Sono un consulente QHSSE e sostenibilità con oltre 30 anni di esperienza in vari paesi, tra cui Africa, Europa dell'Est e Medio Oriente. Ho maturato una profonda conoscenza delle sfide e delle opportunità in ambienti culturali e normativi differenti.
Supporto le aziende a soddisfare requisiti normativi e a dimostrare impegno per sostenibilità e responsabilità sociale. Offro servizi di sviluppo di politiche e procedure QHSSE allineate a standard internazionali, con valutazioni del rischio e audit per identificare aree di miglioramento. Erogo formazione su QHSSE e sostenibilità per preparare il personale a operare in sicurezza, assisto nel rispetto di standard come ISO 45001, ISO 14001, ISO 9001 e ISO 44001, e fornisco consulenza su strategie sostenibili, quali efficienza energetica e gestione rifiuti.
La mia esperienza e competenza sono a disposizione per migliorare le performance QHSSE della tua organizzazione. Per informazioni, contattami.
Questo speciale analizza le principali implicazioni del Decreto Legislativo 10 marzo 2023, n. 24, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 15 marzo 2023, in relazione al D.Lgs. n. 231/2001 e alla Legge n. 179/2017. Il decreto disciplina la tutela delle persone che segnalano violazioni del diritto dell’Unione e delle norme nazionali, promuovendo il concetto di whistleblowing come strumento per denunciare pubblicamente comportamenti illegali o scorretti. La protezione del whistleblowing mira a compensare lo svantaggio di un individuo che denuncia un’organizzazione, fornendo una protezione legale contro ritorsioni o rappresaglie.
Il Decreto Legislativo n. 24/2023 recepisce la direttiva europea sul whistleblowing e si applica a soggetti del settore pubblico e privato che soddisfano determinate condizioni. L’articolo evidenzia anche l’importanza dell’ANAC nell’attività di segnalazione esterna e l’obbligo per le organizzazioni di implementare canali di segnalazione interni adeguati. Il nuovo decreto richiede una rielaborazione completa della compliance whistleblowing adottata fino ad ora, compresa l’integrazione nel Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo delle aziende.
Puoi scaricare lo speciale Novità in materia di whistleblowing e modello organizzativo ex D.Lgs. 231/2001qui, dopo la registrazione.
L’affidamento di attrezzature o di responsabilità a un appaltatore richiede una valutazione accurata dei rischi e delle implicazioni associate. È fondamentale prendere le misure necessarie per garantire la sicurezza delle persone e delle attrezzature coinvolte, al fine di evitare conseguenze economiche e sulla reputazione dell’azienda.
Una corretta gestione di questi processi può contribuire a migliorare l’efficienza e il rendimento dell’organizzazione, prestando particolare attenzione alla gestione dei rischi e alla pianificazione delle attività. La gestione consapevole delle attrezzature e delle responsabilità è un elemento chiave per il successo complessivo dell’azienda. Nel caso di un’azienda che affida la manutenzione in house a un appaltatore esterno, è essenziale valutare l’idoneità dell’attrezzatura fornita. L’azienda committente deve garantire che l’attrezzatura sia conforme alle norme di sicurezza e che siano state eseguite le verifiche tecniche necessarie. È altrettanto importante fornire all’appaltatore informazioni dettagliate sui rischi legati all’uso dell’attrezzatura e sulle misure di sicurezza da adottare.
Le attrezzature marcate CE devono rispettare le direttive di prodotto dell’Unione Europea. Ciò richiede al fabbricante o al suo rappresentante di valutare la conformità dell’attrezzatura, compilare un fascicolo tecnico, emettere una dichiarazione CE di conformità e apporre la marcatura CE sull’attrezzatura. Questa responsabilità viene poi trasferita al committente quando l’attrezzatura viene prestata o concessa in uso. Per le attrezzature non marcate CE, l’Allegato V del Decreto Legislativo 81/2008 stabilisce i requisiti di sicurezza da soddisfare. L’attrezzatura deve essere progettata e costruita secondo le buone pratiche di ingegneria, essere corredata da istruzioni per l’uso e la manutenzione, essere sottoposta a verifiche periodiche e dotata di dispositivi di sicurezza adeguati.
La formazione dei lavoratori è un altro aspetto fondamentale. Il committente deve verificare che le attrezzature di lavoro siano utilizzate da lavoratori esperti e qualificati. Sebbene esistano percorsi di addestramento obbligatori per alcune attrezzature, è importante andare oltre i requisiti minimi e garantire una formazione e un addestramento approfonditi per garantire la sicurezza sul lavoro. Spetta al datore di lavoro valutare i rischi specifici legati all’uso dell’attrezzatura e adottare le misure necessarie per controllarli.
La capacità organizzativa dell’appaltatore è ancora un aspetto chiave da considerare. L’organizzazione che cede l’attrezzatura deve avere una cultura della sicurezza solida, mentre l’appaltatore deve dimostrare di possedere le competenze e le risorse necessarie per gestire in modo sicuro l’attrezzatura concessa.
Puoi leggere l’articolo Affidamento di attrezzature contrattuali: valutazione e prevenzione dei rischi sul numero 6/2023 di Igiene e Sicurezza del Lavoro.
Gli incidenti sul lavoro sono sicuramente uno dei temi principali da qualche tempo: la tragica vicenda di Luana D’Orazio, giovane operaia e madre di un bambino di cinque anni, che ha perso la vita a causa dell’impigliamento in un ingranaggio dell’orditoio che stava utilizzando, ha suscitato grande interesse nell’opinione pubblica. Da quel momento, era il 3 maggio 2021, le notizie sugli altri incidenti mortali sul lavoro hanno superato i confini della stampa locale e sono diventate un argomento di dibattito politico nazionale.
Secondo i dati INAIL pubblicati a maggio 2023, nel primo trimestre di quest’anno si sono registrati 196 incidenti mortali sul lavoro, di cui 148 avvenuti durante l’attività lavorativa e 48 in itinere. Ciò corrisponde a una media di oltre 65 decessi al mese e 15 alla settimana. Rispetto allo stesso periodo del 2022, il numero di vittime è aumentato di 7, poiché nel 2022 si erano registrati 141 morti. Il settore dei Trasporti e Magazzinaggio ha registrato il più alto numero di decessi in occasione di lavoro, con un totale di 30 casi. Seguono le Costruzioni e le Attività Manifatturiere, entrambi con 14 decessi.
Se per lavoro utilizzate automobili o altri veicoli privati, la sicurezza alla guida è un aspetto importante della sicurezza sul lavoro. Naturalmente è chiaro che sulla strada non è possibile tenere tutte le situazioni sotto controllo, come si dovrebbe riuscire a fare in fabbrica o in un ufficio. Ma il fatto di non essere in grado di dominare tutti i fattori pericolosi non è un motivo plausibile per evitare di impegnarsi comunque.
E invece, un incidente stradale “sul lavoro” è sempre una fatalità. Il traffico… la strada… Magari è capitato a un corriere che ha la giornata scandita da un algoritmo che organizza le consegne, che corre per recuperare il tempo. O ad un lavoratore che è tutto il giorno che guida per rientrare da una trasferta, e allora spinge sull’acceleratore per rientrare prima che faccia troppo tardi. Ma no. È una fatalità.
Il modello di organizzazione delle responsabilità in azienda definito dall’infilata datore di lavoro – dirigente – preposto – lavoratore, non è nuovo a questi funzionari, perché un po’ tutte le legislazioni del mondo fanno riferimento a questi concetti. A volte, genera qualche sorpresa il modo in cui sono definite le responsabilità dei soggetti del sistema di prevenzione, considerato troppo puntiglioso. In altri paesi si è abituati a norme che definiscono i criteri generali, senza preoccuparsi di trattare ossessivamente ogni singolo aspetto possibile. È chiaro che, dal momento che sarà particolarmente difficile per costoro occuparsi direttamente della maggior parte di queste incombenze, sia sempre per il deficit linguistico considerato, ma anche per considerazioni organizzative, i dirigenti d’importazione di solito mostrano immediatamente un particolarmente interesse al meccanismo di delega previsto dall’articolo 16 del Testo unico, e chiedono di approfondirne gli aspetti, dal momento che si tratta di uno strumento rilevante per il governo della sicurezza in azienda.
Un bravo RSPP può giocare un ruolo fondamentale nel supportare i dirigenti stranieri nell’applicazione della normativa italiana in materia di salute e sicurezza sul lavoro. In particolare, può diventare una figura di fiducia fornendo informazioni sulle specificità delle pratiche di sicurezza e della legislazione italiana, nonché sui requisiti specifici per i dipendenti, le macchine e le attività, nonché la definizione dei ruoli e delle responsabilità statutarie in materia di sicurezza, soprattutto se questi sono identificati come datori di lavoro o come i suoi immediati riporti.
La gestione di dati, documenti e comunicazioni è una sfida complessa per molte aziende. Non sempre tutti i processi sono definiti fino al punto da stabilire i criteri per tutte le comunicazioni e le registrazioni. Molto spesso, poi, le persone accumulano una esperienza lavorativa che le porta a privilegiare il loro personale modo informale di gestire le informazioni, disperdendole di fatto in diversi modi di registrarle, come i database personali, i file di testo, i fogli di calcolo e i documenti cartacei.
Le soluzioni di gestione dei documenti possono aiutare a mantenere tutte le informazioni critiche organizzate e aggiornate in tempo reale, migliorando la collaborazione e riducendo i tempi di attesa del loro ciclo di vita: produzione, analisi, approvazione, emissione, ritiro e sostituzione con una informazione più aggiornata.
Il concetto di cultura della sicurezza definisce il modo in cui le organizzazioni e i lavoratori affrontano le questioni relative alla sicurezza sul lavoro. Riflette gli atteggiamenti, le convinzioni, le percezioni e i valori condivisi da tutti i soggetti coinvolti nella prevenzione e nella gestione degli incidenti.
La cultura della sicurezza sta diventando sempre più un argomento attuale perché la tutela dei lavoratori non dipende solo dal rispetto delle norme o dall’assenza di infortuni, ma anche dall’impegno, dalla responsabilità e dalla cura che si manifestano a tutti i livelli dell’organizzazione. Una buona cultura della sicurezza richiede una leadership efficace, una comunicazione aperta, un apprendimento continuo e una condivisione dei rischi. In cambio, può portare a una maggiore produttività, qualità e soddisfazione dei lavoratori e dei clienti.
Parlare solo di tutela ambientale in relazione ai processi economici e produttivi è limitativo, poiché non tiene conto dell’evoluzione culturale ed economica che è stata messa in moto dal concetto di sostenibilità. Questa non riguarda solo la tutela dell’ambiente, ma anche l’integrazione di aspetti economici, sociali e culturali nella gestione delle risorse naturali. I cambiamenti culturali, sociali ed economici degli ultimi anni, hanno portato ad una maggiore consapevolezza dell’importanza della responsabilità sociale e ambientale nel processo produttivo.
Un Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione (RSPP) è una figura professionale che si occupa della sicurezza nei luoghi di lavoro, e la sua formazione e la sua esperienza lo portano ad avere un approccio mentale basato sulla prevenzione e sulla gestione del rischio. Questo approccio può essere estremamente utile anche nella formulazione di un piano di azione sostenibile per l’azienda. Infatti, il RSPP ha già acquisito una buona conoscenza delle pratiche e dei comportamenti che possono ridurre i rischi e migliorare la sicurezza nei luoghi di lavoro: conoscenze che possono essere utilizzate per identificare le azioni e le misure necessarie per migliorare la sostenibilità dell’azienda.
Di solito uso queste pagine per parlare del mio lavoro. Ma è il pomeriggio del 17 maggio e sono appena rientrato da una passeggiata per la mia città, Ravenna. Le strade sono quasi vuote, e le poche persone che le popolano parlano solo di una cosa: l’alluvione e l’attesa ondata di piena dei fiumi.
Doveva essere così il 27 maggio del 1636, quando il governo cittadino dovette affrontare un’altra grave inondazione. Allora la città era circondata dai fiumi Ronco e Montone, che ruppero gli argini e scavalcarono le mura, trasformando Ravenna in una grande piscina: ancora oggi passeggiando per il centro storico si possono vedere le lapidi che segnano il livello raggiunto dalle acque, abbondantemente oltre al primo piano. Almeno si salvarono le campagne, evitando la fame l’anno successivo. La globalizzazione non è poi una cattiva cosa, se puoi pagarti il cibo che viene da fuori.
Ravenna ha sempre avuto un rapporto particolare con l’acqua, che forse ci siamo dimenticati. La bassa Romagna è un territorio artificiale, così come la Pineta è un bosco creato dall’uomo che senza l’uomo non potrebbe esistere. La terra è stata strappata alle acque esattamente come i Paesi Bassi.
Se guardate una carta geografica, ma anche solo Google Maps, potrete leggere il territorio e i periodi delle bonifiche. I terreni a sud della città furono bonificati in epoca romana: lo si capisce leggendo il reticolo regolare attorno alla via Dismano, che collega Cesena a Ravenna. Il nome di questa strada, poi, è la corruzione del vocabolo Decumano, uno degli assi della centuriazione romana.
A sud ovest abbiamo le bonifiche medievali, quando le piccole comunità locali avevano perduto la forza e la competenza tecnica dei Romani, e torrenti, strade e confini dei lotti sono mobili e ricchi di curve. A nord ovest, ai confini con la provincia di Ferrara la bonifica rinascimentale. Una curiosità è che i signori di Ferrara usarono anche manodopera forzata, e alcune delle località della zona nacquero come colonie penali dove i condannati scontavano la pena ai lavori forzati. A nord est la bonifica moderna, in gran parte Ottocentesca e Novecentesca. E qui mi piace ricordare un avvenimento che credo abbia avuto conseguenze che sono andate ben oltre la nostra città: la rotta del Lamone del 1839, lo stesso fiume che in questi giorni ha inondato Faenza, ma un poco più verso il mare: tra Mezzano e Savarna.
I funzionari dell’epoca, di fronte ad uno scenario di distruzione, seppero guardare al di là delle contingenze e, invece di riparare i varchi negli argini, che furono distrutti parzialmente per oltre un chilometro e mezzo, con una breccia completa di più di duecentocinquanta metri, realizzarono prima un bacino provvisorio per guadagnare tempo e studiare una soluzione radicale, trasformandolo poi in una cassa di colmata. In questo modo furono guadagnati all’agricoltura – prima alla coltivazione del riso, poi a frutteto – oltre ottomila ettari di terreno, dando lavoro ai primi gruppi di braccianti che si erano uniti per sottrarsi allo sfruttamento del lavoro a giornata. Il direttore del genio civile era Filippo Lanciani, ingegnere romano: dopo qualche anno passò qualche guaio, fino ad essere spedito al confino nel 1848, se non ricordo male.
Chissà se questo pericoloso sovversivo guardava così lontano? Chissà se pensava alla nascita delle prime industrie di trasformazione del riso, le pilerie che sorsero nell’attuale via Don Minzoni, chiaramente riconoscibile anche oggi, e nel Mulino Lovatelli, dove c’è un ristorante etnico? Queste sono la preistoria dell’industria di trasformazione di prodotti agricoli che caratterizza tuttora l’economia romagnola.
Che magari sperasse che i continui lavori di manutenzione e di ampliamento delle casse di colmata avrebbero potuto fornire un’occasione di riscatto per la popolazione marginale urbana e del contado, cosa che poi avvenne agendo da catalizzatore per i movimenti cooperativi, che nascono appunto allora?
Una cosa è sicura: Nicola Cavalieri di San Bartolo, che iniziò l’opera, e Filippo Lanciani decisero di cercare un lato positivo di un evento distruttivo. Una decisione che non solo ebbe come conseguenza il guadagno di migliaia di ettari di buona terra coltivabile, ma – e soprattutto – diventarono levatori di un nuovo ordine sociale ed economico più giusto e, per usare una parola in voga, sostenibile.
Questo articolo nasce da una esperienza, fatta in AIAS Academy, nella quale un gruppo formato da Gilberto Crevena, l’autore di queste note e altri, si è domandato come realizzare concretamente il processo di valutazione dell’efficacia della formazione durante la prestazione lavorativa, che si è recentemente affacciato alla cronaca. Sono riconoscente a tutti i colleghi per la profondità dei loro stimoli. Chiaramente errori, omissioni o superficialità sono tutti da attribuire a me.
La necessità di misurare i risultati, per potere regolare lo sforzo in ragione degli obiettivi da raggiungere, non è solo una questione di buonsenso, ma anche un portato dei sistemi di gestione. In un ciclo PDCA, infatti, le attività operative sono tenute sotto controllo attraverso la predisposizione di un sistema di misurazione e di monitoraggio, per consentire di raccogliere dati utili a modificare la pianificazione vari processi, allo scopo di raggiungere gli obiettivi definiti. In sostanza si tiene sotto controllo che l’output delle attività raggiunga i risultati voluti, variando gli input dei vari sottoprocessi e la loro articolazione, che contribuiscono all’esito finale. In un viaggio, si accelera o rallenta il veicolo, in relazione alle condizioni del viaggio e al raggiungimento delle tappe intermedie, per assicurarsi di arrivare alla meta all’orario prestabilito.
Il singolo corso di formazione alla sicurezza ha un obiettivo più ampio di quello di fornire semplicemente nozioni: l’ambizione di mettere in moto un processo di rielaborazione interna al discente, che auspicabilmente dovrà sfociare in un miglioramento della sua consapevolezza dei pericoli e nel miglioramento della sua cultura della sicurezza. A questo obiettivo occorre concedere un certo tempo per potere essere raggiunto, durante il quale il lavoratore può essere esposto alle influenze negative provenienti dal proprio ambiente di lavoro che possono agire in senso contrario agli obiettivi della formazione, ma anche semplicemente abbassare il livello di priorità percepita verso il cambiamento, facendo dimenticare rapidamente le nozioni acquisite e la necessità di metterle alla prova.
Puoi leggere l’articolo Verificare l’efficacia della formazione durante il lavoro su ISL numero 4 del 2023.