Elabora un piano | HSE Manager Wolters Kluwer

Il quinto passo di una indagine su una non conformità è elaborare un piano per l’azione correttiva.

Una vera azione correttiva, che incide sulle cause radice, non può essere applicata in modo improvvisato. Richiede risorse, impegno, tempo. Per ottenere il migliore risultato, però, occorre soprattutto organizzarne lo svolgimento con un piano.

Un piano per l’azione correttiva di una non conformità parte dall’individuazione di un obiettivo, cioè del cambiamento che vogliamo implementare. Prosegue poi con la definizione delle risorse che possiamo dedicargli e con l’attribuzione delle responsabilità ai ruoli rilevanti per il loro utilizzo. Sulla base di queste scelte, definiremo la scadenza temporale entro la quale ottenere i risultati. Infine, è consigliabile stabilire quali indicatori raccogliere durante lo svolgimento delle attività del piano, per tenere sotto controllo gli step di avvicinamento all’obiettivo.

I piani sono gli strumenti che ci permettono di mantenere il controllo delle attività che dobbiamo svolgere, assicurandoci di poterle portare a termine senza problemi. Senza pianificazione si corre il rischio concreto di sprecare energie, ottenendo risultati inferiori alle aspettative.

Dopo aver visto come si analizzano gli esiti dell’indagine vera e propria nell’episodio precedente e, in quest’ultimo, come si organizza un piano per correggere una non conformità, nel prossimo episodio scopriremo perché è necessario riesaminare i risultati dell’azione correttiva.

Analizza i risultati | HSE Manager Wolters Kluwer

Una volta che è stata definita la dinamica che ha portato a prodursi una non conformità, un incidente o un infortunio, occorre analizzare i risultati allo scopo di definire una lezione da applicare per fare in modo che il danno non si ripeta. Questo lo si ottiene partendo dall’esame delle cause radice. Intervenire solo sulle cause apparenti o su quelle sottostanti servirà a definire un rimedio contingente per quella deviazione, ma non impedirà che le medesime lacune organizzative o gestionali possano ripetersi, provocando danni in un altro settore. Se abbiamo stabilito che, alla base di quello che è accaduto, ci sono decisioni o disposizioni che non sono state valutate adeguatamente, allora dovremo agire su queste. Così come se supervisione, monitoraggio, formazione o le risorse destinate alla sicurezza si sono rivelate inadeguate, dovremo individuare misure correttive a questo livello.

Cosa succede quando ci imbattiamo in un errore umano? Un atto pericoloso può essere un elemento che ha contribuito ad una non conformità ed è una situazione che deve essere trattata con delicatezza. Da una parte, focalizzarci sull’errore umano può portare a sottovalutare i problemi organizzativi, la cui risoluzione è più efficace per i nostri scopi. Dall’altra, ignorare queste deviazioni può indebolire l’utilità della nostra analisi. La tassonomia dell’errore umano di James T. Reason definisce un utile sistema per inquadrare questi eventi all’interno dei processi produttivi, in modo da poterli riconoscere e costruire le condizioni per evitarli o per tenere sotto controllo le loro conseguenze.


Nella puntata precedente abbiamo visto come si raccolgono le informazioni. Nelle prossime puntate scopriremo come rivedere i processi e pianificare il loro cambiamento.

Raccogli le informazioni | HSE Manager Wolters Kluwer

Lo scopo delle indagini per le non conformità, e quindi anche per gli incidenti e gli infortuni, non è quello di individuare un responsabile. Ma di stabilire i fattori che hanno provocato l’evento, allo scopo di correggere i processi e fare in modo che le violazioni non si possano ripetere.
Per fare questo dobbiamo determinare i tre livelli di cause: quelle immediate, l’agente che ha provocato l’evento non voluto. Le cause sottostanti, gli atti o le condizioni pericolose che lo hanno reso possibile. Le cause radice, le scelte organizzative e gestionali che sono all’inizio della catena causale che ha portato alla non-conformità.

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Nozioni ambientali di base per HSE Manager | Speciale ISL

Fino a qualche tempo fa era normale che le aziende che non avevano particolari questioni legate all’ambiente – non i grandi stabilimenti petrolchimici per intenderci, ad esempio – affidassero la gestione degli adempimenti ambientali al Responsabile del servizio prevenzione e protezione. Un scelta che poteva essere il riconoscimento di una certa marginalità di questi aspetti dell’organizzazione: sia la protezione dell’integrità psicofisica del lavoratore che quella dell’ambiente percepite come lontane dalla produzione. Mentre però l’Italia ha provveduto a regolamentare il ruolo di RSPP sin dal 1994, con il Decreto Legislativo 626, che recepisce per la prima volta la direttiva 89/391/CEE, sull’attuazione di misure volte a promuovere il miglioramento della sicurezza e della salute dei lavoratori durante il lavoro, e a definire i requisiti della sua qualificazione, con regolamenti sui quali si è intervenuto più volte a partire dal Decreto Legislativo 195 del 2003, che bene o male hanno fornito un certo grado di alfabetizzazione a chi ricopre questo ruolo, nulla è stato fatto per quanto riguarda la formazione ambientale. Questo significa che un Responsabile del servizio prevenzione e protezione, se restiamo al dato nudo degli argomenti che si affrontano per ottenere questa qualifica, non ha alcuna competenza in materia di gestione ambientale, con il corollario che non esiste, in Italia, una summa di conoscenze e abilità che sia condivisa e riconosciuta a livello professionale. Si trovano, però, un insieme di storie e di esperienze personali. Naturalmente ci sono punte di eccellenza e fior di professionisti, ma quello che manca è un syllabus di nozioni culturali e pratiche base e condivise, almeno per quei professionisti maturi che non hanno avuto modo di affrontare questi temi durante il loro periodo di studi.

Ha cercato di porre rimedio a questa situazione la norma italiana UNI 11720, Attività professionali non regolamentate – Manager HSE (Health, Safety, Environment) – Requisiti di conoscenza, abilità e competenza, rilasciata nel luglio del 2018, definendo un livello minimo di requisiti per questo ruolo. L’obiettivo di questo approfondimento non è quello di fornire un supporto all’acquisizione di tutte le nozioni richieste dalla norma, soprattutto perché andando a leggere il contenuto del modulo formativo numero 5 Area tecnica in materia ambientale, si scopre che i requisiti richiesti per puntare alla certificazione come HSE Manager sono piuttosto impegnativi, e si può restare sorpresi sia da quello che è stato incluso che da ciò che è stato omesso. Molto più modestamente, questo lavoro intende fornire ai tecnici gli elementi base relativi agli obblighi e alle soluzioni da impiegare, all’interno di un inquadramento generale più ampio, relativo ai temi e ai movimenti culturali che stanno fungendo come stimolo per il settore. Tutto ciò da utilizzare come punto di partenza per l’approfondimento dei temi più vicini alla politica e all’operatività delle attività che seguono.

Con contributi di Margherita Santamicone e Davide Canuti.

Questo lavoro è stato pubblicato col supplemento al numero 10/2021 di Igiene & Sicurezza del Lavoro.

Catch the wave | IOSH

Mi fa piacere condividere questo nuovo video prodotto da IOSH, il professional board britannico degli specialisti di salute e sicurezza sul lavoro.

Il motivo è semplice: la crisi pandemica e climatica stanno imponendo un cambio di passo. Non è più sufficiente parlare di salute, di sicurezza o di ambiente: occorre allargare lo sguardo e lavorare per fare in modo che le nostre organizzazioni diventino sostenibili e resilienti.

Definisci il tipo di investigazione | HSE Manager Wolters Kluwer

Dopo che avete messo in sicurezza la scena dove si è verificata la non conformità, è il momento di definire il tipo di indagine da sviluppare, per individuare le cause radice della deviazione.
Allo scopo di non sprecare le risorse, come prima cosa è necessario esaminare le non conformità per valutare la possibilità di trarne delle indicazioni significative. Il massimo sforzo di indagine dovrebbe essere dedicato a quelle deviazioni che hanno provocato danni, alle persone e alle cose, ma anche a quelle che avrebbero potuto farlo. I cosiddetti alto potenziale. Per fare questo, è consigliabile definire un gruppo che si occuperà in modo formale dell’investigazione.

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Rispondi ai rischi immediati | HSE Manager Wolters Kluwer

Quando una non conformità viene individuata o, peggio, accade un incidente, la prima cosa da fare è mettere in sicurezza l’area.

Se si tratta di un incidente è necessario soccorrere i feriti e allontanarli dai pericoli. Sono circostanze in cui una risposta efficace può essere sviluppata solo se le cose sono state pianificate in anticipo. Ebbene, è possibile che nel tempo che impiegherete per queste analisi, la non conformità che avete individuato, evolva in un incidente, con i connessi danni personali e materiali?

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You only live twice: qualification vs working knowledge | HSE People

Qualification and working knowledge are essential components, much like the ingredients in a cocktail. For instance, consider James Bond’s favourite drink, the Martini cocktail, which he prefers “shaken, not stirred.” Separating the gin from the vermouth is impossible.

Qualification and working knowledge combine to create a unique flavour containing elements of both. In the real world, our experiences are only sometimes neatly separated. Instead, our ingredients often intermingle, forcing us to adapt and learn quickly when facing unexpected challenges. To prepare for professional challenges, we must plan our training accordingly.

What sets an iconic cocktail apart and makes a technician a competent professional? It’s all about controlling the main ingredients and adding secondary ones in the proper proportions. A good Martini cocktail, for example, requires lemon zest, green olives without pits, ice, and careful presentation. Drinking a Martini cocktail from a beer mug would be a terrible idea!

If you have extraordinary professionalism, you could be a Vesper Martini, the first cocktail James Bond ordered in Ian Fleming’s 1953 book, Casino Royale. IIt is named after the seductive double agent, Vesper Lynd, played by two beautiful women: Ursula Andress in the 1967 movie and Eva Green in the 2006 remake. A Vesper Martini comprises gin, vodka, and Kina Lillet, a French liqueur made with wines from the Bordeaux region and macerated liqueurs. Unfortunately, it is no longer produced.

What do I mean by this bold alcoholic-cinematic metaphor? What do Ursula Andress and Eva Green have more than many other beautiful women? The word is personality. Experience and skills are only helpful if you can rework them to produce something new and yours. And how is this achieved? Testing yourself every day. Trying to improve and finding your weaknesses to work on.

Do you think Eva Green (and Ursula Andress, in her day) left home in the morning as they woke up? Maybe now, yes. But they can afford it because they have worked on themselves for years. They worked on how to introduce themselves, how to walk, how to look, how to smile, how to talk, how to drink a glass of champagne, how to shake hands… They learned to wear make-up, dress, pose, model, and act. They tested themselves because they wanted to improve themselves.

There it is. A good professional must certainly have qualifications and working knowledge. But they are both things you can buy, more or less cheaply. A good professional has a personality. He tackles work to serve his client and the people around him and improve himself. He chooses professional challenges to become a better person. He can develop skills and experiences by producing something new.

Because, after all, you only live twice, and twice is the only way to live!

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HSE and technology | HSE People

Technology is the discipline that concretizes ideas and studies, which aim at the processes for the realization of goods and the execution of the activities we need to live and thrive.

Through technology, man has sought the tools to do with less effort what he could already do, and to do things that were beyond his means: from stone weapons (homo habilis, about 1.75 million years ago) to space travel.

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Rebranding safety

Oggi voglio consigliarvi di dare un’occhiata a questo video di James MacPherson, della serie Rebranding Safety, letteralmente, cambiamo il marchio della sicurezza. MacPherson sostiene che il percorso tradizionale della formazione della sicurezza è condannato al fallimento (Why the safety profession is doomed to fail), perché non è altro che un insieme di nozioni che produce un tuttofare buono a nulla (jack of all trades and master of none). La sua esperienza, invece, lo ha portato a diventare un facilitatore della comunicazione tra i vari esperti, non essendo lo specialista della sicurezza realmente esperto di alcunché. Lui si considera un avvocato del diavolo professionista, la cui funzione è sfidare gli esperti, portandoli a considerare le conseguenze delle azioni che si possono intraprendere nei luoghi di lavoro.

La sicurezza, dice, ha un enorme potenziale. Per sfruttarlo dobbiamo cambiare radicalmente il modo in cui vediamo le cose: il generico specialista della sicurezza deve essere abolito, e il suo ruolo deve essere ricoperto dal responsabile della produzione. Questo lo si può ottenere solo migliorando la formazione dei ruoli operativi.

Il vero specialista della sicurezza può assumere tre diversi ruoli: esperto delle organizzazioni e della conformità, anche legale, con una profonda conoscenza tecnica dei dettagli legislativi e normativi. L’ingegnere della sicurezza, con competenze di process safety. Infine, l’esperto della cultura della sicurezza, che sia in grado di comprendere le dinamiche, personali e collettive, delle persone che impegnate nel lavoro.

Devo dire che trovo questa riflessione di MacPherson molto condivisibile. Tanto più che il sistema italiano tende inesorabilmente a creare un tecnico ossessionato dall’eventualità di subire la punizione per un crimine, e che intende raggiungere la conformità (l’orrenda espressione a norma), non tanto evitando che il reato – l’infortunio – ma provando a gestire le sue conseguenze, il processo.