HSE e Coronavirus: domande frequenti e risposte di buon senso

La situazione è seria, come sono serie le conseguenze sulla vita personale e professionale di tutti. In queste giornate, diversi sono i dubbi e le domande dei professionisti tecnici che devono svolgere, nei limiti del possibile, il loro lavoro. Queste sono le risposte che possono essere date, con un po’ di informazione e buonsenso. Vale la pena però segnalare che le condizioni cambiano di giorno in giorno: al momento sono in vigore le restrizioni descritte con il Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri in data 11 marzo 2020.

HSE e Coronavirus: domande frequenti e risposte di buon senso

Il rapporto con il Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza

Il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza è quel ruolo, previsto dal Testo Unico sulla Sicurezza, che viene designato dai lavoratori allo scopo di interagire con le altre persone del sistema di gestione della sicurezza per i fini previsti dalla norma: fondamentalmente consultazione e partecipazione, vedi il D.Lgs. 81/2008, Titolo I, Capo III, Sezione VII. La norma non prevede a suo carico né obblighi, ovvero comportamenti il cui mancato rispetto può essere sanzionato dal Testo Unico, né compiti, ovvero attività la cui omissione o non corretta esecuzione che, pur non sanzionati dal Testo unico, possono costituire il fondamento di una imputazione per un reato di danno. Datore di lavoro, dirigenti, preposti e lavoratori sono alcune delle figure che la legge individua come titolari dei primi, mentre il Responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione è il destinatario dei secondi. Diversamente da queste figure, il RLS ha invece attribuzioni, che sono comportamenti che gli sono riconosciuti, con la garanzia che il limitato o mancato esercizio degli stessi non sia sanzionato dalla normativa.

Il rapporto con il Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza

Le professionalità della sicurezza sul lavoro all’estero

Le normative e gli standard internazionali insistono sempre più nell’integrazione della sicurezza nelle attività lavorative: la prevenzione va integrata nei processi di lavoro, più volentieri che adattata ad essi. Sembra paradossale ma la progressiva integrazione va di pari passo con la definizione di aree di specializzazione dei tecnici della sicurezza: nuove professionalità che sono sorte per meglio padroneggiare i rischi che si incontrano nelle diverse attività di produzione. Alcune di esse risentono dell’ordinamento legislativo, che è tipico di ogni paese; anche in Europa le direttive comunitarie sono state recepite in modalità tali che, pur in presenza di tratti comuni, è difficile pensare alla possibilità di scambiare ruoli in ambito transnazionale, se non in particolari situazioni e in parti del mondo che hanno “ereditato” la regolamentazione della sicurezza, di solito dal mondo anglosassone. Una panoramica è necessariamente parziale perché, pur decidendo di limitarsi alle figure manageriali, ci sono tante professionalità per così dire “ibride”, dove spesso e volentieri si passa dal livello gestionale a quello operativo e viceversa. E poi il processo di integrazione ha reso molte professionalità border-line. Quanto queste fanno riferimento alla sicurezza e quante alla produzione? Un tecnico in possesso di certificato di formazione ADR (trasporto materiali pericolosi), un esperto qualificato in radioprotezione, una persona in possesso di certificato previsto dalla norma CEI 11-27 per Persona Esperta PES di cosa di occupano? Di sicurezza o di produzione?

Le professionalità della sicurezza sul lavoro all’estero

Il piano di evacuazione: consigli e strumenti

L’evacuazione da un ambiente di lavoro è la condizione più drastica che può avvenire in caso di incidente: è quando la situazione all’interno degli spazi o dell’edificio è talmente compromessa da mettere in serio pericolo la vita delle persone che la occupano. I motivi per cui questo può accadere possono essere causati dalle attività che vengono svolte in questi spazi, incidenti che provocano incendi, dispersione di sostanze pericolose, perdita di stabilità di edifici, impianti e attrezzature, allagamenti, ma anche da situazioni che hanno la loro genesi all’esterno, indipendenti dal lavoro che viene svolto, come terremoti, inondazioni, altre catastrofi naturali o incidenti causati dall’uomo, i cui effetti si propagano all’ambiente di lavoro.

Il piano di evacuazione: consigli e strumenti

I permessi di lavoro

Malgrado la valutazione dei rischi sia considerata troppo spesso un adempimento notarile, perseguita con l’obiettivo di produrre un documento di minuziosa capziosità il cui unico fine è quello di evitare le conseguenze penali degli incidenti, in realtà questo strumento può essere declinato in attività estremamente concrete ed operative, la cui flessibilità è tale da mettere in grado di gestire condizioni in cui il cambiamento dei livelli di esposizione al pericolo è uno dei fattori principali dei rischi cui sono esposti i lavoratori.

Alcune attività che vengono svolte in cantiere, infatti, possono avere caratteristiche e pericoli che male si prestano ad essere analizzati e i controlli programmati in anticipo, “a tavolino”: sono tutte quelle situazioni causate dalla transitorietà; pericoli che possono variare a seconda di condizioni che non è possibile o non è economico controllare, intendendo economico nel significato di sforzo commisurato ai risultati. Questi casi devono essere individuati e i rischi valutati “sul posto”, in modo da definire i controlli che devono essere predisposti con i lavori, per minimizzare i rischi. Quello dei permessi di lavoro è un sistema di gestione formale, che ovvero richiede il rispetto di una determinata forma per la sua validità, istituito per garantire che una valutazione preliminare dei rischi venga eseguita prima di intraprendere attività ad alto rischio, allo scopo di definire le condizioni di lavoro che dovranno essere soddisfatte. È consigliabile rivolgersi a sistemi di permessi di lavoro tutte le volte in cui le condizioni di sicurezza per svolgere determinate operazioni lavorative non sono permanentemente presenti negli ambienti di lavoro, quando la situazione iniziale deve essere analizzata, le misure di mitigazione definite e, infine, delle azioni devono essere svolte per raggiungere e mantenere le condizioni di sicurezza accettabili.

Leggi l’articolo sul numero 2/2020 di Igiene & Sicurezza del Lavoro.

I near-miss

I near-miss sono l’araba fenice del mondo HSE: che ci siano ciascun lo dice, dove siano nessun lo sa. Il Testo Unico sulla Salute e Sicurezza sul Lavoro non li definisce, così come lo standard ISO 45001 Sistemi di gestione per la salute e la sicurezza sul lavoro. Il vecchio standard BS OHSAS 18001:2007 li definiva, come approfondimento del termine incident, incidente, come quell’incidente che non ha avuto come conseguenze ferite, malattie professionali o perdite, indicando come sinonimi le parole near-hit (quasi colpito), close call (traducibile come scampata bella) o dangerous occurrence (situazione pericolosa). La piattaforma Online Browsing Platform OBP dell’ISO, sulla quale ricercare i termini delle norme e degli standard, riporta 62 ricorrenze del termine near-miss negli standard e due definizioni, tutte e due però in ambiti molto lontani dal mondo HSE e perciò inutili. Il manuale HSE245 Investigating accidents and incidents, pubblicato dall’Health and Safety Executive britannico, l’organizzazione governativa a supporto delle buone pratiche HSE, definisce i near-miss come quegli eventi che, mentre non causano danni, hanno la potenzialità di provocare ferite o malattie professionali.

I near-miss

Come gestire le differenze di lingua e cultura nel lavoro all’estero

La sicurezza è un’attività di relazione, e la questione della lingua è fondamentale. Il D.Lgs. 81/2008, Testo Unico sulla Salute e Sicurezza sul Lavoro elenca giustamente la questione della comprensione della lingua in cui viene veicolata la formazione e l’informazione sulla sicurezza. La Direttiva Macchine, 2006/42/CE stabilisce analogamente che le macchine devono essere accompagnate dalle istruzioni per l’uso redatte nelle lingue comunitarie ufficiali dello stato membro in cui la macchina è immessa sul mercato o messa in servizio. Quali sono le strategie da applicare per comunicare la sicurezza all’interno di un ambiente multietnico, sia questo in Italia, con una rilevante popolazione di personale immigrato, che all’estero, quando l’immigrato è il personale italiano?

Come gestire le differenze di lingua e cultura nel lavoro all’estero

ISO 45001 Requisito 5: Il ruolo della leadership

Alcuni dei requisiti più innovativi dello standard ISO 45001:2018 sui sistemi di gestione della sicurezza sono contenuti al capitolo 5 Leadership e partecipazione dei lavoratori. Questi sono esposti in quattro sezioni, di cui ben tre sono dedicate alle responsabilità dell’alta direzione e una alla partecipazione dei lavoratori: strutturazione che rispetta la preminenza che ha l’azione del management nel successo dell’implementazione di un sistema di gestione della sicurezza.

La clausola 5.1 Leadership e impegno dello standard ISO 45001:2018 definisce la necessità che il top management dimostri la propria diligenza, direttamente e apertamente, rivolgendosi a tutte le parti interessate. Con la nuova norma l’alta direzione non ha alcun alibi, e dovrà essere sottoposta ad audit sui vari temi del funzionamento del sistema e sul loro coinvolgimento in esso come un fatto di routine. Qualora un membro di questa rimandasse a figure operative, questo sarà già di per sé un segnale di problemi già nell’implementazione del sistema.

Leggi l’articolo sul numero 2/2020 di Ambiente & Sicurezza

Sicurezza all’estero, tra regole e difficoltà

Sempre più imprese italiane stanno sviluppando il loro business fuori dall’Italia. Le situazioni possono essere diverse: nuovi stabilimenti, partecipazione a società locali, cantieri di costruzione, missioni per installazione o manutenzione di impianti. Il modo in cui gestire la sicurezza dei lavoratori impegnati all’estero può diventare un problema. Documentazione e regole Per prima cosa è necessario sapere che i datori di lavoro italiani che intendono assumere lavoratori italiani da impiegare stabilmente all’estero sono tenuti al rispetto di una serie di regole scritte ad hoc: occorre chiedere un’autorizzazione al Ministero del Lavoro e al Ministero degli Affari Esteri e i lavoratori sono soggetti all’assicurazione obbligatoria INAIL. Sono regolamentate le trasferte, i trasferimenti e i distacchi; un buon consulente del lavoro saprà certamente fornire un supporto adeguato. Non dobbiamo dimenticare, però, che esiste anche la legislazione del paese ospitante: al di fuori dell’Unione Europea occorre spesso richiedere un visto per potere svolgere attività lavorative. Le procedure variano caso per caso, possono essere anche impegnative e si è soggetti a sanzioni importanti, nel caso si venga colti a lavorare con visti che non le prevedono. Infine, occorre tenere presente la regolamentazione locale in materia di sicurezza sociale e di contratti di lavoro, con la possibilità di dovere aprire posizioni locali.

Sicurezza all’estero, tra regole e difficoltà

Ruoli organizzativi nei cantieri

Per la realizzazione di grandi progetti di costruzione vengono costituite organizzazioni ad hoc per organizzare e coordinare il lavoro di innumerevoli persone, che contribuiscono tutte al successo del progetto in ragione delle loro competenze, esperienze e attività. Normalmente queste opere vengono eseguite da grandi organizzazioni che sono dettagliatamente strutturate. Tipicamente la struttura “corporate” è articolata per dipartimenti tecnici e per aree geografiche: primi forniscono l’indirizzo ed il supporto tecnico alla squadra che si troverà ad operare in cantiere, mentre le seconde definiscono l’organigramma del cantiere, con personale interno o facendo ricorso al mercato locale o internazionale, in caso di particolari criticità. Può capitare però che più imprese si uniscano per eseguire queste opere, non tanto con il ricorso al subappalto, ma con la condivisione di risorse organizzative e tecniche. Questo avviene di solito quando il progetto affronta temi tecnici particolarmente sofisticati, per i quali sono necessari supporti specialistici, o quando l’entità della commessa è tale da suggerire una condivisione del rischio di impresa: un boccone che può essere troppo impegnativo per una sola organizzazione. Le forme in cui questo può avvenire in Italia sono fondamentalmente due: i consorzi o le società consortili e i raggruppamenti temporanei di imprese, mentre all’estero si parla genericamente di joint venture.

Leggi l’articolo sul numero 1/2020 di Igiene & Sicurezza del Lavoro.