Sistemi ridondanti e incidenti sul lavoro: il modello del formaggio svizzero Il modello ideato da James T. Reason è stato criticato a lungo per poi essere riabilitato: resta un modo semplice ma efficace per spiegare come nascono gli incidenti sul lavoro
Chi lavora da qualche tempo nell’HSE sa per esperienza che gli incidenti non avvengono per una sola causa. Una investigazione ben fatta di solito porta a scoprire che un singolo fatto, di solito banale, è la causa scatenante di una serie, a volte anche complessa, di errori, trascuratezze, negligenze ed omissioni, che provoca l’incidente.
Il filosofo James T. Reason ha trovato il modo di inventare una simpatica illustrazione concreta di questa osservazione banale: il modello del formaggio svizzero. Le varie attività che considerate sono rappresentate ciascuna da una fetta di formaggio svizzero, quello coi buchi, poste fianco a fianco.
Sistemi ridondanti e incidenti sul lavoro: il modello del formaggio svizzero
Categoria: Organizzazione
Lavori in prossimità di linee elettriche
Nei cantieri edili una comune causa di incidente è il contatto di parti del corpo con linee elettriche attive, che possono essere le attrezzature utilizzate per le operazioni, i cavi usati per connettere i quadri di cantiere con le apparecchiature elettriche, ma anche linee utilizzate per la distribuzione elettrica per il cantiere stesso, che vengono avvicinate o toccate dal lavoratore o da un’attrezzatura con la quale sono in contatto, con la capacità di condurre l’energia elettrica. Incompetenza nella scelta delle attrezzature, trascuratezza nell’allestimento degli impianti e nella manutenzione delle attrezzature, superficialità e improvvisazione nell’utilizzo sono le cause di questi incidenti in un settore, invece, ben normato in cui le attrezzature, specialmente negli ultimi anni, hanno fatto passi da gigante nella sicurezza del loro utilizzo.
Una parte rilevante degli incidenti accade a causa del contatto dell’operatore con cavi alimentati che, pure attraversando le aree di lavoro sospesi a pali o in cavidotti interrati, non sono stati posati o non vengono utilizzati per i lavori: sono incidenti subdoli, perché letteralmente nessuno fa caso a queste installazioni fino che l’incidente avviene. Una organizzazione diligente, sia essa la committente di lavori che l’impresa selezionata per la sua esecuzione, deve definire e mantenere una procedura per controllare i pericoli relativi ai lavori nei pressi di linee elettriche.
Devono essere considerati lavori nei pressi di linee elettriche tutte quelle attività durante le quali è possibile entrare all’interno della distanza di sicurezza stabilita per esse. Lo scopo di questo lavoro è quello di argomentare solo relativamente alla gestione delle interferenze con le linee elettriche di distribuzione che attraversano l’area di lavoro, siano esse state installate per gli scopi dei lavori, siano già presenti perché a servizio di altro: le dinamiche della gestione del rischio di elettrocuzione durante l’utilizzo delle attrezzature di lavoro elettriche, così come i lavori elettrici, sono lasciati ad altra trattazione specialistica.
Leggi l’articolo sul numero 3/2019 di Igiene & Sicurezza del Lavoro.
Quattro passi per lavorare all’estero: la strategia
Da anni le imprese italiane tentano la strada dei progetti all’estero. Fuori dall’Italia, le conseguenze della globalizzazione vedono proliferare iniziative nei paesi in via di sviluppo. promosse da politiche nell’ambito del WTO, dalle banche internazionali di sviluppo o da grossi players internazionali.
La ISO 45001 e l’impegno dei dirigenti
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Il nuovo standard cambia strategia rispetto al tema dell’impegno della direzione nei riguardi della gestione della Sicurezza sul lavoro. Ecco come.
Il pesce, dice la saggezza popolare, puzza sempre dalla testa. E così, normative e standard insistono nel volere il coinvolgimento del top management in tutte le dinamiche aziendali legate alla sicurezza. Lo standard BS OHSAS 18001:2009 Occupational Health and Safety Management Systems aveva pensato bene di fare in modo che un alto dirigente fosse incaricato di sovrintendere a particolari aspetti della sicurezza. Questo requisito non ha avuto un particolare successo: i dirigenti individuati molto spesso hanno dato priorità ad altre cose e, in quelle aziende in cui è stato “sollevato” al Board of Directors un operativo, altrettanto spesso a questa persona non è stata attribuita adeguata attenzione e poteri sufficienti ad una gestione effettiva.
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Cosa sono veramente i KPI e a cosa servono
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I Key Performance Indicators servono a misurare le prestazioni di un processo, in qualsiasi ambito. Come vanno gestiti nella sicurezza? ù
Uno degli effetti collaterali della globalizzazione, di quel fenomeno per cui è molto più facile accedere a risorse, incluse quelle culturali, che sono fisicamente distanti dal luogo in cui viviamo, è stata la penetrazione della mania anglosassone per la sintesi e per gli acronimi. “Cheipiai” è un termine che si ascolta sempre di più nelle riunioni di lavoro: vengono esaminati ed analizzati e presi a pretesto o testimoni delle decisioni aziendali.
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Buone pratiche per la gestione degli autoveicoli
L’utilizzo di automezzi è spesso una questione tutt’altro che marginale sul lavoro. In generale, si può considerare che tutte le attività lavorative, come ad esempio il trasporto di persone, singole o in gruppo, così come quello di oggetti che sono impiegati nelle attività lavorative, per lo svolgimento delle quali vengono utilizzati mezzi di trasporto, a qualsiasi titolo nella disponibilità del datore di lavoro, ricadano all’interno del perimetro dell’organizzazione di cui esso è responsabile. La norma è estremamente esplicita al riguardo: il D.Lgs. 81/2008 all’articolo 15 comma 1) lettera a) stabilisce di valutare «tutti i rischi per la salute e sicurezza».
Volendo affrontare con un approccio sistemico la sicurezza stradale, la International Standard Organization, ha emesso nel 2012 lo standard ISO 39001 Road traffic safety (RTS) management systems — Requirements with guidance for use, che si rivolge a tutte le organizzazioni che trasportano persone o merci o che utilizzano personale viaggiante, così come agli enti che gestiscono reti stradali, flotte di veicoli o che generano consistenti volumi di traffico per la distribuzione delle loro merci. La norma è basata sull’High Level Structure, che prescrive come debbano essere scritti i sistemi di gestione per potere essere facilmente integrati nelle organizzazioni, e adotta un approccio basato sulla valutazione dei rischi e delle opportunità.
Andando nel concreto, i trasporti su strada possono essere influenzati da una molteplicità di fattori. Per prima cosa è necessario accertare quale sono le condizioni dell’ambiente di viaggio, inteso come la rete stradale, le sue caratteristiche, lo stato di manutenzione e le condizioni atmosferiche che si andranno ad incontrare. In epoca di globalizzazione, in cui non è scontato che ci troviamo a discutere semplicemente dei trasporti da un sobborgo ad un altro di una città italiana: stiamo valutando una strategia globale per l’analisi delle condizioni operative, occorrerà domandarsi in che modo sono utilizzate le strade in questione, quali tipi di mezzi di trasporto e quali agglomerati urbani si incontreranno durante il tragitto. Ad esempio, un conto è circolare su un’autostrada italiana o un autobahn tedesca, un altro sulla camionabile che unisce l’Uganda con Città del Capo in Sud Africa. I problemi possono essere diversi: dalla velocità di crociera alla possibilità di ottenere assistenza, dalle pratiche di guida locali alla presenza di veicoli a trazione animale o pedoni o empori commerciali improvvisati a bordo della strada.
Leggi l’articolo sul numero 2/2019 di Igiene & Sicurezza del Lavoro.
Comprendere l’organizzazione e il suo contesto
Lavorare all’estero
Letteratura professionale
Come scrivere un documento previsto da una norma o da un contratto
Per scrivere un documento i cui requisiti sono previsti da una norma o da un contratto, è opportuno tenere in massima considerazione l’aderenza sia di forma che di contenuto a questi requisiti: l’obiettivo deve essere di documentare un percorso tecnico corrispondente a quanto stabilito dalle regole, non di fare mere asserzioni. Sembra una cosa banale, ma è molto più facile verificare i nostri documenti se condividono con la norma di riferimento struttura e vocabolario. Chi è il responsabile della sicurezza, che norma lo prevede e quali sono le responsabilità a suo carico? Capita anche che chi redige un documento si faccia prendere la mano, e nell’ansia di gestire un particolare processo si metta a regolare anche ambiti che, per legge appartengono ad altre figure. L’articolo 299 del D.Lgs. 81/2008 sta lì a ricordarci che, se esorbitiamo da nostro ruolo, dobbiamo poi anche assumercene le responsabilità.
Occorre avere sempre avere in mente lo scopo del documento che stiamo scrivendo: un report è un resoconto su qualche cosa che è accaduto, che viene redatto per spiegare cosa è successo. Un piano è la definizione di un obiettivo che ci poniamo per la nostra organizzazione, la determinazione delle risorse che si intende schierare e dei processi che queste devono sviluppare per raggiungere l’obiettivo. Una procedura è la spiegazione del comportamento richiesto dalla nostra organizzazione per lo svolgimento di una determinata operazione, più o meno complessa.
Un documento professionale deve essere curato e di facile leggibilità. Sciatto è peggio che sbagliato, perché denota poco impegno nella redazione e conseguentemente mancanza di rispetto nei confronti dei lettori. E poi, di solito le cose vanno a braccetto: un documento sciatto è molto probabile che sia anche sbagliato. Per questo motivo è necessario avere padronanza dei programmi di scrittura: questo faciliterà la costruzione dell’elenco dei punti che il documento deve affrontare. È consigliabile di non esagerare con la frammentazione del testo. Tipicamente il vostro interlocutore, dopo la prima lettura del report o procedura o piano, dovrebbe essere in grado di saltare di volta in volta al capitolo che lo interessa e leggerlo ricevendone una informazione completa, almeno per quello che cerca in quel momento.
Leggi il seguito su AIASMAG n. 3 (1/2019)
La valutazione strategica dei rischi
In ogni organizzazione si possono distinguere i momenti in cui si prendono le decisioni, si potrebbe dire, utilizzando il gergo dei sistemi di gestione, si definisce e si attua la “politica”, da quelli in cui sono svolte le attività per le quali l’organizzazione è stata creata: il lavoro, le “operations”. Ebbene, per la BS OHSAS 18001 la valutazione dei rischi è una attività che deve essere svolta dallo specialista della salute e sicurezza sul lavoro: presuppone la conoscenza delle norme di legge, i requisiti legali, ma anche di come concretamente le attività lavorative vengono svolte, così come le caratteristiche di pericolosità di attrezzature e materiali. In sostanza la valutazione dei rischi, che molto banalmente in questo caso significa definire il livello di protezione che voglio assicurare ai lavoratori o, più crudamente, che tipo di incidenti o di malattie professionali decido siano accettabili per la mia organizzazione, viene eseguita da un tecnico e non dal datore di lavoro (che è colui che definisce la politica dell’organizzazione) o dal dirigente, che è la figura che fornisce gli stimoli all’organizzazione perché essa venga applicata.
Il fatto di avere questo momento di riflessione sulla politica dell’organizzazione spostato ad un livello “tecnico” e non manageriale, che è comune all’impostazione legislativa delle Direttive europee prima e di quella normativa poi, nella pratica si è dimostrato una disfunzionalità nel sistema di gestione della salute e sicurezza. Sì, è vero che la legge ne fa un obbligo a carico del datore di lavoro, ed è un obbligo sanzionato penalmente, ma è come dire a qualcuno che non guida l’automobile di dare istruzioni all’autista. In conseguenza di questo, la valutazione dei rischi per la salute e la sicurezza col tempo è diventato un processo amministrativo, si potrebbe dire quasi notarile, con poco o punto contatto con la realtà; per tornare alla metafora di prima, la risposta solita è: sì, gli ho detto di andare piano. La valutazione dei rischi viene spesso effettuata a posteriori, su scelte manageriali già prese, quindi con scarsa capacità di influenzare le scelte concrete.
Leggi l’articolo sul numero 12/2018 di Igiene & Sicurezza del Lavoro