procede con la sospensione.
E quindi, il mancato rispetto delle ordinanze regionali è un caso che deve essere trattato attivando la procedura dell’art. 92 c. 1 lett. e), la segnalazione al committente.
Nella pratica, però, si sta diffondendo una deriva che ribalta questa logica. Sempre più spesso, il CSE viene spinto o si sente legittimato a usare la sospensione come strumento ordinario per gestire il cantiere, mentre la comunicazione al responsabile dei lavori finisce per essere vista come un passaggio formale, da attivare solo quando la situazione è ormai degenerata.
È una stortura che genera gravi disfunzioni. Le imprese, in questo schema, finiscono per deresponsabilizzarsi, abituandosi a lavorare solo sotto la pressione diretta del CSE, senza sviluppare un reale senso di autonomia e di rispetto delle regole. Allo stesso tempo, il CSE si ritrova a svolgere un ruolo operativo che lo espone a responsabilità ulteriori, ben oltre i confini previsti dalla legge, con il rischio concreto di contestazioni o richieste di risarcimento danni da parte delle imprese o del committente.
Il punto più critico è proprio l’esclusione sistematica del responsabile dei lavori dal processo di gestione delle violazioni. Quando il CSE interviene in modo diretto e isolato, senza mantenere il flusso informativo verso il RL, si rompe la catena delle responsabilità, si depotenzia il sistema di prevenzione e si scarica tutto il peso operativo e giuridico sul coordinatore.
Tutelare la sicurezza dei lavoratori non può trasformarsi in un esercizio solitario, né in una forzatura degli strumenti normativi. La legge definisce ruoli, priorità e limiti proprio per garantire un equilibrio tra prevenzione, gestione e responsabilità. Alterare questo equilibrio può sembrare più rapido o più efficace nell’immediato, ma nel lungo periodo crea solo inefficienza e conflitti tra le figure coinvolte nel cantiere.
La sicurezza si costruisce con metodo, non con improvvisazioni
La sicurezza non si impone, si costruisce nel tempo, applicando le regole con coerenza e rispettando i ruoli. Ogni volta che si forza questo equilibrio, anche in buona fede, si genera confusione, si deresponsabilizzano le imprese e si espone il CSE a rischi che la legge non gli assegna.
Nel cantiere serve metodo, non scorciatoie. E serve il coraggio di coinvolgere chi ha la responsabilità, anche quando è più comodo intervenire in autonomia. Solo così la prevenzione diventa un sistema che regge, non una gestione improvvisata sotto pressione.
Il cambiamento climatico è ormai una realtà concreta che impatta anche il mondo del lavoro e della sicurezza. Ci aspettavamo rischi noti, come incendi o incidenti, ma oggi dobbiamo fare i conti con eventi diffusi e imprevedibili che arrivano dall’esterno. Ondate di calore, allagamenti, incendi boschivi e blackout non sono più eccezioni, ma fenomeni che incidono su salute, impianti e continuità produttiva. Chi si occupa di sicurezza deve quindi guardare oltre i confini aziendali e integrare il rischio climatico nelle valutazioni e nei piani operativi. Serve aggiornare i documenti, proteggere gli spazi, adattare turni e procedure in modo flessibile.
Anche le persone devono essere coinvolte, formate a riconoscere i segnali e ad agire prima che il pericolo si concretizzi. Non possiamo controllare tutto, ma possiamo prepararci meglio, con azioni semplici e coordinate. La sicurezza diventa così un processo dinamico, fatto di attenzione, adattamento e collaborazione. E anche se non abbiamo sempre il pezzo giusto, con quello che abbiamo possiamo far ripartire il sistema.