Quando si aggiorna il Piano di sicurezza e coordinamento?

Nei giorni scorsi su Linkedin è sorto un dibattito attorno una sentenza della Corte di Cassazione, cui è stata attribuita la decisione di considerare il verbale del coordinamento della sicurezza in cantiere come “automatico aggiornamento del piano di sicurezza e coordinamento”, immagino secondo le previsioni del D.Lgs. 81/2008, articolo 92 c. 1 lettera b), in cui si fa obbligo al Coordinatore per la sicurezza in fase di esecuzione, di adeguare “il piano di sicurezza e di coordinamento (…) in relazione all’evoluzione dei lavori ed alle eventuali modifiche intervenute”.

Aggiornare o adeguare?

Devo dire che il fatto che si possa aggiornare o adeguare un PSC con un verbale di coordinamento non mi fa particolare impressione; che questo sia automatico o manuale è una condizione che credo abbia poco a che vedere, sia con gli obiettivi che la norma si pone, sia con gli strumenti che predispone a questo scopo. Ho sempre pensato che la frase di rito “questo verbale di coordinamento costituisce aggiornamento del Piano di Sicurezza e Coordinamento” non abbia alcuna effettiva funzione, se non quella apotropaica, di allontanare gli spiriti del male, nei quali comunque non credo. Sono sicuro non modifichi di un ette la sostanza del contenuto dell’azione descritta del verbale.
Credo piuttosto che la norma separi l’attività di coordinamento (D.Lgs. 81/2008, art. 92 c. lett. c) da quella di adeguamento (idem, ma lettera b), e che sia importante mantenerle separate, sia nell’interesse degli obiettivi – la prevenzione degli infortuni – che degli operatori, il CSE in primis, che devono essere in grado di dimostrare che il loro comportamento è stato aderente agli obblighi di legge.
Tutta la questione sembra stare in una domanda: quando è necessario adeguare o, meglio, aggiornare un Piano di Sicurezza e Coordinamento? Come tutti i piani, la risposta è il meno possibile: un piano nasce per pianificare gli eventi, e sono questi a doversi adattare ad esso e non viceversa. La necessità di sottoporre un piano a ripetuti adeguamenti è una cosa molto negativa, che deve fare sorgere il dubbio che siano necessari interventi più forti. Delle due l’una, infatti: o il piano è sbagliato, o gli esecutori non sono all’altezza.

I lavori seguono il piano o il piano i lavori?

Sì, ma, dice: “lavori hanno sempre uno svolgimento che non è mai esattamente quello progettato sia per quel che riguarda la cronologia dei lavori, con evidenti riflessi sulle interferenze, sia per le varianti anche minime in corso d’opera”. Già l’utilizzo dell’avverbio sempre è indicatore di una deviazione, che magari ha la sua origine in fattori che sono al di fuori dei lavori stessi, come ad esempio la professionalità dei soggetti coinvolti. Per quanto riguarda le varianti minime invece, i tecnici hanno impiegato più di vent’anni a convincere la magistratura che la sorveglianza del CSE è “alta”; questo significa che le varianti minime non dovrebbero avere impatto sulle previsioni del PSC. Aquila non captat muscas: le aquile non catturano le mosche; una riflessione molto spesso dimenticata dai coordinatori, che comunque sembra continuino ad ostinarsi in quello che in milanese moderno si dice micromanaging, quell’attitudine ad occuparsi degli aspetti minuti delle attività (il rischio specifico), che porta inesorabilmente a tralasciare la vista d’insieme, il coordinamento, che è invece il loro mestiere.
Veniamo nel dettaglio: un adeguamento del piano consiste nella modifica delle previsioni che originariamente esso conteneva. Il PSC è discretizzabile in tre parti: i rischi ed i loro controlli relativi alle situazioni che l’appaltatore può incontrare nell’area di lavoro, le modalità di organizzazione dell’area medesima, la valutazione dei rischi e i relativi controlli in relazione alla programmazione dei lavori e alle interferenze tra le lavorazioni. Il piano – dice la norma – contiene le “prescrizioni correlate alla complessità dell’opera da realizzare ed alle eventuali fasi critiche del processo di costruzione”. Quindi si tratta di prescrizioni, e non consigli, che devono essere correlate alla complessità dell’opera da realizzare, ovvero individuate secondo un principio di economia. Questo significa che devono essere motivate da effettive criticità e non gratuite: quando ci vogliono, se ci vogliono. Le scelte progettuali ed organizzative, dice sempre la norma, il D.Lgs. 81/2008 all. XV.2.1.1, devono essere conformi ai principi generali di tutela, quel procedimento logico per l’analisi dei rischi e la definizione dei controlli, che prevede che il rischio se possibile vada evitato e, se ciò non è possibile, gestito attraverso la sua riduzione, la predisposizione di barriere fisiche, di procedure o l’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale, secondo una scala di priorità che predilige le misure più efficaci.

Quando e cosa adeguare?

Quando e quali possono essere le condizioni che possono venire a modificarsi, “in relazione all’evoluzione dei lavori”? Le prime due parti del PSC, quella in relazione ai rischi presente nelle aree di lavoro e alle modalità di organizzazione della stessa, sono normalmente condizioni statiche, solo in alcuni casi (la seconda) a volte soggette a modificarsi con l’andamento dei lavori, per cui è verosimile pensare che gli unici “adeguamenti” che possono risultare necessari sono quelli dovuti ad errori od omissioni del CSP o a situazioni “impreviste e imprevedibili”. Siccome i costi degli apprestamenti previsti nel PSC vanno poi riconosciuti negli oneri della sicurezza, e noi avremo inclusi solo quelli necessari e non anche ciò che è solo consigliabile, è ragionevole pensare che un adeguamento possa portare alla necessità di riconoscere nuovi e/o diversi apprestamenti ed è quindi necessario passare attraverso una perizia di variante.
Se invece è l’affidatario, che intende strutturare differentemente l’organizzazione del cantiere o variare la qualità degli apprestamenti, questi non è autorizzato a procedere unilateralmente e non è il CSE il soggetto obbligato a “adeguare” il PSC di conseguenza. La norma, il D.Lgs. 81/2008 all’articolo 100 c. 5 prevede che l’affidatario sia vincolato al rispetto del PSC fino a che il CSE non abbia approvato una proposta di integrazione a questo, che l’impresa deve sottoporgli. Il CSE è autorizzato – si badi bene, non obbligato – ad approvarla quando questa meglio garantisca la sicurezza nel cantiere! Sarà il caso, quindi, che l’affidatario integri la sua proposta con una relazione in cui dimostri questo risultato, in maniera da facilitare la scelta del CSE.Le cose si complicano quando si ragiona sulla terza parte del PSC, quella della valutazione dei rischi e dei relativi controlli in relazione alla programmazione dei lavori e alle interferenze tra le lavorazioni. Questa è l’area dove effettivamente è più facile che si verifichino scostamenti tra quanto pianificato e quanto si va ad eseguire in effetti. Qui, di solito, ci si trova a lavorare in condizioni peggiori. Il problema principale è il ritardo, i tempi si comprimono e le interferenze aumentano. La chiave dell’azione del CSE però deve essere quella di identificare prioritariamente quali sono le cause per cui capitano le deviazioni, perché da questo dipende come queste dovranno essere trattate. Se le eventuali modifiche avvenute, come dice sempre l’art. 92 c. 1 lett. b), dipendono da decisioni prese dalla parte della committenza, ovvero committente, responsabile dei lavori o direttore dei lavori, è indubbio che il CSE se ne debba fare carico, eventualmente relazionandosi con il DL e il RL in caso siano necessari extra costi. Secondo le misure generali di tutela, il controllo dei rischi più efficace, e quindi da prediligere, è quello che annulla il pericolo. Trattandosi di interferenze lavorative, quindi, la misura che dovrebbe essere sempre valutata per prima è quella che vede l’interferenza stessa essere annullata da una conveniente programmazione dei lavori. La determinazione della durata dei lavori, però, è in carico al committente o al responsabile dei lavori (D.Lgs. 81/2008, art. 90 c. 1 lett. b), per cui il CSP (o il CSE in caso di modifiche in esecuzione) può trovarsi a non essere nelle condizioni di applicare la misura di tutela più efficace, rendendosi necessario quindi rivolgersi ad altre, di minore incisività. È perfettamente legittimo, quindi che le circostanze – ovvero le decisioni del committente o del RL – impongano al CSE un aggiornamento del PSC che si risolve in una minore tutela della sicurezza dei lavoratori rispetto alla edizione originale.

Rincorrere l’appaltatore o farsi seguire?

Se invece è l’affidatario che non riesce a rispettare la programmazione dei lavori, e quindi le modalità di gestione delle interferenze lavorative, che il CSE si presti a “adeguare” il PSC per rincorre le altrui inefficienze è profondamente sbagliato, perché nessuno accetterebbe di diminuire le richieste di un contratto, pagando il medesimo importo, solo perché la controparte non è in grado di rispettare i propri obblighi. In questa condizione consentire, e formalizzare con un “adeguamento”, una diminuzione delle tutele di sicurezza dei lavoratori, richieste dal PSC, può configurarsi anche come un reato commesso dal CSE. Sì, perché è facile immaginare un capo di imputazione suo a carico nel caso la genesi di un infortunio coinvolga uno di questi “adeguamenti” con diminuzione di tutele. Negligenza, imprudenza e imperizia sono le parole magiche.Il comportamento da consigliare quindi ad un CSE che si trovi ad avere a che fare con una impresa che inizi ad accumulare ritardi è quindi quello di avere un comportamento proattivo: muoversi per anticipare problemi più gravi, magari di concerto con il DL, e chiedere all’affidatario di presentare un piano per prevenire o recuperare il ritardo, completo di analisi dei rischi e definizione dei relativi controlli. Il CSE potrà approvare questo piano, quando ci saranno le condizioni previste dal D.Lgs. 81/2008 all’articolo 100 c. 5, ovvero quando sarà documentato che la tutela dei lavoratori aumenta. Una merce di scambio che sembra adeguata: l’appaltatore, per compensare il disagio che sta provocando a causa del suo ritardo, si impegna ad una maggiore diligenza in cantiere.
In conclusione, cosa si debba considerare in automatico un aggiornamento del PSC o le frasi fatte che si mettono in calce ai documenti, come incantesimi, sono questioni che possono rassicurare il profano: per le dinamiche dei progetti e gli obblighi stabiliti dalla legge occorre qualcosa di più. È la parte più attenta della professione, dei coordinatori in questo caso, che deve farsi carico di andare oltre la superficie, creando, spiegando e diffondendo le buone pratiche. Aspettarsi che il professionista di un’altra materia, il giudice o l’avvocato, indichi all’ingegnere o all’architetto come comportarsi vuole dire disertare dalle proprie responsabilità. Nessuno chiederebbe una cura ad un giudice solo perché ha condannato un medico.

Pubblicato per a prima volta su LinkedIn, il 29 novembre 2019

La gestione dei DPI

I dispositivi di protezione individuale, DPI, sono quelle attrezzature progettate per essere indossate dai lavoratori al fine di proteggerli da uno o più rischi presenti negli ambienti di lavoro, suscettibili di minacciare la loro sicurezza o la loro salute.

A causa del fatto che molti dei DPI utilizzati in cantiere possono essere accessori banali, come scarpe, guanti, elmetti o capi di vestiario, a volte la loro corretta gestione viene trascurata. Questo può essere il sintomo di una più generale impreparazione e incompetenza, che porta a disinteressarsi e a non conoscere le modalità di uso di DPI di utilizzo più complesso, con conseguenze che possono essere tragiche per i lavoratori. I DPI ricadono nella definizione di quelle “misure di prevenzione e protezione” che sono determinate attraverso la valutazione dei rischi, responsabilità del datore di lavoro; la loro scelta deve rispettare i concetti delle misure generali di tutela, quell’insieme di regole che definisce i criteri con cui “attaccare” i pericoli. Il concetto delle misure generali di tutela è che i pericoli devono essere eliminati. Se ciò non è possibile, completamente o parzialmente, l’agente pericoloso deve essere sostituito da un agente meno pericoloso. Il rischio residuo deve essere ancora una volta processato e quanto rimane dell’agente pericoloso deve essere isolato dal lavoratore, con barriere fisiche (cosiddetti controlli ingegneristici). A sua volta, il rischio residuo deve essere gestito cambiando il modo con cui viene eseguito il lavoro: le procedure o controlli amministrativi. Ultimo passo di questo processo, il rischio residuo viene gestito facendo utilizzare DPI ai lavoratori.

Leggi questo articolo sul numero 10/2019 di Igiene & Sicurezza del Lavoro-

Protezione contro l’incendio: e il fattore umano?

Protezione contro l’incendio: e il fattore umano? Procedure, esercitazioni, piani per la gestione delle emergenze predisposti a puntino servono a nulla se non si muta l’approccio mentale di tutti in azienda. Soprattutto a contatto con il fuoco

Periodicamente l’attenzione dell’opinione pubblica sulla gestione delle emergenze viene risvegliata da qualche incendio spettacolare. C’è stata la tragedia della Greenfell Tower a Londra: il 14 giugno 2017 si sviluppò un incendio in una torre residenziale di 24 piani, portando alla morte di 72 persone, tra le quali due giovani italiani, e al ricovero in ospedale di altre 74. Il 15 aprile 2019 è bruciato il tetto in legno della cattedrale di Notre Dame a Parigi, uno dei più famosi gioielli dell’architettura gotica francese, mutilando irreparabilmente un edificio carico di 852 anni di storia. Il 9 agosto di quest’anno a Faenza, in provincia di Ravenna, è andato a fuoco un capannone di un’azienda di logistica, contenente svariate merci dei propri clienti, tra cui gomma, plastica e olio alimentare, precipitando nel panico il circondario a causa di possibili esalazioni di diossine e furani. I vigili del fuoco hanno impiegato circa trenta ore per spegnere l’incendio e le prime stime parlano che, per far fonte ai primi indispensabili interventi di bonifica, sarà necessario mettere sul campo in breve tempo 2 milioni di euro (dei 15-20 stimati complessivi) in attesa che vengano definite le responsabilità civili e penali.

Protezione contro l’incendio: e il fattore umano?

Attrezzature in pressione in cantiere

In un cantiere edile le condizioni in cui si può avere a che fare con attrezzature in pressione possono essere di due tipi:

  1. quando per i lavori vengono utilizzate attrezzature in pressione;
  2. quando le attività lavorative vengono svolte in aree in cui sono presenti attrezzature in pressione per l’esecuzione di lavorazioni non connesse con il cantiere come, ad esempio, all’interno di stabilimenti industriali.

Le attrezzature in pressione che possono essere utilizzate durante i lavori di costruzione sono principalmente impianti ad aria compressa per il funzionamento di utensili quali martelli demolitori e simili, nonché gli strumenti meccanici utilizzati per le manutenzione delle attrezzature, sia nel caso nel cantiere esista una officina, che nel caso che questi interventi vengano fatti sul luogo dei lavori. Alcune attrezzature utilizzano l’aria compressa come propellente, ad esempio le attrezzature per la verniciatura o per l’applicazione del betoncino proiettato, utilizzato per lavori di consolidamento geotecnici o per interventi su grandi strutture in calcestruzzo, o di particelle di varia natura, per la sabbiatura di manufatti in acciaio o calcestruzzo, o la rimozione delle superfici di estese strutture in c.a. Nei cantieri poi possono essere presenti un numero ragguardevole di attrezzature che per il loro lavoro utilizzano fluidi in pressione, come escavatori e macchine movimento terra, autogrù e piattaforme aeree idrauliche, pompe di ogni genere, da quelle per la raccolta delle acque di scavo alle autopompe che proiettano boli di calcestruzzo a distanze considerevoli per i getti nelle posizioni più inaccessibili. Infine cantieri di ampie dimensioni possono essere attrezzati con una importante dotazione impiantistica che può comprendere sistemi di riscaldamento dell’acqua con generazione di vapore, scambiatori di calore e impianti di raffreddamento che vengono utilizzati per svariate attività, dal riscaldamento o raffreddamento del calcestruzzo, per lavori in ambienti estremamente inospitali, alle attività di supporto di officine, campi industriali o residenziali, costruiti per i lavori.

Leggi l’articolo sul numero 8-9/2019 di Igiene & Sicurezza del Lavoro.

Sicurezza e progettazione nel Regno Unito: alla scoperta della regola CDM 2015

Sicurezza e progettazione nel Regno Unito: alla scoperta della regola CDM 2015 La serie Construction Design Management Regulations 2015, il progetto e la sicurezza e l’Health and Safety File. Differenze e analogie tra Inghilterra e Italia

L’Health and Safety Executive è un’agenzia governativa britannica il cui obiettivo è la regolamentazione della salute e della sicurezza negli ambienti di lavoro, la sua implementazione e incoraggiamento. Un poco come la nostra INAIL, uno degli strumenti che utilizza a questo scopo sono pubblicazioni relative a diversi argomenti. A seguito della riforma del 2015 della normativa relativa alle costruzioni edili (CDM), l’HSE ha pubblicato sei guide rivolte ai ruoli principali coinvolti in questi processi. Queste hanno come obiettivo aiutare a comprendere il ruolo e supportare le organizzazioni, specie le più piccole, nello svolgimento di progetti edili in modo da prevenire incidenti e infortuni.

Sicurezza e progettazione nel Regno Unito: alla scoperta della regola CDM 2015

Caduta di oggetti dall’alto

Il pericolo di caduta di oggetti dall’alto è una condizione comune nei cantieri edili, perché associata ad operazioni connaturate con le attività che vengono svolte negli stessi, nonché con il trasporto e il deposito di attrezzature e materiali utilizzati. In questi ambienti di lavoro, infatti, le lavorazioni eseguite ad altezze superiori a quella dell’uomo sono pressoché sempre presenti, e con esse la necessità di trasportare i materiali e gli utensili utilizzati in posizioni dalle quali possono cadere sugli altri lavoratori impegnati nei pressi delle zone di lavoro. Questi possono essere, ad esempio:

  1. materiali, rifiuti o ancora utensili depositati in luoghi elevati, quali ponteggi, casseri, scale, piattaforme o sui cigli o le pareti inclinati degli scavi;
  2. materiale movimentato con mezzi di sollevamento e di trasporto;
  3. materiale che può cadere dalle attrezzature durante le lavorazioni, come ad esempio terreno dalla benna dell’escavatore, calcestruzzo dall’impianto, dalla betoniera o dalla pompa utilizzata per il getto e, più genericamente, materiale che può essere proiettato utilizzando attrezzature, anche manuali;
  4. materiale in condizioni di instabilità, come durante la demolizione di manufatti, lo smontaggio degli impianti e degli accessori degli edifici, durante lo scavo di pozzi e gallerie.

Per questi motivi, le regole generali per la riduzione del rischio devono essere innanzitutto procedurali, quali principalmente l’analisi delle operazioni lavorative che sono eseguite e la gestione delle relative conseguenze. Le condizioni con pericolo di caduta di oggetti dall’alto devono essere consentite solo quando dall’analisi dei rischi si possa determinare che ogni altra soluzione è impraticabile, ovvero comporta rischi più elevati per i lavoratori.

Leggi il seguito sul numero 6/2019 di Igiene & Sicurezza del Lavoro.

World No Tobacco day: la sicurezza non fuma

World No Tobacco day: la sicurezza non fuma

Il 31 maggio è la giornata mondiale senza tabacco.

Chi si occupa di sicurezza ha come obiettivo principale fare sì che chi lavora possa tornare sano e salvo ai suoi cari, finito il lavoro, e possa godersi in salute gli anni che gli restano, una volta terminata l’attività. Agli albori di questa disciplina, quando si iniziò a preoccuparsi della condizione dei lavoratori, era dato per scontato che chi lavorava avrebbe avuto, prima o poi, un infortunio o che il suo fisico si sarebbe potuto logorare, fino a renderlo inabile. È per questo motivo che nascono le casse di mutuo soccorso: per fare in modo da potere offrire un sussidio alle vittime degli incidenti, o alle loro vedove e orfani.

World No Tobacco day: la sicurezza non fuma

Lavori con pericolo di annegamento

Il rischio di annegamento è sempre presente laddove ci si trovi a lavorare nei pressi di bacini o corsi d’acqua. Questi possono essere fiumi, il mare o laghi. Ma anche canali artificiali, serbatoi o grandi bacini di origine artificiale come quelli delle dighe. Ci si può avvicinare a queste sorgenti di pericolo perché il luogo di lavoro si trova lungo i bordi o le rive dei corsi d’acqua o dei bacini, oppure perché ci si lavora sopra, come nel caso di ponti e viadotti che scavalcano fiumi e canali. Riguardo a quei bacini costruiti per le vasche di prima pioggia, fanghi e sostanze chimiche il discorso è più complesso: occorre sì considerare il rischio di annegamento, ma solo all’interno di una valutazione più estesa, che prende in considerazione tutti gli aspetti della pericolosità della situazione, che comunque esulano da questa trattazione. Sono altrettanto assenti da questa analisi i pericoli cui sono esposti i lavoratori che operano su natanti o in immersione, condizioni per le quali esistono regole ben specifiche.

Leggi il seguito sul numero 6/2019 di Igiene & Sicurezza del Lavoro

I lavoratori isolati

Il lavoratore isolato è quel lavoratore che si trova a svolgere la propria attività senza la presenza fisica di altre persone attorno a sé. Si tratta di una condizione che può diventare pericolosa, qualora l’isolamento possa precludere la possibilità di ricevere soccorso, in caso di necessità. Le responsabilità del datore di lavoro sono chiare, sotto questo aspetto: l’art. 15, comma 1), lettera a) stabilisce che «Le misure generali di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro sono la valutazione di tutti i rischi per la salute e sicurezza».

Oltre a questo, è obbligato ad organizzare un efficace sistema di gestione delle emergenze che si adatti alle effettive condizioni di lavoro: «Il datore di lavoro, tenendo conto della natura dell’attività e delle dimensioni dell’azienda o della unità produttiva, sentito il medico competente ove nominato, prende i provvedimenti necessari in materia di primo soccorso e di assistenza medica di emergenza, tenendo conto delle altre eventuali persone presenti sui luoghi di lavoro e stabilendo i necessari rapporti con i servizi esterni, anche per il trasporto dei lavoratori infortunati» (art. 45, comma 1)».

La condizione di lavoro isolato deve essere analizzata dal datore di lavoro nel rispetto delle priorità stabilite nell’articolo 15 del D.Lgs. 81/2008 Misure generali di tutela. In sostanza ragionando sull’applicabilità, in ordine di priorità:

  1. di limitazioni delle attività per le quali è previsto l’impiego di lavoratori isolati;
  2. della predisposizione di procedure per il controllo degli ambienti di lavoro in cui si trovano a prestare la loro opera i lavoratori isolati;
  3. della limitazione del numero dei lavoratori esposti ai rischi conseguenti al lavoro isolati, definendone i requisiti di idoneità sanitaria e di formazione;
  4. dell’utilizzo di tecniche e apparecchiature per il controllo e il soccorso remoto dei lavoratori isolati.

Leggi il seguito sullo speciale Soluzioni tecniche per la sicurezza numero 1/2019 allegato al numero 4 di Igiene & Sicurezza del Lavoro.

I Toolbox Talks e le Job Safety Analysis per la sicurezza nei cantieri

I Toolbox Talks e le Job Safety Analysis per la sicurezza nei cantieri Alla scoperta di due pratiche semplici ma fondamentali in uso nel mondo anglosassone per gestire la sicurezza

Sembra di scrivere una banalità, ma la sicurezza è un aspetto importante del lavoro: è quella cosa il cui obiettivo fare sì che le persone possano tornare a casa dalle persone care alla sera. Da qui la necessità di gestire la sicurezza delle attività lavorative non affidandosi solo ad una soluzione tecnica, ma con sistemi ridondanti, e coinvolgendo e innalzando la consapevolezza dei lavoratori. Nel mondo anglosassone, che è mille miglia avanti a noi, per questi obiettivi vengono comunemente utilizzate, tra l’altro, queste tecniche. La prima è quella dei toolbox talks, letteralmente le chiacchierate della cassetta degli attrezzi.

I Toolbox Talks e le Job Safety Analysis per la sicurezza nei cantieri