L’emergenza climatica come nuovo scenario di rischio | AIASMag

Il rischio climatico è ormai una componente ordinaria della gestione aziendale, perché caldo estremo, siccità, temporali e allagamenti possono susseguirsi rapidamente e produrre effetti cumulativi su persone, impianti e attività. Il caldo, in particolare, richiede di intervenire sull’organizzazione del lavoro, programmando orari, pause, attività, responsabilità e criteri di sospensione prima che l’esposizione diventi critica.

Piogge intense e allagamenti coinvolgono anche la continuità operativa, mettendo a rischio accessi, trasporti, forniture, edifici, merci e possibilità di raggiungere i luoghi di lavoro. Diventa quindi necessario conoscere le vulnerabilità dell’organizzazione, considerando insieme persone, siti, impianti, energia, acqua, logistica, fornitori e processi decisionali. DVR, sistemi di gestione, piani di emergenza, business continuity, appalti ed ESG devono dialogare, perché gli stessi eventi possono attraversare contemporaneamente tutte queste dimensioni.
La capacità di affrontare questi scenari dipende soprattutto dalla preparazione: definire in anticipo responsabilità, soglie decisionali, alternative operative e modalità di ripristino permette di adattare l’organizzazione prima che sia l’emergenza a imporlo. 260701 05 emergenza climatica

Puoi leggere l’articolo L’emergenza climatica come nuovo scenario di rischio sul numero 43 di AIASMag

Consultazione e partecipazione: prima di decidere, ascoltare chi lavora | IPSOA

Comunicare per governare il lavoro

Consultare i lavoratori prima delle decisioni permette di utilizzare l’esperienza di chi opera sul campo per valutare rischi, vincoli e conseguenze organizzative, lasciando traccia dei contributi ricevuti e delle scelte effettuate. La comunicazione verticale deve funzionare in entrambe le direzioni, facendo arrivare ai reparti indirizzi comprensibili e riportando alla direzione fatti, difficoltà e segnali provenienti dal lavoro reale. Quando attività e decisioni coinvolgono più funzioni, il coordinamento preventivo consente di chiarire responsabilità, tempi, interferenze e condizioni operative prima dell’esecuzione.

Anomalie, quasi incidenti, deviazioni e piccoli problemi ricorrenti sono informazioni da raccogliere e trattare tempestivamente, perché possono anticipare guasti, esposizioni o incidenti. La cultura della sicurezza emerge dalle scelte quotidiane, dalle prassi tollerate e dal modo in cui l’organizzazione reagisce quando obiettivi produttivi, tempi e tutela delle persone devono essere gestiti insieme. Anche i cambiamenti organizzativi richiedono quindi preparazione, comunicazione, coinvolgimento e verifiche sul campo, affinché nuove procedure e modalità di lavoro diventino pratiche applicabili e stabili.

Puoi leggere l’articolo Consultazione e partecipazione: prima di decidere, ascoltare chi lavora su IPSOA (a pagamento).

Mantenere le competenze nel tempo | IPSOA

La formazione produce valore quando parte dal lavoro reale: cambiamenti organizzativi, errori, segnalazioni, audit, nuovi impianti e difficoltà operative devono diventare informazioni per individuare le competenze da sviluppare. Dirigenti, preposti, RSPP, medico competente e lavoratori osservano il lavoro da punti di vista diversi e proprio dall’integrazione di queste letture può nascere un piano formativo collegato agli obiettivi dell’organizzazione. Manuali, procedure e istruzioni acquistano efficacia attraverso l’addestramento, quando le persone possono provare concretamente le attività, ricevere correzioni e dimostrare di saper operare anche di fronte ad anomalie e imprevisti.

La verifica dell’apprendimento deve quindi proseguire dopo il corso, osservando se cambiano comportamenti, qualità delle decisioni, autonomia, segnalazioni, applicazione delle procedure e risultati dei reparti. Anche la consapevolezza del rischio si costruisce nel lavoro quotidiano, spiegando pericoli, esposizioni e misure di controllo attraverso situazioni riconoscibili e mostrando perché determinate regole e protezioni sono necessarie. Poiché tecnologie, persone, mansioni e organizzazione cambiano nel tempo, le competenze devono infine essere osservate, aggiornate e rinforzate con continuità, trasformando la formazione da sequenza di corsi a processo stabile di governo dell’organizzazione.

Puoi leggere l’articolo Mantenimento delle competenze nel tempo su IPSOA (a pagamento).

Tecnologie inclusive e lavoro: l’accessibilità è un vantaggio per tutti | wolterskluwer.com

Le tecnologie inclusive rendono il lavoro più accessibile, semplice ed efficace per persone con esigenze diverse. Interfacce digitali chiare, intuitive e personalizzabili facilitano l’apprendimento, riducono gli errori e aiutano anche chi opera sotto pressione o con poco tempo a disposizione. Checklist digitali, promemoria e altri strumenti di supporto a memoria e attenzione alleggeriscono il carico cognitivo e favoriscono concentrazione e continuità operativa.


Progettare strumenti accessibili migliora quindi l’efficienza dell’organizzazione e permette a più persone di partecipare pienamente ai processi di lavoro. L’accessibilità diventa così una caratteristica della buona progettazione, capace di tenere conto delle differenze senza creare percorsi separati.
Un ambiente di lavoro costruito secondo questi criteri rafforza partecipazione, fiducia e collaborazione, trasformando l’inclusione in una qualità concreta dell’organizzazione.

Puoi leggere l’articolo e guardare il video Tecnologie inclusive e lavoro: l’accessibilità è un vantaggio per tutti su wolterskluwer.com

IA e sicurezza sul lavoro: servono governance industriale e responsabilità organizzativa | IPSOA

L’intelligenza artificiale può rafforzare la sicurezza sul lavoro analizzando grandi quantità di dati, individuando schemi ricorrenti e anticipando condizioni che potrebbero produrre incidenti. Sensori, dispositivi connessi, sistemi predittivi e assistenti digitali permettono di monitorare l’ambiente, prevedere guasti, segnalare anomalie e supportare le decisioni di prevenzione.
Questi strumenti introducono però nuovi rischi, legati all’affidabilità degli algoritmi, alla qualità dei dati, alla privacy, al controllo dei lavoratori e alla possibile dipendenza dalle indicazioni della macchina.


La supervisione umana resta quindi necessaria, perché l’IA può fornire informazioni e suggerimenti, mentre responsabilità, valutazione e decisione devono rimanere all’interno dell’organizzazione. L’adozione dell’IA richiede inoltre competenze adeguate, formazione, regole sull’utilizzo dei dati e integrazione con i processi esistenti di valutazione e gestione dei rischi. La capacità dell’IA di migliorare la prevenzione dipende dunque dalla governance con cui viene introdotta: obiettivi definiti, responsabilità chiare, controllo dei risultati e verifica continua dell’efficacia degli strumenti.

Puoi leggere l’articolo IA e sicurezza sul lavoro: servono governance industriale e responsabilità organizzativa su IPSOA.

Dal rischio all’azione: pianificare interventi verificabili | HSE+

L’individuazione dei pericoli nasce dalla capacità dell’organizzazione di raccogliere anomalie, osservazioni e segnali deboli provenienti dal lavoro quotidiano, assicurando a ogni segnalazione un canale accessibile, una verifica, un responsabile e un riscontro comprensibile per chi l’ha formulata. Queste informazioni alimentano la valutazione dei rischi, che deve descrivere le attività come vengono realmente svolte, individuare le persone esposte, stimare la probabilità e la gravità degli eventi e verificare se i controlli previsti nei documenti siano disponibili, applicati e adeguati anche durante pulizie, manutenzioni, cambi di produzione e situazioni anomale. Il confronto tra rischio attuale e rischio residuo permette quindi di comprendere quanto l’esposizione sia stata ridotta dalle misure adottate e quale attenzione debba ancora essere mantenuta attraverso istruzioni operative, manutenzione, sorveglianza sanitaria, controlli dei preposti, comunicazione ai lavoratori e riesami periodici.

La scelta delle misure deve seguire la gerarchia dei controlli, privilegiando l’eliminazione del pericolo, la sostituzione e gli interventi tecnici rispetto alle soluzioni organizzative e ai dispositivi di protezione individuale, motivando le alternative scartate e verificando sul campo l’efficacia della soluzione applicata. Ogni decisione deve poi trasformarsi in un intervento pianificato, con un obiettivo misurabile, un responsabile, una scadenza, risorse adeguate e criteri di chiusura basati su evidenze documentali e operative, evitando che il piano di prevenzione rimanga separato dalla programmazione della produzione, della manutenzione, degli acquisti e della formazione. Il miglioramento acquista continuità quando direzione, dirigenti, preposti, RSPP, medico competente e lavoratori condividono criteri trasparenti per stabilire le priorità, controllano l’avanzamento delle azioni, motivano gli eventuali rinvii e restituiscono ai reparti risultati visibili, mostrando che le segnalazioni e le verifiche svolte producono cambiamenti concreti nel lavoro.

Puoi leggere Dal rischio all’azione: pianificare interventi verificabili su HSE+ (a pagamento).

UNI/PdR 186 e rapporto tecnico di terza parte: il “rischio basso”come categoria amministrativa | ISL

Le Prassi di Riferimento UNI della serie 186 traducono in criteri operativi la nuova logica del rischio basso prevista per semplificare i controlli amministrativi sulle attività economiche. Attraverso un apposito report tecnico rilasciato da terze parti, le aziende possono così beneficiare di ispezioni meno frequenti e di una maggiore prevedibilità organizzativa. Questa opportunità si fonda su un percorso strutturato che, a seconda dei settori ambientali, igienico-sanitari o di sicurezza sul lavoro, richiede standard gestionali rigorosi e verificabili.

Nonostante i vantaggi teorici, il successo dell’intero impianto dipende strettamente dall’efficienza delle banche dati pubbliche e del SINP per evitare disallineamenti o disparità. Il rischio concreto, infatti, è che la procedura si riduca a una semplice stratificazione documentale invece di stimolare una vera cultura della prevenzione aziendale. In definitiva, affinché lo status di rischio basso non diventi una mera categoria amministrativa, occorre che la verifica mantenga sempre al centro la sostanza operativa e la qualità dei controlli.

Puoi leggere l’articolo UNI/PdR 186 e rapporto tecnico di terza parte: il “rischio basso”come categoria amministrativa sul numero 7/2026 di Igiene & Sicurezza del Lavoro.

Oltre la conformità: integrare valori ESG nei progetti nei Paesi emergenti | AIASMag

Nei Paesi emergenti, il rispetto della normativa locale rappresenta solo il primo livello di controllo, perché un progetto può restare esposto a rischi ambientali, sociali, reputazionali e operativi. Per questo gli standard di IFC, EBRD e ADB, nati per i finanziamenti multilaterali, vengono sempre più utilizzati anche come riferimento nei progetti privati. La loro applicazione parte da una gap analysis tra requisiti locali, richieste del cliente e standard internazionali, prosegue con la valutazione dei rischi e si traduce in azioni, responsabilità, scadenze ed evidenze verificabili.

Salute e sicurezza, condizioni di lavoro, ambiente, rapporti con le comunità e catena di fornitura sono le aree che richiedono maggiore attenzione e un monitoraggio continuo. Il consulente e l’HSE Manager trasformano questi principi in strumenti concreti, come clausole contrattuali, piani di azione, checklist di audit, procedure di reclamo e sistemi di reporting. Quando i requisiti ESG entrano nelle decisioni tecniche, nei contratti e nella gestione quotidiana, contribuiscono a ridurre incidenti, conflitti e interruzioni, rafforzando l’affidabilità del progetto e il suo accesso al mercato internazionale.

Puoi lettere l’articolo Oltre la conformità: integrare valori ESG nei progetti nei Paesi emergenti sul numero 42 di AIASMag.

Cosa manca nel Piano sicurezza 2026? | IPSOA

Il Piano integrato per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro 2026 raccoglie iniziative utili su formazione, vigilanza, incentivi, dati e mancati infortuni, ma presenta più i caratteri di un’agenda istituzionale che quelli di un piano operativo. Il documento indica obiettivi generali condivisibili senza precisare il cambiamento atteso, i risultati misurabili, le risorse necessarie e i criteri con cui valutarne l’efficacia. L’assenza di baseline, target, indicatori di risultato, responsabilità e scadenze rischia di ridurre il monitoraggio al conteggio delle attività realizzate, senza verificare ciò che è realmente cambiato nei luoghi di lavoro.

Anche il richiamo alla cultura della sicurezza rimane generico quando non viene collegato all’organizzazione del lavoro, alla manutenzione, alla gestione degli appalti, alle pressioni produttive e alla capacità decisionale dei soggetti aziendali. Gli elementi più promettenti, come l’analisi dei near miss, la vigilanza mirata e l’integrazione delle banche dati, richiedono tuttavia strumenti semplici per le piccole imprese e un sistema informativo nazionale affidabile e pienamente operativo. Un vero piano nazionale dovrebbe selezionare poche priorità basate sui dati, assegnare responsabilità e risorse, misurare gli effetti e rendere pubblicamente conto di ciò che ha funzionato, di ciò che non ha funzionato e delle correzioni introdotte.

Leggi l’articolo Cosa manca nel Piano sicurezza 2026? sul sito IPSOA

Politica HSE: coerenza, governo e pratica quotidiana | HSE+

La politica HSE è un atto di governo che orienta priorità, investimenti, responsabilità e decisioni, soprattutto quando tempi, costi e produzione entrano in tensione con gli impegni dichiarati. La sua attuazione richiede che AD e CdA definiscano indirizzi e risorse, che i dirigenti li traducano nell’organizzazione del lavoro e che preposti, RSPP, medico competente e lavoratori contribuiscano secondo il proprio ruolo. La coerenza della politica si riconosce nella continuità tra obiettivi, verbali, budget, controlli sul campo, azioni correttive e riscontri restituiti a chi segnala problemi.

Documenti, procedure e istruzioni devono quindi rendere leggibili le decisioni, distribuire con chiarezza le responsabilità e accompagnare concretamente le attività operative. La loro revisione deve seguire i cambiamenti reali dei processi, eliminando testi superati, duplicazioni e regole tanto complesse da favorire adempimenti formali o aggiramenti.

Una politica HSE diventa credibile quando il sistema ascolta le persone, tratta gli scostamenti, verifica l’efficacia delle azioni e dimostra con evidenze riconoscibili che quanto dichiarato produce effetti nel lavoro quotidiano.

Puoi leggere l’articolo Politica HSE: coerenza, governo e pratica quotidiana su HSE+ (pagamento richiesto).