La UNI 12012:2026 definisce il profilo del risk manager come figura incaricata di coordinare la gestione integrata dei rischi nell’organizzazione, con un interesse diretto anche per chi opera in ambito HSE. La norma non si limita a descrivere un ruolo, ma costruisce un impianto completo fatto di attività, competenze, autonomia, responsabilità, aggiornamento professionale continuo ed elementi etici e deontologici. Il suo impianto è coerente con EQF, QNQ, Legge 4/2013 e con la logica della High Level Structure dei sistemi di gestione, favorendo un linguaggio professionale più ordinato e condiviso.
Il richiamo esplicito a UNI ISO 31000, IEC 31010 e UNI 11865 porta nell’HSE un metodo più strutturato, utile a collegare meglio analisi dei rischi, decisioni e allocazione delle risorse. In questa prospettiva, la valutazione dei rischi dovrebbe smettere di essere un adempimento statico e diventare uno strumento dinamico per orientare priorità, aggiornare le scelte e supportare il management. Per questo la UNI 12012:2026 è utile anche nel mondo HSE: aiuta a integrare meglio la gestione dei rischi e a rendere le professioni tecniche più coerenti, leggibili e capaci di operare con criteri comuni.
Leggi UNI 12012:2026: una norma utile anche per chi si occupa di HSE su IPSOA.
Per decenni l’idea che “piccolo è bello” ha spinto molte imprese a tagliare funzioni di struttura e governo, trattando l’organizzazione come un costo evitabile. Quando la complessità aumenta, quel vuoto viene riempito da soluzioni informali: urgenze che dettano l’agenda, responsabilità sfumate e dipendenza da poche persone chiave. Esaurita la compressione delle strutture, la competizione si è spesso spostata sul costo del lavoro, con salari reali fermi e fuga di competenze che rende ancora più difficile stabilizzare i processi.
Anche la “digitalizzazione” finisce per essere una toppa: chat, fogli Excel e strumenti sparsi che moltiplicano rumore e scarsa tracciabilità invece di integrare davvero i flussi. In questo scenario i sistemi di gestione (ISO 45001 in testa) diventano una stampella tardiva, con un PDCA applicato più per dimostrare conformità che per pianificare, verificare e migliorare sul serio. L’aggiornamento normativo dell’art. 30 verso la UNI EN ISO 45001:2023+A1:2024 può aiutare, ma senza competenze manageriali diffuse e una legislazione più “di progetto” resta il rischio di confondere la certificazione con il governo reale del rischio.
Leggi l’articolo Governare il vuoto: ISO 45001, modelli organizzativi e l’illusione normativa del decreto Sicurezza su ISL 2/2026.
Ogni tanto, guardare le statistiche del sito è come aprire il cassetto delle lettere mai spedite: trovi quello che la gente veramente voleva sapere, anche se magari non l’ha mai chiesto ad alta voce.
Nel 2025, i lettori hanno cercato chiarezza, esempi concreti, e – con mia grande soddisfazione – anche un po’ di spirito critico. Questi sono i cinque articoli più letti dell’anno, e sì, dicono molto anche su dove stiamo andando con la cultura della sicurezza.
Il tema più gettonato è sempre lo stesso: “Devo aggiornare il PSC?” La risposta, come ho scritto (più volte), è: solo se serve davvero. Se il piano diventa un documento “muto” che rincorre i ritardi del cantiere, non stiamo parlando di sicurezza. Stiamo parlando di carta. E la carta, come sappiamo, non protegge nessuno dalle cadute dall’alto.
Molti si sentono più tranquilli se raccolgono i certificati di idoneità dei lavoratori dell’appaltatore. Ma la legge dice altro. Non siamo medici del lavoro, e non dobbiamo improvvisarci investigatori della privacy. Una buona gestione dei processi è più utile di una cartellina piena di fotocopie inutili.
Una guida semplice per capire chi fa cosa, e perché. Diritti, obblighi, formazione, ruoli. Sì, è un articolo da “ripasso generale”, ma a quanto pare ci serve ancora. Ogni tanto è salutare ricordarsi che la sicurezza non è solo “mettere le X nei moduli”.
Un articolo meno tecnico e più riflessivo, che ha incuriosito molti. Reason ci ha spiegato che l’errore umano non è il nemico, ma il sintomo. E che la colpa, da sola, non aiuta nessuno. Un bel cambio di prospettiva, soprattutto in contesti dove si cerca il colpevole prima ancora di capire cosa è successo.
Il Coordinatore per l’esecuzione è una figura fondamentale, ma non è un collezionista di certificati. Molti hanno letto (forse con sollievo) che non tutto è compito suo, e che i ruoli vanno rispettati, altrimenti ci ritroviamo con CSE trasformati in direttori di lavori mascherati. Male.
Gli altri temi del 2025: tra AI, ISO e umanità
Oltre a questi cinque “best of”, nel 2025 abbiamo parlato anche di:
I corsi e la formazione che abbiamo fatto (per davvero)
Nel 2025 ho avuto modo di dedicarmi anche con entusiasmo alla formazione, non solo alla scrittura di articoli. Non perché avessi poco da fare, ma perché credo fermamente che la sicurezza si costruisca con le persone, non solo con i documenti.
Corsi di aggiornamento
Ho continuato a erogare percorsi su QHSSE, salute, sostenibilità e sicurezza, con l’obiettivo di preparare il personale a operare con più consapevolezza e meno “per sentito dire”. La formazione non è un obbligo da timbrare come un cartellino: è la cosa che forse può evitare l’incidente prima che succeda.
Formazione HSE strutturata: qualità + quantità
Nel blog e nei corsi ho insistito parecchio sul concetto che la qualità da sola non basta. Serve continuità, ripetizione, e adattamento ai contesti reali. Se la formazione è una tantum, è una perdita di tempo ben confezionata.
Uno dei corsi più apprezzati: indagini RCA su incidenti reali
Quello che ha coinvolto di più? Il corso sulle indagini Root Cause Analysis. Abbiamo preso in mano incidenti veri — non ricostruzioni da manuale, ma casi reali, con tutte le sfumature di caos e ambiguità che li rendono istruttivi per davvero. E lì è successo qualcosa: ci siamo accorti che dietro a ogni evento ci sono decine di temi nascosti — dalla progettazione alla comunicazione, dalla formazione mancata alle scelte frettolose. È stato come scoprire che sotto l’incidente c’è un’intera azienda che lavora… spesso male.
In conclusione
Il fatto che siate arrivati fin qui a leggere questo riassunto mi consola: c’è ancora voglia di fare sicurezza con serietà, ma anche con leggerezza quando serve. Io continuerò a scrivere come sempre: con i piedi nel cantiere, la testa tra i documenti e – quando va bene – una tazza di caffè vicino alla tastiera.
Buon 2026 a chi lavora, progetta, coordina, insegna e ci prova ogni giorno.
E anche a chi ha smesso di dire “tanto succede sempre così” e ha iniziato a chiedersi “cosa potremmo fare meglio?”
L’adozione della norma ISO 37500 consente alle organizzazioni di gestire i processi di appalto e di supply chain in modo più consapevole, evitando di trasferire arbitrariamente i rischi sui fornitori. Promuove la definizione chiara di ruoli, responsabilità e requisiti contrattuali, affinché non emergano ambiguità durante l’esecuzione dei servizi. Un approccio strutturato rende più agevole il monitoraggio delle performance e la verifica della conformità alle condizioni pattuite.
Nelle filiere complesse, l’attenzione ai rischi operativi, reputazionali e normativi deve essere condivisa e mitigata attraverso controlli e meccanismi di governance. L’uso di indicatori chiave (KPI) e audit periodici favorisce la trasparenza e la correzione tempestiva delle anomalie. Così si costruisce una relazione collaborativa con i fornitori, nella quale la delega non diventa un modo per eludere le proprie responsabilità.
Nel 2026 usciranno le nuove edizioni delle norme ISO 9001 e ISO 14001, con l’obiettivo dichiarato di adattarle ai cambiamenti sociali e tecnologici in corso. Non ci saranno rivoluzioni, ma una spinta ad approfondire temi già presenti come la sostenibilità, il cambiamento climatico e la digitalizzazione. Si parlerà di economia circolare, resilienza organizzativa, intelligenza artificiale e impatti ambientali lungo la catena del valore.
Le norme evolveranno verso una maggiore integrazione con gli SDGs e con i nuovi standard di sostenibilità, senza perdere l’impostazione basata sul rischio. Le imprese più attente stanno già lavorando su questi temi, anche in assenza di prescrizioni esplicite. Chi aspetta solo l’aggiornamento formale della norma rischia di trovarsi in ritardo, e con un sistema già vecchio.
Puoi leggere l’articolo Aspettando le edizioni 2026 delle ISO 9001 e ISO 14001 su Teknoring.
L’obbligo di formazione sulla sicurezza sul lavoro esiste in Italia dal 1994, ma per anni è rimasto privo di contenuti chiari, lasciando spazio a una gestione disomogenea e spesso formale. Solo nel 2011, con il primo Accordo Stato-Regioni, si è cercato di introdurre criteri minimi, colmando un vuoto che il mondo professionale non aveva saputo affrontare da solo. Il nuovo Accordo del 2025 alza leggermente l’asticella, chiedendo maggiore rigore ai soggetti formatori, ma senza imporre obblighi eccessivi. Intanto, altri paesi hanno costruito standard volontari solidi, come IOSH, NEBOSH, VCA e CSCS, dimostrando che la qualità si può raggiungere anche senza norme stringenti.
In Italia, invece, si è spesso preferita la conformità alla qualità, in un sistema dominato da approcci giuridici più che tecnici. Solo l’apertura internazionale ha cominciato a scuotere questa inerzia, portando esempi virtuosi anche da aziende italiane come SAIPEM, che investe milioni nella formazione e ottiene risultati eccellenti. Il vero tema oggi non è se sei ore ogni due anni siano troppe, ma perché non si investa con la stessa intensità nei dirigenti e nelle figure apicali. L’Accordo è un punto di partenza, ma la sicurezza, quella vera, resta una scelta culturale prima che normativa.
Leggi l’articolo Il nuovo accordo sulla formazione: un punto di partenza, non un traguardo su ISL numero 6/2025.
Il quesito referendario sulla responsabilità del committente negli appalti appare mal posto, perché chiede di decidere con un Sì o un No su un dettaglio giuridico complesso, che nella pratica può avere ricadute imprevedibili. I promotori del Sì sostengono che ciò spingerebbe a selezionare imprese più affidabili, ma si rischia un irrigidimento normativo e un aumento del contenzioso.
I dati mostrano invece che la sicurezza sul lavoro è migliorata non grazie a nuove leggi, ma grazie all’impegno delle imprese e dei tecnici che hanno fatto crescere il sistema con competenza e serietà. Episodi come la morte di Luana D’Orazio o la tragedia nel cantiere Esselunga mostrano come le reazioni emotive portino spesso a leggi inefficaci e scritte male. Senza un sistema informativo funzionante come il SINP, ogni intervento normativo si basa su impressioni e non su dati verificabili.
Più che una nuova norma, serve un metodo diverso: ascoltare chi lavora, usare i dati, confrontarsi con serietà per costruire regole giuste e sostenibili.
Puoi leggere l’articolo Referendum abrogativi 8 e 9 giugno: prospettive sul quarto quesito su Teknoring.
Il blackout che ha colpito la Penisola Iberica il 28 aprile ha mostrato quanto le nostre vite siano sospese su infrastrutture invisibili, date per scontate e incredibilmente fragili. Non è stata solo un’interruzione tecnica, ma uno scossone simbolico che ha rivelato la nostra dipendenza totale da energia, rete e logistica per ogni gesto quotidiano. In pochi minuti, l’ordinario è diventato inaccessibile: il pagamento, il cibo, il movimento, la comunicazione.
Non eravamo pronti e, forse, non lo siamo mai stati davvero. Per questo, oggi più che mai, serve allenarsi a vivere anche senza: non con nostalgia, ma con la volontà di riscoprire gesti semplici, diretti, veri. Giocare ad essere umani non è una regressione, è un atto deliberato di libertà, un modo per restare vivi dentro un mondo che ci vuole sempre connessi ma mai davvero presenti.
Puoi leggere l’articolo Blackout iberico: il nostro patto fragile con la tecnologia su Teknoring.
L’Intelligenza Artificiale può migliorare la prevenzione degli infortuni grazie all’analisi predittiva e al monitoraggio in tempo reale di comportamenti e condizioni ambientali. Tecnologie come visione artificiale e sensori permettono di rilevare anomalie e rischi prima che si trasformino in incidenti. L’uso di assistenti virtuali e simulazioni immersive rafforza la preparazione dei lavoratori e riduce il margine di errore umano. Tuttavia, l’affidabilità dei sistemi non è ancora completa e il rischio di falsi allarmi o mancate segnalazioni impone una supervisione costante.
L’integrazione tra IA e competenza umana è essenziale per adattare le strategie di prevenzione alle situazioni reali e alle specificità dei contesti. Per rendere efficace l’adozione dell’IA, è necessario investire sia nella tecnologia che nella formazione continua del personale.
Puoi leggere l’articolo L’Intelligenza Artificiale può migliorare la prevenzione degli infortuni sul lavoro? su Teknoring.
Negli ultimi anni è cresciuta l’esigenza di certificare le competenze dei professionisti HSE, spinta da una maggiore consapevolezza aziendale e dal confronto con modelli internazionali più avanzati. La norma UNI 11720, introdotta nel 2018 e aggiornata nel 2025, ha cercato di rispondere a questa esigenza definendo profili, competenze e responsabilità dei professionisti. La prima versione è stata però criticata per la sua rigidità e per requisiti poco allineati alle esigenze operative, che la rendevano poco accessibile e poco rappresentativa.
La nuova versione introduce due profili, HSE Specialist e HSE Manager, con un impianto più flessibile e una maggiore attenzione agli aspetti culturali e strategici. Nonostante questi miglioramenti, la struttura resta limitata a due livelli e conserva un’impostazione tecnica che non valorizza pienamente le competenze trasversali. Per essere davvero efficace e competitiva, la certificazione dovrà evolversi ulteriormente, aprendosi a percorsi di crescita più articolati e coerenti con la complessità del ruolo HSE.
Puoi leggere l’articolo UNI 11720:2025, un passo avanti ma la strada è ancora lunga su Teknoring.