Qualification and working knowledge are essential components, much like the ingredients in a cocktail. For instance, consider James Bond’s favourite drink, the Martini cocktail, which he prefers “shaken, not stirred.” Separating the gin from the vermouth is impossible.
Qualification and working knowledge combine to create a unique flavour containing elements of both. In the real world, our experiences are only sometimes neatly separated. Instead, our ingredients often intermingle, forcing us to adapt and learn quickly when facing unexpected challenges. To prepare for professional challenges, we must plan our training accordingly.
What sets an iconic cocktail apart and makes a technician a competent professional? It’s all about controlling the main ingredients and adding secondary ones in the proper proportions. A good Martini cocktail, for example, requires lemon zest, green olives without pits, ice, and careful presentation. Drinking a Martini cocktail from a beer mug would be a terrible idea!
If you have extraordinary professionalism, you could be a Vesper Martini, the first cocktail James Bond ordered in Ian Fleming’s 1953 book, Casino Royale. IIt is named after the seductive double agent, Vesper Lynd, played by two beautiful women: Ursula Andress in the 1967 movie and Eva Green in the 2006 remake. A Vesper Martini comprises gin, vodka, and Kina Lillet, a French liqueur made with wines from the Bordeaux region and macerated liqueurs. Unfortunately, it is no longer produced.
What do I mean by this bold alcoholic-cinematic metaphor? What do Ursula Andress and Eva Green have more than many other beautiful women? The word is personality. Experience and skills are only helpful if you can rework them to produce something new and yours. And how is this achieved? Testing yourself every day. Trying to improve and finding your weaknesses to work on.
Do you think Eva Green (and Ursula Andress, in her day) left home in the morning as they woke up? Maybe now, yes. But they can afford it because they have worked on themselves for years. They worked on how to introduce themselves, how to walk, how to look, how to smile, how to talk, how to drink a glass of champagne, how to shake hands… They learned to wear make-up, dress, pose, model, and act. They tested themselves because they wanted to improve themselves.
There it is. A good professional must certainly have qualifications and working knowledge. But they are both things you can buy, more or less cheaply. A good professional has a personality. He tackles work to serve his client and the people around him and improve himself. He chooses professional challenges to become a better person. He can develop skills and experiences by producing something new.
Because, after all, you only live twice, and twice is the only way to live!
Qualche settimana fa, su LinkedIn, ho assistito ad uno scambio interessante tra due tecnici che si conoscono e si rispettano, per quanto so da più di vent’anni. Il tema era il supporto che gli enti di vigilanza forniscono alle imprese per migliorare le loro prestazioni di salute e sicurezza. In breve, chi lavora per le aziende sostiene la sua irrilevanza, chi lavora all’ASL rivendica invece il suo contributo.
Io non sono particolarmente entusiasta delle occasioni di aggiornamento organizzate dai servizi territoriali: dopo un po’ di conferenze di Pubblici Ministeri, che mi hanno spiegato la procedura (penale) ma non mi sono servite a migliorare le mie competenze strettamente tecniche, ho spesso di frequentarle.
Volevo però segnalarvi questa mailing list alla quale sono iscritto. HSE.GOV è l’organizzazione inglese che sovrintende alla preparazione della normativa tecnica, svolge ispezioni e fornisce supporto ai prosecutor per il perseguimento dei reati. Per il mese di ottobre propone un corso di formazione per spiegare come avvengono le ispezioni e un seminario sulla cultura della sicurezza. A questo link potete scaricare, invece, il Piano Nazionale della Prevenzione 2020-2025 preparato dal Ministero della Salute in Italia.
Technology is the discipline that concretizes ideas and studies, which aim at the processes for the realization of goods and the execution of the activities we need to live and thrive.
Through technology, man has sought the tools to do with less effort what he could already do, and to do things that were beyond his means: from stone weapons (homo habilis, about 1.75 million years ago) to space travel.
Esternalizzare i processi produttivi non è necessariamente una cosa negativa. Certo, se si cerca di ridurre all’osso il prezzo, è da illusi pensare che non ci saranno delle conseguenze negative in termine di qualità dei processi, inclusa la tutela della sicurezza e dell’ambiente.
Dodici mesi fa veniva pubblicato il numero speciale di ISL L’emergenza COVID-19 e la ripresa delle attività lavorative in sicurezza, che approfondiva i temi della comunicazione durante la pandemia. Il suo contenuto resta ancora valido, ad un anno di distanza, soprattutto perché evidenzia come i più tra coloro che contribuiscono a formare e indirizzare l’opinione pubblica continuino in questo gioco irresponsabile.
Enti, governi ed organizzazioni hanno fatto del loro meglio per gestire questa condizione in cui ci siamo imbattuti. Chi lo ha fatto così così, chi è riuscito meglio. È la prima volta nelle nostre vite che capita questa condizione e l’informazione a tutti i livelli, secondo la condivisibile definizione che è data dal D.Lgs. 81/2008 Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro, ovvero “il complesso delle attività dirette a fornire conoscenze utili alla identificazione, alla riduzione e alla gestione dei rischi…” è stata senz’altro una risorsa nella quale si è investito molto. Sono stati fatti sforzi per raggiungere il pubblico più vasto possibile, declinando sia media che messaggi nelle maniere ritenute più efficaci, perché oltre alle infografiche delle quali in queste pagine abbiamo una campionatura estremamente superficiali, sono state utilizzate tutte le armi disponibili nella panoplia della comunicazione, come video, canzoni, testimonial, libri, convegni, webinar. Occorre però dare conto anche di quello che la teoria dell’informazione chiama “rumore”, che è tutto ciò si frappone tra emittente e destinatario dei una comunicazione, compromettendo la ricezione del messaggio.
Alcuni tra i principali produttori di rumore sono stati i media stessi, giornali e televisioni che, probabilmente spinti più da spirito di competizione che da quello di servizio, spesso hanno alzato i toni e moltiplicato le voci discordanti, facendo confusione. Assieme a questi dobbiamo annoverare altri professionisti della comunicazione: i politici. Così come per alcuni media, questa crisi ha messo a nudo il fatto che il fine della ricerca assoluta del consenso è un valore negativo: utilizzare la pandemia per migliorare il proprio posizionamento tra gli elettori, aumentando la visibilità è stata una scelta scellerata, che ha letteralmente provocato vittime.
E cosa dire di coloro che hanno mostrato la loro ingenua impreparazione alla guida della cosa pubblica? A prescindere dai contenuti degli atti di governo, in un contesto sociale la comunicazione informale che ha origine negli atteggiamenti mostrati dai leader ha grande influenza nei comportamenti adottati dal pubblico: mostrarsi apertamente refrattari alle misure necessarie al contenimento della pandemia, sollevare mille e uno distinguo nei confronti di qualsiasi misura, l’uso della mascherina, il mantenimento delle distanze, anche solo in occasione di riunioni e conferenze stampa, così come quando si viene ripresi circondati da collaboratori, ha fatto passare il messaggio informale che la situazione non è seria e che quindi non è il caso di preoccuparsi delle precauzioni. Un comportamento appena un ette meno grave di quello dei demagoghi…
Oggi voglio consigliarvi di dare un’occhiata a questo video di James MacPherson, della serie Rebranding Safety, letteralmente, cambiamo il marchio della sicurezza. MacPherson sostiene che il percorso tradizionale della formazione della sicurezza è condannato al fallimento (Why the safety profession is doomed to fail), perché non è altro che un insieme di nozioni che produce un tuttofare buono a nulla (jack of all trades and master of none). La sua esperienza, invece, lo ha portato a diventare un facilitatore della comunicazione tra i vari esperti, non essendo lo specialista della sicurezza realmente esperto di alcunché. Lui si considera un avvocato del diavolo professionista, la cui funzione è sfidare gli esperti, portandoli a considerare le conseguenze delle azioni che si possono intraprendere nei luoghi di lavoro.
La sicurezza, dice, ha un enorme potenziale. Per sfruttarlo dobbiamo cambiare radicalmente il modo in cui vediamo le cose: il generico specialista della sicurezza deve essere abolito, e il suo ruolo deve essere ricoperto dal responsabile della produzione. Questo lo si può ottenere solo migliorando la formazione dei ruoli operativi.
Il vero specialista della sicurezza può assumere tre diversi ruoli: esperto delle organizzazioni e della conformità, anche legale, con una profonda conoscenza tecnica dei dettagli legislativi e normativi. L’ingegnere della sicurezza, con competenze di process safety. Infine, l’esperto della cultura della sicurezza, che sia in grado di comprendere le dinamiche, personali e collettive, delle persone che impegnate nel lavoro.
Devo dire che trovo questa riflessione di MacPherson molto condivisibile. Tanto più che il sistema italiano tende inesorabilmente a creare un tecnico ossessionato dall’eventualità di subire la punizione per un crimine, e che intende raggiungere la conformità (l’orrenda espressione a norma), non tanto evitando che il reato – l’infortunio – ma provando a gestire le sue conseguenze, il processo.
For the generation before mine, a key question was: where were you when John Fitzgerald Kennedy was shot? Then they started asking what you were doing on 9/11. I remember when Italy was put in lockdown as if it were today.
A few days earlier, I was driving on the highway, crossing the surroundings of Lodi, the town in northern Italy not far from Milan, where the first cases of COVID-19 were discovered. Here, the lockdown had been proclaimed for some time, and seeing even the gas stations closed on the most trafficked Italian highway made a certain impression. That evening, I was having dinner with my wife and a couple of friends at home. For a few weeks, we had been talking about this epidemic. Still, at the 8:00 pm news, the journalist announced that the government had proclaimed the lockdown of the whole country. I immediately had a shiver down my spine: I travel a lot for work; how could I have done it?
Within a few days, my clients suspended all our planned trips to Poland, Netherlands, Germany, Denmark, Norway, Croatia, and Azerbaijan. Suddenly, I was stuck in the house with much free time. IOSH has helped me so much to reorganize my professional life and to keep my mental balance under control. I found out that it was organizing seminars from the Far East, where local professionals already have good experience managing these conditions since the days of the first SARS and avian flu. I started studying these cases to provide advice to my clients who needed to guarantee the service of their companies and protect their workers. Thanks to these new skills, a few times, the work returned in the form of consultations about COVID-19, seminars about COVID-19, and articles about COVID-19. My publisher commissioned me to write the manual entitled Tools to Manage the Health and Safety of Workers in Health Emergencies, which I wrote in Italian a few days ago and continues to succeed.
Then, the drive to return to normal was stronger than the pandemic: the tools for videoconferencing made it possible to substitute much of the travel and personal meetings. We have done videoconferencing meetings, videoconferencing training courses, and even videoconferencing audits. We trained the people already in the workplace to circulate with the camera and headphones to surrogate the on-site auditor. Everything that was not essential was stopped, but many colleagues had to guarantee their daily presence amid fears and difficulties. I have a friend who provided maintenance in the hospitals, and my admiration goes to him.
During the spring and summer of 2020, things returned to normalcy for a few weeks, and I returned to travel and visit my customers. Despite COVID-19, I have made some international trips. I will never forget once crowded airports turned into wastelands with no other humans in sight. I spent hours in transit in Munich, Frankfurt, or Istanbul because the flights were less frequent and there was more to wait for connections in the complete desert. But it was an unnatural condition; everyone was careful to keep their distance and suspicious of people getting too close.
I remember the month of October, keeping under control the numbers of hospital admissions and in intensive care units, to anticipate the possible suspension of travel, and to be able to return to Turkey where, with my wife, of Turkish nationality, we decided to spend the second winter of COVID, after having spent the first one in Italy. This time, however, there was a perspective: vaccine studies made this goal closer every day. Since then, it has been a wait for this moment. I took the first dose on June 7th and the second on July 12th. The doctor who gave me the second injection asked me if she had any side effects with the first one. I replied that I felt moved. He told me: me too.
I believe that the discovery of a vaccine in a year and mass vaccination is as much a pride of humanity as the landing on the moon. Wonder what hypothetical extra-terrestrials might think if they observe us: in 2020, the NGO ACLED, Armed Conflict Location & Event Data Project, recorded 2,124 battles, 927 riots, 1,480 explosions and 1,647 violence against civilians. While a part of humanity was slaughtering each other, the better one prepared and developed a vaccine against a pandemic that killed millions of people and grounded the whole world economy!
Now, the richer countries are morally obligated to help the poorer ones. According to the site Our World in Data, a project promoted by the Oxford Martin Program on Global Development of the University of Oxford, on the day these notes are written, over 40 million doses will be inoculated. Currently, 29.6% of the world’s population has received at least one dose of the COVID-19 vaccine, for a total of 4.36 billion. However, these were only intended for 1.1% of the population of low-income countries. The two extreme cases are Gibraltar, which has vaccinated over 116% of its population with two doses (!!!) and Haiti, which has reached just 0.08%, with a single dose, and has 0.00% of the population that completed the vaccination cycle.
Vaccination of the populations of low-income countries is not a Third World fanatics whim, but a necessity. Only by completing the prophylaxis for most of the world’s population will it be possible to stop the pandemic, definitively halting the development of the variants of the virus.
Our society, however, has shown the moral strength and competence of women and men who, in many situations, have been the real bulwark that prevented the worst. First, the healthcare staff. Then, all those who have carried out less prominent but equally fundamental tasks, from police officers to food supermarket staff.
A quelli che partono, ma anche a quelli che restano, ricordo il podcast “Il rischio è il mio mestiere”. Un buon modo per staccare, ma non del tutto. E poi, le musiche sono bellissime.
Una delle domande ricorrenti, nelle organizzazioni che affrontano i sistemi di gestione per la sicurezza per la prima volta, è se il riesame della direzione, che è un requisito statutario di ogni sistema di gestione basato sul ciclo di Deming, equivalga alla riunione periodica che è prevista all’articolo 35 del Decreto Legislativo 81/2008. Il rapporto tra la normativa cogente, che origina dalla relativamente recente legislazione comunitaria, e i sistemi di gestione, che nascono invece da esperienze industriali nordamericane a partire dagli anni Venti del secolo scorso, è molto intrecciato. I primi sistemi di gestione della sicurezza, lo standard BS 8800:1996 Guide to occupational health and safety management systems prima e il BS OHSAS 18001:1999 Occupational Health and Safety Assessment Series, poi, hanno origine con l’espresso obiettivo di aiutare le organizzazioni a rispettare gli adempimenti di legge e dimostrare il rispetto di buone pratiche in materia di salute e sicurezza negli ambienti di lavoro. La Direttiva 89/391/CEE, invece, abbandona completamente la struttura e gli obiettivi delle norme tecniche che erano state scritte fino a quel momento, per andare a regolare le organizzazioni adottando i criteri fino ad allora sviluppati per i sistemi di gestione della qualità. C’è da pensare che i concetti siano i medesimi, e quindi, intercambiabili.
È consigliabile, però, non arrivare troppo rapidamente alle conseguenze estreme, parificando riunione del riesame e riunione periodica. Dal 1989, anno cui risale la direttiva europea che è alla base del nostro Testo Unico su Salute e Sicurezza, i concetti che sono alla base dei sistemi di gestione si sono largamente evoluti e raffinati. Un riesame della direzione, secondo lo standard ISO 45001, è un oggetto molto più complicato e dai potenziali più grandi, rispetto alla riunione dell’articolo 35. Naturalmente, nulla impedisce che questi due adempimenti vengano trattati nella medesima sede, anche se è da tenere presente che lo standard richiede, all’alta direzione, un impegno più importante e più circostanziato, rispetto a quanto previsto dalla norma cogente. Ne è la prova considerare che il requisito della riunione del riesame è che venga svolta dalla direzione… e basta. Mentre alla riunione periodica devono partecipare soggetti che sono estranei al meccanismo decisionale dell’organizzazione: passi il RSPP, ma come la mettiamo con il medico competente e il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza? Un consiglio pratico può essere quello di svolgere le attività previste per la riunione del riesame prima e separatamente, rispetto alla riunione periodica, considerando quest’ultima come solo un momento di sintesi della prima.
Il 21 gennaio del 2021 il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione con la quale ha chiesto ai governi dei paesi membri di impegnarsi a normare il diritto alla disconnessione, un aspetto dovuto agli strumenti tecnologici di comunicazione che ha mostrato la sua criticità con la crescita dello smart working, a causa della pandemia.
In Italia, questo diritto è stato introdotto per la prima volta con la legge numero 81 del 2017, che richiede che il tempo libero venga definito dal contratto di lavoro, senza però fornire indicazioni di carattere generale su come farlo. A dire il vero, il diritto alla disconnessione non viene nemmeno mai nominato, e questo lascia spazio agli abusi che tanti stanno lamentando. Sul portale delle news delle Nazioni Unite si può leggere la notizia che il Cile ha adottato, già nel marzo dell’anno passato, una norma che in qualche modo prende in considerazione questo problema. La legge riconosce che il lavoratore ha il diritto di disconnettersi almeno 12 ore nelle 24 e che il datore di lavoro non può chiedergli di rispondere alle comunicazioni nei giorni festivi o di riposo.