EU-OSHA e comunicare la sicurezza | HSE Manager Wolters Kluwer

EU-OSHA ha recentemente pubblicato una serie di istruzioni a supporto delle organizzazioni che intendono sviluppare un piano di comunicazioni sulla sicurezza.

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Perché accadono gli incidenti sul lavoro (e noi non sappiamo il motivo) | Teknoring

In Italia, l’approccio alla sicurezza sul lavoro riflette una concezione distorta che le regole derivino principalmente dal contesto legale, sebbene le loro origini risalgano al mondo industriale. Le norme tecniche e organizzative della sicurezza sono state inizialmente sviluppate nell’ambito industriale e successivamente recepite dalla legislazione per proteggere i lavoratori. Tuttavia, l’attuazione di tali regole spesso manca di efficacia poiché è gestita da individui privi di competenze tecniche, limitando così l’efficacia delle pratiche di sicurezza.

Le aziende e la società nel complesso faticano a comprendere le vere cause degli incidenti sul lavoro, concentrandosi prevalentemente sulla ricerca di colpevoli piuttosto che sull’analisi dei fattori organizzativi e tecnici sottostanti.

Gli sforzi per migliorare la sicurezza sul lavoro sono stati finora ostacolati dall’incapacità di indagare sulle cause reali degli incidenti e dall’orientamento verso la responsabilizzazione anziché il potenziamento del sistema. È fondamentale adottare approcci investigativi mirati a identificare le cause radice degli incidenti, anziché concentrarsi unicamente sulle conseguenze, al fine di apprendere dagli errori e prevenirne la ripetizione in futuro.

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Il rapporto tra il coordinatore e l’RSPP: quattro scenari – webinar

Non si può dire che il Titolo IV del Decreto Legislativo 81/2008 abbia avuto un particolare successo: il recepimento italiano della direttiva 92/57/CEE è una norma involuta, che è stata scritta da qualcuno che non aveva particolari conoscenze relative al settore economico che andava a regolamentare.

Per questo motivo, è stata calata dall’alto nel mondo dell’edilizia, con il semplice effetto di creare un nuovo processo, che si è affiancato a quelli esistenti, senza influenzarli più di tanto, al netto di poche esperienze positive, che risaltano tanto più in quanto svettano in un panorama di mediocrità desolante. Tra le varie cose, l’interfaccia tra gli obblighi previsti dal Titolo I, che stabilisce i criteri con i quali è necessario organizzare l’azienda con l’obiettivo della protezione e prevenzione dei rischi, e quelli previsti dal Titolo IV, relativo ai soli cantieri temporanei e mobili, è di difficile interpretazione.

Il Titolo I e il Titolo IV del D.Lgs. 81/2008 sono intesi gestire due condizioni distinte, che però in alcune situazioni possono sovrapporsi. Questo corso individua le situazioni in cui il Responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione e il Coordinatore per la sicurezza possono entrare in contatto, e analizza gli obblighi e le responsabilità di queste figure, a seconda dei punti di vista:

  • il RSPP di una impresa di costruzioni, e il Coordinatore di un progetto in cui questa opera;
  • il RSPP di uno stabilimento industriale, e il Coordinatore delle opere edili che vengono eseguite al suo interno.

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I tre principi della cultura della sicurezza | HSE Manager Wolters Kluwer

Si è iniziato ad utilizzare questo termine quando si è capito che gli incidenti gravi sul lavoro (da Chernobyl a Piper Alpha) dovevano essere indagati in profondità e che gli errori umani, le deviazioni procedurali e i fallimenti non erano sufficienti per descrivere ciò che era accaduto. 

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Episodio 3 – I toolbox talk e altre tecniche per coinvolgere | il podcast

È disponibile la terza puntata del podcast Il rischio è il mio mestiere, dove parlo dei toolbox talk e di altre idee semplici che funzionano, per lavorare in sicurezza.

La prima volta che scoprii che esisteva una cosa chiamata “toolbox talk” è stato più di vent’anni fa. L’azienda per la quale lavoravo, si era aggiudicata una commessa in estremo oriente, per un grosso costruttore nordamericano, e il contratto prevedeva la necessità di svolgere un toolbox talk per ogni squadra che iniziava il turno.

I toolbox talk sono riunioni estemporanee, che vengono tenute di solito all’inizio del turno, ogni giorno o, più spesso, una volta alla settimana. Il loro scopo è quello di affrontare i temi relativi alla sicurezza delle attività che dovranno essere svolte, in termini diretti ed informali.

ISO 45001, audit, non conformità e azioni correttive

La risposta a una non conformità, quindi, si sviluppa in due modi:

  • uno sincrono, contingente, per fare fronte alle conseguenze immediate
  • e uno asincrono, ritardato, con il quale si fa rientrare la situazione ad un nuovo livello di normalità, modificando i processi per scongiurare possibili conseguenze future.

Chi affronta questo standard proveniente dalla gestione dei rischi infortunistici, troverà interessante notare come la norma stabilisca di applicare questi concetti non più ai processi lavorativi “fisici” ma a scelte manageriali, un atteggiamento che è già stato evidenziato in altri punti della norma.

Per restare sempre tra le peculiarità dello standard ISO 45001:2018, occorre sottolineare che, in omaggio alla concezione di organizzazione come gruppo sociale che si riunisce per il perseguimento di uno scopo di business e che si dota di un sistema di gestione della sicurezza anche al fine di conservare e migliorare la propria reputazione, il requisito 10.2.b prevede la partecipazione dei lavoratori e il coinvolgimento di altre parti interessate pertinenti. Anche in questo ambito, gli strumenti che la professione ha sviluppato, specialmente in campo internazionale, trovano una delle loro ragioni d’essere. Il comitato della sicurezza, coordinato dallo specialista OHS del sistema di gestione e composto da rappresentanti dei lavoratori e del management, è opportuno sia coinvolto nel processo di definizione dell’azione correttiva.

Leggi l’articolo sul numero 6 di Ambiente & Sicurezza

I near miss | HSE Manager Wolters Kluwer

I near-miss sono eventi pericolosi che, per una combinazione di fattori spaziali e temporali, non hanno prodotto danni né alle cose né alle persone. Una delle condizioni più frustranti per un HSE Manager è quella di implementare un processo per la raccolta dei near miss: è molto difficile farlo funzionare, perché i lavoratori vedono la segnalazione dei near miss come una delazione o l’autodenuncia della loro stessa incapacità. Noi sappiamo che non è così, ma come possiamo fare?

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Cultura della sicurezza e consapevolezza | ISL

Il concetto di cultura della sicurezza è la tendenza del momento. È un termine che si è iniziato ad utilizzare quando si è compresa la necessità di investigare in profondità i grandi incidenti negli ambienti di lavoro, da Chernobyl a Piper Alpha, rendendosi conto che gli errori umani, le deviazioni procedurali e i guasti non erano sufficienti a descrivere ciò che era successo. La risposta a: “qui le cose si fanno così”.

La parola cultura è definita come ciò che concorre alla formazione intellettuale e morale dell’individuo e lo rende consapevole del suo ruolo nella società. La cultura della sicurezza – tanti sostengono – è lo strumento necessario per organizzare, in maniera sistematica la prevenzione e la protezione dei lavoratori dai rischi che possono incontrare sul luogo di lavoro. Declinando questo concetto secondo quello che ci riguarda, quindi, la cultura della sicurezza è un patrimonio misto, di sensibilità, competenze e di capacità tecniche. La sensibilità di considerare la protezione dei lavoratori un fattore primario nell’organizzazione del lavoro, la capacità di valutare i rischi, sapendo individuare le possibili fonti di pericolo e di sapere individuare le conseguenze che queste possono avere. È necessario, infine, padroneggiare le soluzioni tecniche qualificate per controllare i rischi. Si può quindi riflettere come i tre elementi che occorre controllare, afferiscano a tre ambiti profondamente distanti dell’esperienza umana.

Leggi l’articolo Cultura della sicurezza e consapevolezza sul numero 5/2021 di Igiene & Sicurezza del Lavoro

Piani di qualità: cosa sono, come si redigono e quali standard li regolano?

Come si sono evoluti i piani di qualità e i relativi sistemi di gestione per la qualità nelle aziende? Dal primo standard ISO 9000 allo standard ISO 10005:2019 che li regolamentano, ecco perché conviene rispettarli.

Perché si redigono i piani di qualità?

Si è soliti redigere piani per gestire attività e processi per i quali sono stati stabiliti particolari requisiti, in qualche modo differenti da quelli seguiti normalmente dall’organizzazione. Le attività possono essere eseguite in contesti già organizzati con sistemi di gestione e possono essere relative a specifici dipartimenti, per i quali viene «ritagliata» una determinata porzione del SGQ, condividendone in parte o totalmente gli obiettivi. Oppure possono riguardare progetti speciali, magari cambiamenti previsti e pianificati dall’organizzazione nei suoi stessi processi, e allora è possibile che siano già stati definiti obiettivi specifici. In ogni caso, la necessità di eseguire le attività secondo un piano di qualità può essere prevista nei contratti di fornitura o di appalto, assieme alla determinazione dei requisiti che l’oggetto del contratto deve avere. Se così si tratta, normalmente il piano di qualità deve essere sottoposto al committente per la sua approvazione.

Lo standard ISO 10005:2019

Lo standard ISO 10005:2019, Gestione per la qualità – Linee guida per i piani della qualità, fornisce strumenti per redigere, riesaminare, accettare, applicare e sottoporre a revisione, secondo il ciclo PDCA, i piani della qualità. È uno standard volontario, non è obbligatorio che le aziende che hanno adottato e certificato il loro SGQ secondo lo standard ISO 9001:2015 lo adottino, e il fatto che esso viene seguito non è certificabile da alcun ente. Rispetta i criteri dell’High Level Structure e l’ultima revisione è stata uniformata ai requisiti della revisione 2015 dello standard di riferimento, ISO 9001. Fornisce comunque interessanti considerazioni anche alle organizzazioni che non sono in possesso di certificazioni per il loro SGQ.

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Gestione HSE e tool digitali: come coordinare la sicurezza in mobilità?

La possibilità di fare videoconferenze è solo l’aspetto più visibile di questa rivoluzione. Anche questi strumenti erano disponibili da anni, e venivano utilizzati timidamente, quando proprio non c’era alternativa. L’uso considerevole che se ne è fatto in questi mesi ha accelerato la loro evoluzione, e ora sono disponibili soluzioni molto sofisticate, a prezzi accessibili, che rendono possibile l’esecuzione di vere e proprie attività in gruppo, probabilmente meglio di quanto si potrebbe fare dal vivo, con la possibilità di lavorare assieme sui medesimi documenti, e miglioramenti dell’esperienza che riescono a surrogare anche una sorta di esperienza prossemica, quella data dalla presenza fisica delle persone nel medesimo ambiente. Le videoconferenze hanno consentito di relazionarsi con i colleghi, rimpiazzando le riunioni, ma hanno avuto grandi ricadute nel mondo della formazione.

La decisione di frequentare fisicamente un corso o un seminario, ha una serie di ricadute organizzative rilevanti nella gestione del tempo del professionista: dalla prenotazione alla pianificazione dell’itinerario, alla gestione dei tempi del viaggio, tanto da contribuire a definire la “taglia” del corso, che in passato difficilmente scendeva sotto la mezza giornata per giustificare l’impegno correlato. Con la formazione online, il tempo che era necessario dedicare alla “preparazione” della frequenza del corso, si è improvvisamente azzerato, e si stanno definendo dei formati in cui le sessioni hanno durate ridotte, ma sono proposte con frequenze più serrate.

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