Chi ha a che fare con la sicurezza negli ambienti di lavoro si è sentito ripetere questo concetto innumerevoli volte e sa che è pericoloso, perché normalmente è associato a condizioni o comportamenti pericolosi. Ribattere a quest’atteggiamento non è facile e i motivi possono essere differenti.
Prima di accingersi a modificare i processi o a chiedere alle persone di mutare i propri comportamenti è necessario valutare con attenzione le cause per le quali l’attività lavorativa si è incanalata in questo modo. Una azione correttiva è maggiormente efficace se arriva ad incidere sulle cause radice della non conformità, e comprendere quali sono le condizioni per cui si è sviluppato un processo che presenta punti deboli è la condizione necessaria per studiare una buona idea per modificarlo. Per affrontare una persona che ha sempre fatto così, è necessario essere preparati e sapere perché non ha mai considerato di fare diversamente.
Sembra impossibile, ma esistono aziende che hanno autonomamente sviluppato tecniche molto avanzate per prevenire gli incidenti, perché al loro interno vengono eseguite attività con potenziali rischi catastrofici. Per queste la conformità normativa non è il principale problema; lo è la capacità di gestire le operazioni senza incidenti. Negli ultimi decenni l’attenzione dei ricercatori si è concentrata su questo genere di organizzazioni, che si sono dimostrate capaci di raggiungere livelli estremamente elevati di sicurezza. All’inizio si sono esaminati i sistemi di gestione del traffico aereo e le portaerei nucleari, ma poi si è allargato lo sguardo ad altri tipi di aziende. Sono state chiamate con il nome collettivo di HRO, acronimo di High Reliability Organizations, organizzazioni ad alta affidabilità, che hanno definito autonomamente i propri sistemi di regole. Sulla riflessione basata sull’osservazione di queste è nata la HROT, la teoria delle organizzazioni ad alta affidabilità. Nel 2011 Health and Safety Executive, l’amministrazione pubblica che, nel Regno Unito, ha in carico la tutela della salute e della sicurezza negli ambienti di lavoro come parte della propria attività istituzionale, ha promosso un’analisi della bibliografia frutto delle ricerche su questo tema, documento che è scaricabile liberamente a questo indirizzo.
Una delle caratteristiche delle HRO è chiamata just colture, ovvero cultura dell’equanimità, e inevitabilmente si trascina dietro un altro aspetto di queste organizzazioni, definito dalla HROT come mindful leadership, leadership consapevole. Qui come altrove, la questione dell’impegno dell’alta direzione nello sviluppo di una cultura della sicurezza funzionale all’effettivo miglioramento delle prestazioni dell’organizzazione, e non solo della puntigliosa determinazione delle rispettive responsabilità, è un elemento chiave. Secondo le definizioni comuni che ISO si è data per le norme sui sistemi di gestione, l’alta direzione è la «persona o gruppo di persone che, al livello più elevato, guidano e tengono sotto controllo una organizzazione». È quindi questo ente ad assumere la decisione di adottare la HROT per migliorare le proprie prestazioni relative alla salute e alla sicurezza dei lavoratori. Sta quindi all’alta direzione orientare nella direzione voluta, la considerazione di questi processi nelle menti di coloro che appartengono all’organizzazione. Questo può avvenire con la predisposizione di soluzioni sia tecniche che organizzative.
L’RSPP è quella figura che è entrata nel panorama professionale italiano nel 1994, quando il Decreto legislativo 626 recepì per la prima volta nel nostro paese la direttiva 391 del 1989. La seconda volta è stato nel 2008, quando è stato promulgato l’attuale testo unico, il decreto legislativo 81.
Ultimamente aziende e professionisti vogliono passare dal ruolo di RSPP a quello di HSE manager. Un po’ è a causa della globalizzazione: i rapporti professionali con aziende straniere si sono fatti più fitti e pervasivi. Una volta era semplicemente una questione di import-export, oggi si lavora molto di più fianco a fianco. HSE manager è come viene chiamato lo specialista della salute e sicurezza nella lingua degli affari, l’inglese. Ma è anche per la crescente rilevanza del concetto di sostenibilità: il dato economico positivo è pienamente accettabile solo se è accompagnato da un analogo successo nella tutela dell’ambiente e della comunità in cui si opera.
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Ho provato a scrivere un testo su come progettare un SGSL secondo ISO 45001 senza ricadere nella “dittatura del requisito”, ovvero descrivendo un percorso logico che possa essere di reale supporto per le imprese e i professionisti che hanno intenzione di intraprenderlo. Naturalmente uno degli obiettivi è quello di rispettare i requisiti che permettono la certificazione, ma è stato fatto uno sforzo per concentrarsi sugli strumenti per raggiungere questo traguardo.
L’esposizione principale è affiancata da due approfondimenti specifici: Il primo affronta un tema presente nello standard, che ha la potenzialità di costituire un importante opportunità di sviluppo: ISO 45001 supera il paradigma dei sistemi organizzativi cui ci si riferisce di solito per rappresentare le organizzazioni, attirando l’attenzione sugli aspetti sociali e comunitari di questi gruppi di individui che si incontrano in un sistema strutturato per il raggiungimento di un obiettivo comune. Il secondo tratta del sistema di gestione come strumento per la prevenzione dei reati contro la salute e la sicurezza, secondo i criteri della responsabilità amministrativa degli enti, così come definita dal Decreto Legislativo 231 del 2001.
La riunione deve terminare in orario. Tirarla per le lunghe è una mancanza di rispetto per chi ha preso altri impegni e vuole dire che non si è in grado di pianificare.
La scelta del responsabile della funzione aziendale che si occupa di salute e sicurezza, RSPP o HSE manager, se si preferisce, ha una grande importanza sulla percezione dell’importanza di questo tema in azienda.
Per rendere chiaro a tutti la posizione di questo manager e il valore di quello che è chiamato a fare, è opportuno prestare attenzione a non diffondere, neanche inavvertitamente, messaggi informali che posano sminuire la sua posizione nei confronti degli altri dirigenti.
Un infortunio stradale, sia esso in itinere, ovvero avvenuto sul percorso di andata o ritorno dal luogo di abitazione al lavoro, o capitato durante l’esecuzione delle attività lavorative, è un evento che danneggia la capacità di una organizzazione di perseguire i propri obiettivi esattamente come qualsiasi altro evento del genere, e come tale deve essere trattato. Secondo INAIL, il 58,5% degli incidenti mortali sul lavoro hanno visto il coinvolgimento di un mezzo di trasporto . 80.389 infortuni su 555.236 denunciati nel 2021 sono stati in itinere . Sono numeri che danno il senso dell’urgenza di un intervento.
Gli aspetti sui quali si può iniziare a lavorare sono quelli della formazione e della leadership visibile. Un buon corso di guida sicura, o, meglio, difensiva, può diventare un requisito fondamentale per autisti di mansione, ma anche rappresentanti di commercio o chiunque trascorra una parte rilevante del proprio tempo lavorativo alla guida. Un addestramento di questo genere, comunque, può essere un benefit interessante anche per lavoratori che non guidano per svolgere la loro attività, e questo può contribuire a diminuire le probabilità di incidenti in itinere, così come possono essere iniziative riconosciute dall’INAIL al fine di vedersi ridotti i premi assicurativi.
I risultati del passato sono sotto i nostri occhi: oltre due secoli di industrializzazione forzata, motivata dalla pervicace volontà dell’uomo di uscire dalla miseria che ha caratterizzato gran parte della sua esistenza su questo pianeta, hanno condotto sì ad un generale miglioramento delle condizioni di vita, ma a prezzo di devastazioni e conflitti. C’è il rischio che le guerre per fattori economici e ideologici degli ultimi due secoli, possano trasformarsi in futuro in conflitti per l’accesso e la gestione “sostenibile” delle risorse naturali? Che qualcuno decida di invadere un altro paese perché produce troppa anidride carbonica?
Chi sviluppa un’attività economica può trovare ostacoli, anche in buona fede, di natura economica, culturale e sociale, nell’affrontare questi temi. Una organizzazione più grande, cui fa riferimento tutto un territorio, può avere come obiettivo affrontare e vincere queste resistenze. La soluzione non può essere solo l’esecuzione di controlli, più o meno formali e rigorosi. Chi voglia sviluppare in senso realmente sostenibile le sue attività deve agire allo stesso livello in cui trova i problemi: economico, culturale e sociale. Secondo gli ultimi dati disponibili dell’Istituto Centrale di Statistica, ISTAT, la dimensione media delle imprese nei settori dell’industria e dei servizi è di 3,8 addetti. È chiaro che un’azienda di queste dimensioni non ha la struttura per affrontare i temi non solo della sostenibilità, ma a volte anche della conformità.
Sembra che questa sarà solo una prova generale per una prossima direttiva comunitaria. Un altro passo per conformare la produzione legislativa ai temi ESG.
Una recente ricerca di OSHA-EU, l’agenzia per la salute e la sicurezza sul lavoro dell’Unione Europea, ha voluto fare il punto su questa nuova tecnologia emergente con il rapporto Artificial intelligence for worker management: implications for occupational safety and health (Intelligenza Artificiale per la gestione dei lavoratori: implicazioni per la salute e la sicurezza sul lavoro). Si tratta di un lavoro che, più che illustrare soluzioni tecniche con tecnologie IA sviluppate per la tutela dei lavoratori, intende analizzare i potenziali rischi che l’adozione di queste tecnologie possono arrecare ad essi. La relazione descrive una galleria degli orrori che fa pensare che i grandi innovatori di Silicon Valley siano in realtà rimasti ai tempi del taylorismo, la teoria del management formulata da Frederick Taylor nella sua monografia dal titolo L’organizzazione scientifica del lavoro, pubblicata nel 1911.
Per fortuna, lungo il secolo abbondante che ci separa da questa visione distopica, si sono sviluppate alcune riflessioni culturali che sono le vere grandi conquiste della nostra epoca. Il progresso tecnologico non deve fare dimenticare che, nel nostro paese, è vietato l’uso di apparecchiature che abbiano come scopo il controllo a distanza dell’attività dei lavoratori. Come le soluzioni tecnologiche che seguono questi concetti retrogradi, per quanto AI, monitorando il comportamento del lavoratore, quanto ci mette per svolgere una operazione, il tempo che impiega in bagno o l’intervallo tra un tocco di un tasto sulla tastiera e il successivo. La legge ammette impianti o apparecchiature di controllo che sono richieste da esigenze organizzative, produttive o di sicurezza del lavoro, che consentano anche il controllo a distanza del lavoratore, solo previo accordo con le rappresentanze sindacali aziendali o autorizzazione dell’Ispettorato del lavoro.
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