Indagini RCA: dal giudizio alla conoscenza | AIASMag

Una delle occasioni più spesso mancate per migliorare la sicurezza è l’inadeguatezza delle indagini su incidenti, infortuni e non conformità, perché l’organizzazione si ferma alla domanda “chi è stato?” invece di ricostruire “perché è stato possibile?”. Le indagini si inceppano di frequente in cinque trappole ricorrenti: chiusura sull’accertamento di responsabilità, risposte preconfezionate, approccio poco tecnico, assenza di follow-up e compartimenti stagni che impediscono la circolazione delle lezioni apprese. Per andare oltre la superficie serve distinguere tra cause sottostanti (atti o condizioni pericolose) e cause radice, cioè le decisioni e le scelte organizzative che hanno reso probabile la catena che porta all’evento.


La Root Cause Analysis sposta lo sguardo dall’errore visibile alle condizioni che lo rendono plausibile e orienta l’indagine non alla colpa, ma al cambiamento di processo, risorse, tempi, controlli e responsabilità. Quando l’RCA è applicata come metodo e non come burocrazia, la squadra d’indagine include anche chi può autorizzare le azioni correttive e traduce l’analisi in decisioni operative, secondo una logica che prevede osservazione strutturata, risalita alle decisioni e progettazione del cambiamento. Infine, l’efficacia non sta nel rapporto ma nel follow-up: un’indagine resta un modello utile e parziale della realtà, e la maturità sta nel verificare nel tempo se le azioni modificano davvero condizioni e comportamenti, trasformando il giudizio in conoscenza.

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I cinque articoli più letti del 2025 (e cosa ci dicono su di noi)

Ogni tanto, guardare le statistiche del sito è come aprire il cassetto delle lettere mai spedite: trovi quello che la gente veramente voleva sapere, anche se magari non l’ha mai chiesto ad alta voce.

Nel 2025, i lettori hanno cercato chiarezza, esempi concreti, e – con mia grande soddisfazione – anche un po’ di spirito critico. Questi sono i cinque articoli più letti dell’anno, e sì, dicono molto anche su dove stiamo andando con la cultura della sicurezza.

Il tema più gettonato è sempre lo stesso: “Devo aggiornare il PSC?”
La risposta, come ho scritto (più volte), è: solo se serve davvero. Se il piano diventa un documento “muto” che rincorre i ritardi del cantiere, non stiamo parlando di sicurezza. Stiamo parlando di carta. E la carta, come sappiamo, non protegge nessuno dalle cadute dall’alto.

Molti si sentono più tranquilli se raccolgono i certificati di idoneità dei lavoratori dell’appaltatore. Ma la legge dice altro. Non siamo medici del lavoro, e non dobbiamo improvvisarci investigatori della privacy. Una buona gestione dei processi è più utile di una cartellina piena di fotocopie inutili.

Una guida semplice per capire chi fa cosa, e perché. Diritti, obblighi, formazione, ruoli. Sì, è un articolo da “ripasso generale”, ma a quanto pare ci serve ancora. Ogni tanto è salutare ricordarsi che la sicurezza non è solo “mettere le X nei moduli”.

Un articolo meno tecnico e più riflessivo, che ha incuriosito molti. Reason ci ha spiegato che l’errore umano non è il nemico, ma il sintomo. E che la colpa, da sola, non aiuta nessuno. Un bel cambio di prospettiva, soprattutto in contesti dove si cerca il colpevole prima ancora di capire cosa è successo.

Il Coordinatore per l’esecuzione è una figura fondamentale, ma non è un collezionista di certificati. Molti hanno letto (forse con sollievo) che non tutto è compito suo, e che i ruoli vanno rispettati, altrimenti ci ritroviamo con CSE trasformati in direttori di lavori mascherati. Male.

Gli altri temi del 2025: tra AI, ISO e umanità

Oltre a questi cinque “best of”, nel 2025 abbiamo parlato anche di:

I corsi e la formazione che abbiamo fatto (per davvero)

Nel 2025 ho avuto modo di dedicarmi anche con entusiasmo alla formazione, non solo alla scrittura di articoli. Non perché avessi poco da fare, ma perché credo fermamente che la sicurezza si costruisca con le persone, non solo con i documenti.

Corsi di aggiornamento

Ho continuato a erogare percorsi su QHSSE, salute, sostenibilità e sicurezza, con l’obiettivo di preparare il personale a operare con più consapevolezza e meno “per sentito dire”. La formazione non è un obbligo da timbrare come un cartellino: è la cosa che forse può evitare l’incidente prima che succeda.

Formazione HSE strutturata: qualità + quantità

Nel blog e nei corsi ho insistito parecchio sul concetto che la qualità da sola non basta. Serve continuità, ripetizione, e adattamento ai contesti reali. Se la formazione è una tantum, è una perdita di tempo ben confezionata.

Uno dei corsi più apprezzati: indagini RCA su incidenti reali

Quello che ha coinvolto di più? Il corso sulle indagini Root Cause Analysis. Abbiamo preso in mano incidenti veri — non ricostruzioni da manuale, ma casi reali, con tutte le sfumature di caos e ambiguità che li rendono istruttivi per davvero.
E lì è successo qualcosa: ci siamo accorti che dietro a ogni evento ci sono decine di temi nascosti — dalla progettazione alla comunicazione, dalla formazione mancata alle scelte frettolose.
È stato come scoprire che sotto l’incidente c’è un’intera azienda che lavora… spesso male.

In conclusione

Il fatto che siate arrivati fin qui a leggere questo riassunto mi consola: c’è ancora voglia di fare sicurezza con serietà, ma anche con leggerezza quando serve.
Io continuerò a scrivere come sempre: con i piedi nel cantiere, la testa tra i documenti e – quando va bene – una tazza di caffè vicino alla tastiera.

Buon 2026 a chi lavora, progetta, coordina, insegna e ci prova ogni giorno.

E anche a chi ha smesso di dire “tanto succede sempre così” e ha iniziato a chiedersi “cosa potremmo fare meglio?”

Ci leggiamo presto.
Antonio

Comprendere l’impresa per gestire la prevenzione: strumenti e modelli per l’HSE Manager | ISL

Capire come funziona un’azienda è una competenza fondamentale per chi si occupa di salute, sicurezza e ambiente, perché ogni intervento HSE vive dentro strutture, processi e relazioni organizzative reali. I modelli organizzativi e di gestione servono proprio a questo: semplificare la complessità, rendere leggibili i ruoli, capire dove si prendono le decisioni e dove nascono i rischi. Struttura, processi, ruoli e responsabilità non sono concetti teorici, ma strumenti pratici per agire in modo efficace e coerente.

La funzione HSE non è un accessorio normativo, ma una parte integrante dell’organizzazione, con un ruolo trasversale che incide su produttività, reputazione, conformità e innovazione. Per questo l’HSE Manager deve saper leggere anche cultura aziendale e leadership, perché le regole funzionano solo se trovano spazio nei comportamenti quotidiani. In definitiva, conoscere l’organizzazione non serve a fare bei diagrammi, ma a costruire sistemi di prevenzione solidi, adattabili e davvero integrati nel lavoro di ogni giorno .

Puoi leggere l’articolo Comprendere l’impresa per gestire la prevenzione: strumenti e modelli per l’HSE Manager su ISL 12/2025.

Globalizzazione responsabile | AIAS Academy

La globalizzazione non riguarda solo merci e capitali, ma soprattutto persone che si spostano per lavorare, formarsi e collaborare, portandosi dietro diritti e responsabilità. Nell’Unione Europea la libera circolazione semplifica questi movimenti, ma non elimina le differenze tra le normative nazionali su lavoro, sicurezza e previdenza. La vera sfida è far viaggiare insieme alle competenze anche le tutele, evitando che la mobilità trasformi i lavoratori in soggetti “senza diritti”.

Le imprese che operano oltre confine devono scegliere correttamente tra missione, distacco e trasferimento, perché ogni forma comporta obblighi legali diversi. In particolare, quando l’attività diventa strutturata, valgono sempre le regole del Paese ospitante, soprattutto in materia di sicurezza e formazione. In fondo, la globalizzazione responsabile non è un’ideologia economica, ma una scelta di rispetto verso le persone che rendono possibile il lavoro senza confini .

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L’articolo 97, la legge dimenticata nei cantieri | AIAS Academy

Da diciassette anni l’articolo 97 del D.Lgs. 81/2008 giace nei cantieri come un soprammobile istituzionale: tutti sanno che c’è, nessuno lo usa davvero. La norma aveva osato immaginare un’impresa affidataria capace di governare la sicurezza, ma il settore ha risposto con una soluzione più pratica e meno impegnativa: trasformare il governo in modulistica e la responsabilità in carta protocollata. Nel frattempo la sicurezza si è difesa benissimo da sola, producendo verbali, firme e fotografie, ma senza mai arrivare a disturbare davvero chi decide.

L’Accordo Stato-Regioni del 2025 irrompe in questo equilibrio perfetto come un promemoria scomodo: forse dirigere un cantiere significa assumersi potere reale, non solo dimostrarne l’esistenza a posteriori. Il nuovo modulo cantieri non aggiunge solo ore di formazione, ma introduce un’idea quasi sovversiva: che la sicurezza sia una questione di organizzazione, leadership e scelte, non di check-list ben compilate. Se farà paura, non sarà per la norma in sé, ma perché ricorda al sistema che ignorare una legge per diciassette anni non la rende meno valida, solo più imbarazzante.

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Non conformità ricorrente: cosa rivela della gestione HSE in azienda? | Teknoring

Anche la più piccola deviazione mostra che il lavoro reale si sta staccando da ciò che il sistema prevede, e questo vale più della gravità della singola NC. Quando una anomalia ritorna, significa che non è più un episodio ma una prassi alternativa che funziona meglio della procedura scritta. La procedura, così, resta nei documenti mentre il lavoro prende un’altra strada, più rapida e più aderente alle pressioni quotidiane.

L’accumulo di queste piccole deviazioni allinea lentamente i “buchi” delle barriere, rendendo il sistema più fragile senza che nessuno se ne accorga. Per questo serve registrarle con continuità: non per cercare colpe, ma per non perdere il filo di ciò che si ripete. La gravità indica quando intervenire sull’evento, ma la frequenza delle NC minori indica quando il sistema sta iniziando a perdere presa.
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L’audit crea valore | Teknoring

L’audit diventa utile quando smette di essere un rito amministrativo e inizia a leggere davvero come funziona un’organizzazione, mettendo in relazione ciò che è scritto con ciò che accade ogni giorno. Gli audit di certificazione verificano la presenza del necessario e attestano che il sistema sta in piedi, ma non dicono nulla sulla sua maturità, e proprio per questo non dovrebbero essere scambiati per uno strumento di crescita. Gli audit interni potrebbero essere l’occasione migliore per guardarsi con onestà, ma spesso si trasformano in una manutenzione della routine, fotografando sempre la stessa immagine senza interrogarsi su ciò che potrebbe funzionare meglio.


Quando interviene un professionista capace di interpretare i segnali, collegare i processi e leggere gli scarti, l’audit diventa una lente esterna che aiuta a capire non solo se qualcosa va, ma come potrebbe andare con più fluidità ed equilibrio. Il vero passo avanti nasce da domande che non confermano ciò che già si sa, ma aprono spazi di confronto, coinvolgono le persone e portano alla luce incoerenze, sprechi e opportunità che dall’interno restano invisibili. Se ogni audit racconta sempre la stessa storia impeccabile, non è segno di perfezione ma di un’osservazione troppo superficiale, perché solo chi cerca davvero i movimenti nascosti permette all’organizzazione di crescere e restare viva nel tempo.

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Quando l’esperienza non è un fattore di prevenzione, ma elemento di esposizione al rischio? | Teknoring

Certe abitudini di lavoro portano alcuni operatori esperti a ignorare protezioni e procedure, convinti che la familiarità con i rischi basti a controllarli. In realtà, l’esperienza può trasformarsi in un velo che attenua la percezione del pericolo, generando la normalizzazione della deviazione e l’errore “esperto”. Anche l’errore “generico”, legato a scarsa formazione o distrazione, produce lo stesso effetto: un calo della vigilanza quando manca un sistema di difese multiple.

La competenza individuale resta preziosa, ma da sola non garantisce nulla, perché basta una distrazione, una variazione nelle condizioni o una pressione improvvisa per far cadere l’equilibrio. La sicurezza funziona solo quando è costruita su più livelli – tecnici, procedurali e organizzativi – che si sostengono a vicenda e compensano gli inevitabili limiti delle persone. Un’organizzazione matura evita la solitudine operativa: nessuno dovrebbe contare solo sulle proprie capacità, ma su una rete di barriere e di responsabilità condivise.

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Quanto costa un infortunio in azienda? | Teknoring

La sicurezza nasce come esigenza economica: l’industria capisce presto che ogni incidente pesa sulla produttività e sul bilancio, e questo principio rimane valido ancora oggi grazie anche a strumenti come il Safety Pays Estimator di OSHA, che mostrano quanto un singolo infortunio generi costi ben oltre la busta paga del lavoratore assente. Ad esempio, per un infortunio banale come la frattura di una gamba, l’azienda si trova a sostenere salari da integrare, burocrazia, straordinari, interinali e perdita di rendimento, mentre a queste spese si aggiungono attività amministrative interne, anticipi sanitari, rivalse, sanzioni e aumenti del premio INAIL.

Sommando tutto si superano facilmente i centomila euro per un incidente che, sulla carta, sembrerebbe ordinario, e questo dimostra che la prevenzione non è un costo da sopportare ma un modo concreto per proteggere sia la salute dei lavoratori sia la solidità economica dell’impresa.

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Travel risk management, come andare oltre la semplice procedura? | Teknoring

Organizzare trasferte è oggi più semplice, ma la facilità logistica non equivale a sicurezza: i rischi, anche banali, possono trasformarsi in crisi se non gestiti in modo strutturato. La responsabilità del datore di lavoro accompagna sempre chi viaggia per conto dell’azienda, e non si esaurisce con il confine dell’ufficio. La norma ISO 31030:2021 fornisce una guida per costruire un sistema di travel risk management basato su pianificazione, ruoli chiari e misure preventive, integrabile con gli standard di salute e sicurezza già esistenti.

Non si limita a elencare procedure, ma propone una politica consapevole, capace di orientare le decisioni nei momenti critici e ridurre l’improvvisazione. Il rischio di viaggio non va solo valutato, ma trattato con azioni concrete – dalla scelta degli alloggi alla gestione delle emergenze – seguendo il ciclo continuo plan-do-check-act. Adottare questo approccio significa passare da una logica difensiva a una cultura del rischio matura, che protegge le persone e rafforza l’organizzazione.

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