Salute mentale e stress lavoro-correlato: se la cabina diventa una trappola | Teknoring

Da un tragico episodio – l’incidente aereo Air India – emergono riflessioni profonde sulla salute mentale e lo stress correlato al lavoro, soprattutto in ambienti critici come la cabina di pilotaggio. Questa vicenda invita a considerare come la pressione operativa e la stanchezza possano trasformare la cabina in una trappola silenziosa, con conseguenze anche fatali. Si esplorano le responsabilità aziendali nella gestione del rischio psicosociale e il bisogno urgente di strategie preventive.

Il confronto tra pratiche attuali e modelli di sicurezza suggerisce che non bastano controlli tecnici se manca un approccio integrato alla salute mentale. Emergenza di protocolli efficaci, formazione specifica e supporto organizzativo diventano protagonisti di questa analisi. Un’introspezione a tutto tondo sulle sfide che coinvolgono piloti, management e sistemi di sicurezza moderna.

Scopri l’articolo completo e approfondisci su Teknoring.

Caldo estremo al lavoro: come nasce il nuovo quadro di riferimento? | Teknoring

Le ondate di calore stanno diventando una minaccia sempre più concreta per la salute e la sicurezza dei lavoratori. Il Ministero del Lavoro ha firmato un nuovo Protocollo che introduce misure operative per prevenire i rischi legati allo stress termico.

Le aziende dovranno valutare attentamente l’esposizione al caldo, tenendo conto di fattori come temperatura, umidità e radiazione solare. Si punta su interventi organizzativi e tecnici, come turnazioni, pause, aree ombreggiate e sistemi di monitoraggio. Viene rafforzata la formazione dei lavoratori e la sorveglianza sanitaria per chi è più esposto. Tutti i dettagli nel nuovo articolo su Teknoring.

Caldo estremo nei cantieri: divieti regionali, rischio grave e imminente, e il ruolo del CSE

Di recente, con l’aumento delle ondate di calore, diverse Regioni italiane hanno introdotto ordinanze che vietano le lavorazioni nei cantieri durante le ore più calde della giornata. Queste misure amministrative nascono con l’obiettivo di tutelare la salute dei lavoratori, ma sollevano interrogativi tra i coordinatori per la sicurezza su come gestire concretamente il tema, in particolare rispetto al concetto di “pericolo grave e imminente” previsto dal D.Lgs. 81/08.

Ordinanze e norme tecniche: livelli diversi di intervento

Le ordinanze regionali che vietano le lavorazioni durante le ore più calde della giornata sono provvedimenti amministrativi temporanei, adottati in risposta a condizioni meteorologiche eccezionali. Si applicano in modo generalizzato, senza considerare le specificità di ogni cantiere, e hanno l’obiettivo dichiarato di semplificare la prevenzione in contesti ad alto rischio, soprattutto dove i controlli interni possono essere carenti.

Queste ordinanze, però, non sostituiscono le norme tecniche, che rappresentano il vero riferimento operativo per la gestione del rischio microclimatico nei luoghi di lavoro. Le norme tecniche spiegano cosa si deve fare per continuare a lavorare in presenza di temperature elevate, ma in condizioni controllate e sicure. In sintesi: il lavoro con il caldo, in determinate condizioni, è tecnicamente gestibile applicando le misure preventive previste dalle norme. Tuttavia, le ordinanze regionali lo hanno vietato in alcune fasce orarie, anche se il rischio, con gli strumenti adeguati, sarebbe controllabile. Non è il caldo ad aver reso il lavoro inaccettabile, lo ha fatto il provvedimento amministrativo, che stabilisce un divieto operativo indipendente dalla valutazione tecnica.

Quali sono le norme tecniche di riferimento?

  • UNI EN ISO 7243 – Stabilisce i criteri per valutare lo stress da calore attraverso l’indice WBGT (Wet Bulb Globe Temperature), che combina temperatura dell’aria, umidità, ventilazione e radiazione solare. In base ai valori rilevati, definisce soglie di rischio e raccomanda tempi di esposizione e pause.
  • UNI EN ISO 7933 – Approfondisce la valutazione dello stress termico e offre modelli predittivi per stimare l’impatto sul corpo umano, considerando anche il vestiario e il livello di attività fisica.
  • Linee guida INAIL e documenti ISPESL – Forniscono indicazioni pratiche per il settore edile, tra cui l’adozione di coperture ombreggianti, l’organizzazione di turni brevi nelle ore calde, la fornitura di acqua fresca, e la formazione dei lavoratori sul riconoscimento dei sintomi da colpo di calore.
  • Guida EU-OSHA 2023 sul rischio caldo – Documento europeo armonizzato che integra le migliori pratiche internazionali (NIOSH, OMS, ILO) con misure preventive adattabili alle diverse realtà lavorative.

L’ordinanza blocca le attività in modo generalizzato, ma non le hanno rese automaticamente pericolose, se si adottano misure di prevenzione adeguate. Confondere i due piani rischia di generare malintesi: il coordinatore per la sicurezza deve saper distinguere tra un divieto amministrativo da rispettare e la gestione tecnica del rischio.

Pericolo grave e imminente: definizioni e limiti operativi

Se un lavoratore è sotto il sole da ore e manifesta segni evidenti di affaticamento, disidratazione o malessere, non ci troviamo più davanti a un semplice pericolo legato alla lavorazione, ma a una vera e propria condizione di emergenza che richiede un intervento immediato.

Per comprenderlo correttamente, è utile richiamare la struttura logica dell’analisi RCA (Root Cause Analysis), che distingue sempre tra evento focus, cause immediate, cause sottostanti. La nostra situazione è affiancata ad un caso comune, per renderla maggiormente comprensibile.

DenominazioneLavoro in quotaClima estremo
Evento focusFerite e frattureColpo di calore
Causa immediataCadutaEsposizione a clima estremo
Causa sottostanteMancanza di parapettoViolazione del divieto orario

La probabilità che si verifichi l’evento focus, cioè il danno, cambia a seconda del contesto. Nel caso del colpo di calore la probabilità è alta: serve un’esposizione prolungata e condizioni specifiche, e non è automatico che avvenga. Nella caduta dall’alto, invece, il danno è praticamente certo, soprattutto alle quote più elevate.

Il concetto di “imminente” si lega al tempo: significa che qualcosa avviene senza alcun intervallo. Il colpo di calore, quindi non è immediato rispetto all’esposizione al sole: non è neanche certo. La caduta, al contrario, produce conseguenze immediate e praticamente sicure, specialmente se si cade da quote elevate.

Se si applicano correttamente le categorie, il caldo rappresenta un pericolo grave, ma non immediato in senso tecnico e giuridico. Il pericolo grave e imminente si configura solo quando il rischio si sta trasformando rapidamente in danno, e non è più sotto controllo.

Fino a quel momento, siamo nel campo della gestione preventiva, dove si possono applicare misure organizzative e tecniche per evitare il danno. Quando invece il lavoratore mostra già segni evidenti di malessere, la situazione passa da un problema di rischio a un’emergenza sanitaria. In quel caso, non si parla più di valutazioni preventive o di sospensione delle attività, ma si interviene immediatamente per tutelare la persona, secondo le procedure di primo soccorso.

È fondamentale, quindi non confondere i livelli:

  • il rischio caldo si gestisce con prevenzione, organizzazione e rispetto delle norme tecniche;
  • l’inosservanza di un’ordinanza regionale si segnala come violazione, ma non si trasforma automaticamente in pericolo grave e imminente;
  • la condizione clinica di un lavoratore in difficoltà impone un intervento immediato, perché la fase di pericolo è già superata, siamo nella gestione di un’emergenza.

Il ruolo del CSE: segnalare, non supplire

Il D.Lgs. 81/08 assegna al Coordinatore per la Sicurezza in fase di Esecuzione un ruolo preciso: vigilare sull’applicazione delle misure di sicurezza, segnalare le violazioni al responsabile dei lavori e, solo nei casi di pericolo grave e imminente, disporre la sospensione delle attività. Questa è la gerarchia degli interventi stabilita dalla legge: prima si segnala, si coinvolge chi ha la responsabilità gestionale e contrattuale, si chiede alle imprese di rientrare nei parametri; solo se si arriva a un rischio immediato e non controllabile, si procede con la sospensione.

E quindi, il mancato rispetto delle ordinanze regionali è un caso che deve essere trattato attivando la procedura dell’art. 92 c. 1 lett. e), la segnalazione al committente.

Nella pratica, però, si sta diffondendo una deriva che ribalta questa logica. Sempre più spesso, il CSE viene spinto o si sente legittimato a usare la sospensione come strumento ordinario per gestire il cantiere, mentre la comunicazione al responsabile dei lavori finisce per essere vista come un passaggio formale, da attivare solo quando la situazione è ormai degenerata.

È una stortura che genera gravi disfunzioni. Le imprese, in questo schema, finiscono per deresponsabilizzarsi, abituandosi a lavorare solo sotto la pressione diretta del CSE, senza sviluppare un reale senso di autonomia e di rispetto delle regole. Allo stesso tempo, il CSE si ritrova a svolgere un ruolo operativo che lo espone a responsabilità ulteriori, ben oltre i confini previsti dalla legge, con il rischio concreto di contestazioni o richieste di risarcimento danni da parte delle imprese o del committente.

Il punto più critico è proprio l’esclusione sistematica del responsabile dei lavori dal processo di gestione delle violazioni. Quando il CSE interviene in modo diretto e isolato, senza mantenere il flusso informativo verso il RL, si rompe la catena delle responsabilità, si depotenzia il sistema di prevenzione e si scarica tutto il peso operativo e giuridico sul coordinatore.

Tutelare la sicurezza dei lavoratori non può trasformarsi in un esercizio solitario, né in una forzatura degli strumenti normativi. La legge definisce ruoli, priorità e limiti proprio per garantire un equilibrio tra prevenzione, gestione e responsabilità. Alterare questo equilibrio può sembrare più rapido o più efficace nell’immediato, ma nel lungo periodo crea solo inefficienza e conflitti tra le figure coinvolte nel cantiere.

La sicurezza si costruisce con metodo, non con improvvisazioni

La sicurezza non si impone, si costruisce nel tempo, applicando le regole con coerenza e rispettando i ruoli. Ogni volta che si forza questo equilibrio, anche in buona fede, si genera confusione, si deresponsabilizzano le imprese e si espone il CSE a rischi che la legge non gli assegna.

Nel cantiere serve metodo, non scorciatoie. E serve il coraggio di coinvolgere chi ha la responsabilità, anche quando è più comodo intervenire in autonomia. Solo così la prevenzione diventa un sistema che regge, non una gestione improvvisata sotto pressione.

Episodio 16 | Nuovi scenari di rischio e emergenza climatica

Il cambiamento climatico è ormai una realtà concreta che impatta anche il mondo del lavoro e della sicurezza. Ci aspettavamo rischi noti, come incendi o incidenti, ma oggi dobbiamo fare i conti con eventi diffusi e imprevedibili che arrivano dall’esterno. Ondate di calore, allagamenti, incendi boschivi e blackout non sono più eccezioni, ma fenomeni che incidono su salute, impianti e continuità produttiva. Chi si occupa di sicurezza deve quindi guardare oltre i confini aziendali e integrare il rischio climatico nelle valutazioni e nei piani operativi. Serve aggiornare i documenti, proteggere gli spazi, adattare turni e procedure in modo flessibile.

Anche le persone devono essere coinvolte, formate a riconoscere i segnali e ad agire prima che il pericolo si concretizzi. Non possiamo controllare tutto, ma possiamo prepararci meglio, con azioni semplici e coordinate. La sicurezza diventa così un processo dinamico, fatto di attenzione, adattamento e collaborazione. E anche se non abbiamo sempre il pezzo giusto, con quello che abbiamo possiamo far ripartire il sistema.

Per approfondire questi temi, vi invito ad ascoltare la puntata del podcast di Teknoring di Wolters Kluwer Editore, in collaborazione con Storielibere.fm, dal titolo “Nuovi scenari di rischio e emergenza climatica“.

Episodio 15 | Dati, sicurezza e KPI, ma i numeri non sono tutto

I numeri raccontano molto, ma non tutto, soprattutto quando si parla di sicurezza sul lavoro. Raccolta dati e KPI sono strumenti utili solo se progettati con chiarezza e collegati a obiettivi concreti, altrimenti rischiano di generare solo confusione. La norma ISO 45004 ci ricorda che gli indicatori vanno costruiti come segnali lungo il percorso, non come semplici conteggi a fine viaggio.

Distinguere tra indicatori di risultato, attività, prestazione e percezione aiuta a leggere la realtà in modo più completo. Non basta sapere quanti near miss o ispezioni abbiamo fatto: serve capire se stiamo davvero migliorando. Gli indicatori devono spingerci all’azione, non solo rassicurarci o riempire report. Anche la migliore dashboard non sostituisce la capacità critica di chi osserva e interpreta i segnali.

Ne parlo in dettaglio nella nuova puntata del podcast “Il rischio è il mio mestiere”: clicca qui per ascoltarla.

ISO 45001 e conformità – gestione del cantiere e aggiornamento del PSC | AIAS Academy.

La gestione della sicurezza nei cantieri ha bisogno di un cambio di passo: non bastano più le check list e i verbali a norma, serve una strategia. I sistemi di gestione hanno insegnato che per migliorare davvero le prestazioni servono dati, processi e decisioni consapevoli. La ISO 45001 ha aperto questa strada, ma è con la recente ISO 45004 che arrivano indicazioni operative per misurare, monitorare e valutare le prestazioni in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Il coordinatore di cantiere, oggi, può – e dovrebbe – usare indicatori concreti per orientare le ispezioni, valutare i rischi residui, aggiornare in modo sensato il PSC.

Basta considerare il Piano come un documento statico: è uno strumento di lavoro che deve riflettere l’evoluzione del cantiere, le decisioni delle imprese, le condizioni reali. La nuova norma sottolinea l’importanza di distinguere tra ciò che è conforme, ciò che può essere migliorato e ciò che richiede un’azione correttiva strutturata. Il ciclo di Deming si completa solo se anche la fase “Act” – oggi assente dal quadro normativo – diventa prassi concreta nei cantieri.

Se vuoi imparare come applicare questi concetti e trasformare il tuo coordinamento in un’attività strategica, iscriviti al corsoISO 45001 e conformità – gestione del cantiere e aggiornamento del PSCdi AIAS Academy il prossimo 28 luglio.

Episodio 14 | HSE tra rischio e fiducia, quando l’algoritmo decide

È uscita la nuova puntata di «Il rischio è il mio mestiere»!

Si parte con Platone che critica la scrittura, si passa per Umberto Eco accusato di barare col computer, e si arriva a noi, che ci chiediamo se davvero possiamo lasciare la sicurezza dei luoghi di lavoro nelle mani di un algoritmo.

Spoiler: ci sono droni che ti osservano dall’alto, caschi che ti sgridano se sei stanco, e intelligenze artificiali che… sembrano sapere tutto.

Una puntata tra ironia, futuro e qualche dubbio sano. Perché l’AI può anche essere brillante, ma se sbaglia… siamo noi a pagarne le conseguenze.

Ascoltatela su Storielibere.fm o dove volete, ma fatelo prima che lo faccia il vostro wearable.

Il nuovo accordo sulla formazione: un punto di partenza, non un traguardo | ISL

L’obbligo di formazione sulla sicurezza sul lavoro esiste in Italia dal 1994, ma per anni è rimasto privo di contenuti chiari, lasciando spazio a una gestione disomogenea e spesso formale. Solo nel 2011, con il primo Accordo Stato-Regioni, si è cercato di introdurre criteri minimi, colmando un vuoto che il mondo professionale non aveva saputo affrontare da solo. Il nuovo Accordo del 2025 alza leggermente l’asticella, chiedendo maggiore rigore ai soggetti formatori, ma senza imporre obblighi eccessivi. Intanto, altri paesi hanno costruito standard volontari solidi, come IOSH, NEBOSH, VCA e CSCS, dimostrando che la qualità si può raggiungere anche senza norme stringenti.

In Italia, invece, si è spesso preferita la conformità alla qualità, in un sistema dominato da approcci giuridici più che tecnici. Solo l’apertura internazionale ha cominciato a scuotere questa inerzia, portando esempi virtuosi anche da aziende italiane come SAIPEM, che investe milioni nella formazione e ottiene risultati eccellenti. Il vero tema oggi non è se sei ore ogni due anni siano troppe, ma perché non si investa con la stessa intensità nei dirigenti e nelle figure apicali. L’Accordo è un punto di partenza, ma la sicurezza, quella vera, resta una scelta culturale prima che normativa.

Leggi l’articolo Il nuovo accordo sulla formazione: un punto di partenza, non un traguardo su ISL numero 6/2025.

Referendum abrogativi 8 e 9 giugno: prospettive sul quarto quesito | Teknoring

Il quesito referendario sulla responsabilità del committente negli appalti appare mal posto, perché chiede di decidere con un Sì o un No su un dettaglio giuridico complesso, che nella pratica può avere ricadute imprevedibili. I promotori del Sì sostengono che ciò spingerebbe a selezionare imprese più affidabili, ma si rischia un irrigidimento normativo e un aumento del contenzioso.

I dati mostrano invece che la sicurezza sul lavoro è migliorata non grazie a nuove leggi, ma grazie all’impegno delle imprese e dei tecnici che hanno fatto crescere il sistema con competenza e serietà. Episodi come la morte di Luana D’Orazio o la tragedia nel cantiere Esselunga mostrano come le reazioni emotive portino spesso a leggi inefficaci e scritte male. Senza un sistema informativo funzionante come il SINP, ogni intervento normativo si basa su impressioni e non su dati verificabili.

Più che una nuova norma, serve un metodo diverso: ascoltare chi lavora, usare i dati, confrontarsi con serietà per costruire regole giuste e sostenibili.

Puoi leggere l’articolo Referendum abrogativi 8 e 9 giugno: prospettive sul quarto quesito su Teknoring.

Workplace Health Promotion: sicurezza, benessere e nuove strategie aziendali | ISL

Dopo la pandemia, il concetto di promozione della salute nei luoghi di lavoro si è ampliato, integrando il benessere psicologico, sociale e organizzativo come parte essenziale della tutela della salute. Le aziende più attente hanno introdotto programmi di supporto allo stress, flessibilità lavorativa, iniziative per uno stile di vita sano e ambienti inclusivi, riconoscendo che la salute va oltre l’assenza di malattia. Questa trasformazione ha reso la WHP una leva strategica per la competitività, capace di aumentare la produttività, ridurre l’assenteismo e migliorare la qualità della vita lavorativa.

Le strategie più efficaci prevedono il coinvolgimento della leadership, la partecipazione attiva dei lavoratori e un sistema di monitoraggio continuo degli impatti organizzativi. La WHP si collega direttamente agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, contribuendo alla salute (SDG 3), al lavoro dignitoso (SDG 8) e al consumo responsabile (SDG 12). Modelli regionali e buone pratiche italiane dimostrano che integrare la salute nei processi aziendali non è solo possibile, ma anche vantaggioso sul piano umano, sociale e produttivo.

Puoi leggere l’articolo Workplace Health Promotion: sicurezza, benessere e nuove strategie aziendali su ISL, Igiene e Sicurezza del Lavoro, n. 5/2025.