Il principale obiettivo della COP26 è di spingere i paesi a presentare piani per azzerare le emissioni nette a livello globale entro il 2050, incoraggiare i paesi colpiti dei cambiamenti climatici a proteggere e recuperare gli ecosistemi e a costruire sistemi per la segnalazione la protezione dagli eventi climatici estremi.
Nel 2021 l’IPCC ha pubblicato il suo sesto rapporto di valutazione – il primo è uscito nel 1990 – uno strumento utilizzato dai governi delle organizzazioni sovranazionali per indirizzare la politica ambientale degli stati. Il rapporto scientifico vero e proprio è affiancato da una serie di strumenti per fare in modo che il messaggio possa arrivare a tutti, e non solo a coloro che sono in possesso di una particolare formazione: il pianeta è in pericolo e noi con lui.
Il suo obiettivo è fornire supporto alle organizzazioni di diverso tipo – comunità a diverso livello, settore pubblico e privato, aziende profit e volontariato – per guidare i post crisi non necessariamente causati solo dalla pandemia, attraverso l’articolazione di tre fasi: riflettere e apprendere da quanto è accaduto, rivedere l’organizzazione dei processi e ripristinare le operazioni.
Sembra proprio che alcuni dei cambiamenti che siamo stati giocoforza costretti ad implementare nel nostro modo di lavorare, stiano mostrando di essere una opportunità che va oltre le necessità contingenti di proteggere la forza lavoro ed i clienti dal contagio. In particolare, in alcune condizioni la distribuzione dei nostri ambienti di lavoro è stata modificata, all’inizio in maniera più o meno improvvisata per rispondere alla necessità contingenti. La constatazione che il nuovo modello lavorativo, adottato per l’emergenza, può essere valido anche quando questa sarà cessata, sta portando chi si occupa di organizzazioni a pensare di nuovo a come riprogettare gli spazi della produzione, per massimizzare i ritorni di questo nuovo modo di lavorare.
Fino a ieri le sale riunioni venivano ricavate nei residui degli spazi, dopo che piani erano stati compartiti in uffici, salvo quelle direzionali e di rappresentanza, beninteso. Nel post-covid diventeranno il centro dell’ufficio, la ragione per la quale le persone usciranno dal bozzolo domestico per affrontare il traffico o i mezzi pubblici e recarsi al luogo di lavoro: interagire, discutere, decidere. È facile immaginare un edificio di una grande azienda suddiviso in numerose di sale riunioni, magari affiancate da piccoli uffici temporanei, da utilizzare per preparare l’incontro o per registrarne i contenuti prima di tornare a casa. Un poco come gli spogliatoi di palestre e piscine.
Il Parlamento Europeo ha approvato la legge europea sul clima, che stabilisce l’obiettivo giuridicamente vincolante di azzeramento delle #emissioni nette di gas a effetto serra entro il 2050.
La NASA, nella sua pagina dedicata ai segni vitali del pianeta, mostra come negli ultimi 171 anni, le attività umane hanno aumentato le concentrazioni atmosferiche di CO 2 del 48% rispetto ai livelli preindustriali riscontrati nel 1850.
Esternalizzare i processi produttivi non è necessariamente una cosa negativa. Certo, se si cerca di ridurre all’osso il prezzo, è da illusi pensare che non ci saranno delle conseguenze negative in termine di qualità dei processi, inclusa la tutela della sicurezza e dell’ambiente.
Dodici mesi fa veniva pubblicato il numero speciale di ISL L’emergenza COVID-19 e la ripresa delle attività lavorative in sicurezza, che approfondiva i temi della comunicazione durante la pandemia. Il suo contenuto resta ancora valido, ad un anno di distanza, soprattutto perché evidenzia come i più tra coloro che contribuiscono a formare e indirizzare l’opinione pubblica continuino in questo gioco irresponsabile.
Enti, governi ed organizzazioni hanno fatto del loro meglio per gestire questa condizione in cui ci siamo imbattuti. Chi lo ha fatto così così, chi è riuscito meglio. È la prima volta nelle nostre vite che capita questa condizione e l’informazione a tutti i livelli, secondo la condivisibile definizione che è data dal D.Lgs. 81/2008 Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro, ovvero “il complesso delle attività dirette a fornire conoscenze utili alla identificazione, alla riduzione e alla gestione dei rischi…” è stata senz’altro una risorsa nella quale si è investito molto. Sono stati fatti sforzi per raggiungere il pubblico più vasto possibile, declinando sia media che messaggi nelle maniere ritenute più efficaci, perché oltre alle infografiche delle quali in queste pagine abbiamo una campionatura estremamente superficiali, sono state utilizzate tutte le armi disponibili nella panoplia della comunicazione, come video, canzoni, testimonial, libri, convegni, webinar. Occorre però dare conto anche di quello che la teoria dell’informazione chiama “rumore”, che è tutto ciò si frappone tra emittente e destinatario dei una comunicazione, compromettendo la ricezione del messaggio.
Alcuni tra i principali produttori di rumore sono stati i media stessi, giornali e televisioni che, probabilmente spinti più da spirito di competizione che da quello di servizio, spesso hanno alzato i toni e moltiplicato le voci discordanti, facendo confusione. Assieme a questi dobbiamo annoverare altri professionisti della comunicazione: i politici. Così come per alcuni media, questa crisi ha messo a nudo il fatto che il fine della ricerca assoluta del consenso è un valore negativo: utilizzare la pandemia per migliorare il proprio posizionamento tra gli elettori, aumentando la visibilità è stata una scelta scellerata, che ha letteralmente provocato vittime.
E cosa dire di coloro che hanno mostrato la loro ingenua impreparazione alla guida della cosa pubblica? A prescindere dai contenuti degli atti di governo, in un contesto sociale la comunicazione informale che ha origine negli atteggiamenti mostrati dai leader ha grande influenza nei comportamenti adottati dal pubblico: mostrarsi apertamente refrattari alle misure necessarie al contenimento della pandemia, sollevare mille e uno distinguo nei confronti di qualsiasi misura, l’uso della mascherina, il mantenimento delle distanze, anche solo in occasione di riunioni e conferenze stampa, così come quando si viene ripresi circondati da collaboratori, ha fatto passare il messaggio informale che la situazione non è seria e che quindi non è il caso di preoccuparsi delle precauzioni. Un comportamento appena un ette meno grave di quello dei demagoghi…
Oggi voglio consigliarvi di dare un’occhiata a questo video di James MacPherson, della serie Rebranding Safety, letteralmente, cambiamo il marchio della sicurezza. MacPherson sostiene che il percorso tradizionale della formazione della sicurezza è condannato al fallimento (Why the safety profession is doomed to fail), perché non è altro che un insieme di nozioni che produce un tuttofare buono a nulla (jack of all trades and master of none). La sua esperienza, invece, lo ha portato a diventare un facilitatore della comunicazione tra i vari esperti, non essendo lo specialista della sicurezza realmente esperto di alcunché. Lui si considera un avvocato del diavolo professionista, la cui funzione è sfidare gli esperti, portandoli a considerare le conseguenze delle azioni che si possono intraprendere nei luoghi di lavoro.
La sicurezza, dice, ha un enorme potenziale. Per sfruttarlo dobbiamo cambiare radicalmente il modo in cui vediamo le cose: il generico specialista della sicurezza deve essere abolito, e il suo ruolo deve essere ricoperto dal responsabile della produzione. Questo lo si può ottenere solo migliorando la formazione dei ruoli operativi.
Il vero specialista della sicurezza può assumere tre diversi ruoli: esperto delle organizzazioni e della conformità, anche legale, con una profonda conoscenza tecnica dei dettagli legislativi e normativi. L’ingegnere della sicurezza, con competenze di process safety. Infine, l’esperto della cultura della sicurezza, che sia in grado di comprendere le dinamiche, personali e collettive, delle persone che impegnate nel lavoro.
Devo dire che trovo questa riflessione di MacPherson molto condivisibile. Tanto più che il sistema italiano tende inesorabilmente a creare un tecnico ossessionato dall’eventualità di subire la punizione per un crimine, e che intende raggiungere la conformità (l’orrenda espressione a norma), non tanto evitando che il reato – l’infortunio – ma provando a gestire le sue conseguenze, il processo.
For the generation before mine, a key question was: where were you when John Fitzgerald Kennedy was shot? Then they started asking what you were doing on 9/11. I remember when Italy was put in lockdown as if it were today.
A few days earlier, I was driving on the highway, crossing the surroundings of Lodi, the town in northern Italy not far from Milan, where the first cases of COVID-19 were discovered. Here, the lockdown had been proclaimed for some time, and seeing even the gas stations closed on the most trafficked Italian highway made a certain impression. That evening, I was having dinner with my wife and a couple of friends at home. For a few weeks, we had been talking about this epidemic. Still, at the 8:00 pm news, the journalist announced that the government had proclaimed the lockdown of the whole country. I immediately had a shiver down my spine: I travel a lot for work; how could I have done it?
Within a few days, my clients suspended all our planned trips to Poland, Netherlands, Germany, Denmark, Norway, Croatia, and Azerbaijan. Suddenly, I was stuck in the house with much free time. IOSH has helped me so much to reorganize my professional life and to keep my mental balance under control. I found out that it was organizing seminars from the Far East, where local professionals already have good experience managing these conditions since the days of the first SARS and avian flu. I started studying these cases to provide advice to my clients who needed to guarantee the service of their companies and protect their workers. Thanks to these new skills, a few times, the work returned in the form of consultations about COVID-19, seminars about COVID-19, and articles about COVID-19. My publisher commissioned me to write the manual entitled Tools to Manage the Health and Safety of Workers in Health Emergencies, which I wrote in Italian a few days ago and continues to succeed.
Then, the drive to return to normal was stronger than the pandemic: the tools for videoconferencing made it possible to substitute much of the travel and personal meetings. We have done videoconferencing meetings, videoconferencing training courses, and even videoconferencing audits. We trained the people already in the workplace to circulate with the camera and headphones to surrogate the on-site auditor. Everything that was not essential was stopped, but many colleagues had to guarantee their daily presence amid fears and difficulties. I have a friend who provided maintenance in the hospitals, and my admiration goes to him.
During the spring and summer of 2020, things returned to normalcy for a few weeks, and I returned to travel and visit my customers. Despite COVID-19, I have made some international trips. I will never forget once crowded airports turned into wastelands with no other humans in sight. I spent hours in transit in Munich, Frankfurt, or Istanbul because the flights were less frequent and there was more to wait for connections in the complete desert. But it was an unnatural condition; everyone was careful to keep their distance and suspicious of people getting too close.
I remember the month of October, keeping under control the numbers of hospital admissions and in intensive care units, to anticipate the possible suspension of travel, and to be able to return to Turkey where, with my wife, of Turkish nationality, we decided to spend the second winter of COVID, after having spent the first one in Italy. This time, however, there was a perspective: vaccine studies made this goal closer every day. Since then, it has been a wait for this moment. I took the first dose on June 7th and the second on July 12th. The doctor who gave me the second injection asked me if she had any side effects with the first one. I replied that I felt moved. He told me: me too.
I believe that the discovery of a vaccine in a year and mass vaccination is as much a pride of humanity as the landing on the moon. Wonder what hypothetical extra-terrestrials might think if they observe us: in 2020, the NGO ACLED, Armed Conflict Location & Event Data Project, recorded 2,124 battles, 927 riots, 1,480 explosions and 1,647 violence against civilians. While a part of humanity was slaughtering each other, the better one prepared and developed a vaccine against a pandemic that killed millions of people and grounded the whole world economy!
Now, the richer countries are morally obligated to help the poorer ones. According to the site Our World in Data, a project promoted by the Oxford Martin Program on Global Development of the University of Oxford, on the day these notes are written, over 40 million doses will be inoculated. Currently, 29.6% of the world’s population has received at least one dose of the COVID-19 vaccine, for a total of 4.36 billion. However, these were only intended for 1.1% of the population of low-income countries. The two extreme cases are Gibraltar, which has vaccinated over 116% of its population with two doses (!!!) and Haiti, which has reached just 0.08%, with a single dose, and has 0.00% of the population that completed the vaccination cycle.
Vaccination of the populations of low-income countries is not a Third World fanatics whim, but a necessity. Only by completing the prophylaxis for most of the world’s population will it be possible to stop the pandemic, definitively halting the development of the variants of the virus.
Our society, however, has shown the moral strength and competence of women and men who, in many situations, have been the real bulwark that prevented the worst. First, the healthcare staff. Then, all those who have carried out less prominent but equally fundamental tasks, from police officers to food supermarket staff.